

Cosa ricordiamo davvero delle nostre giornate?
È quello che mi sono chiesto ultimamente quando, al netto di una conversazione, faticavo a riallacciare i pensieri nelle stringhe della memoria, perdendo alcuni pezzi di alcune giornate.
Seppur non sono Proust e non ho la capacità di inzuppare un biscotto e ricordare i torti subiti durante l’infanzia - Francesco, io non ti ho mai perdonato per avermi spinto da quello scivolo, lo dico pubblicamente - mi reputo una persona nella media con l’abilità del ricordare, un concetto tutto umano che credo stia diventando un talento a scolorire.
Ma perchè vi parlo di questo? Ora ci arriviamo, ma prendetemi per mano e facciamo un gioco.
Provate a ripensare a cosa avete fatto sette giorni fa - sottolineo sette - con un programma dettagliato, soprattutto del momento dopo la sveglia e quello prima di dormire.
Io sono convinto che la maggior parte di voi farà fatica a ricordare, magari riesce vagamente, ma i contorni vi appaiono sfumati, labili, un senso di impotenza che vi attanaglia il cervello.
Questo esercizio non è per farmi sentire meno solo nella corsa alla decadenza della memoria, ma per ragionare assieme su quanto amiamo riempirci le giornate di attività, pensieri, cose da fare, per poi… neanche ricordarle.

E io credo che tutto ciò sia il danno maggiore che la performatività, questa piaga sociale al pari delle insalate preconfezionate ma senza forchetta e del “finale” di Nana, abbia creato, inducendoci a dare sempre di più, fare sempre di più, per poi viverci sempre di meno.
La società di oggi, così come i tempi che corrono, ci richiedono di guidare con l’acceleratore sfrecciando senza una meta specifica; se la meta è chiara, siamo fortunati, sapendo verso dove stiamo guidando, ma spesso e volentieri ci imponiamo - o ci viene imposto? - di non fare pause durante il tragitto, di non fermarsi nella piazzola di sosta se si è stanchi, ma di proseguire dritti senza alcuna pausa o ristoro.
E io credo che tutto ciò sia il danno maggiore che la performatività abbia creato, inducendoci a dare sempre di più, fare sempre di più, per poi viverci sempre di meno.
Se ci pensate, è un concetto assurdo, no? Chiunque guidi o stia affrontando un viaggio in auto sa bene che un viaggio che duri 6 ore racchiude necessariamente delle pause, anche solo per riposare un attimo. Quindi, mi chiedo: perchè un viaggio lungo una vita non dovrebbe prevedere dei periodi di pausa?
Quello di cui mi accorgo in prima battuta è che ultimamente c’è una corsa costante - tra amici, colleghi, persone con cui mi confronto - a vedere l’ultimo film uscito per parlarne, battere gli altri sul leggere un determinato libro per dare un parere, partecipare a un determinato evento perchè ci sono tutti.
Gli inglesi la chiamano FOMO, Fear Of Missing Out, la paura di mancare qualcosa e di non esserci. Io la chiamo MSRIC: Mi Sono Rotto Il Cazzo.
Sono stufo di quel senso d’obbligo che mi prende, a volte, di riempirmi le giornate perchè altrimenti mi sembra di oziare, quando invece ci meritiamo, spesso, dei giorni di decompressione, anche solo a parlare con amici su Whatsapp o fare maratona di reality trash e senza filo logico.
Sono stufo di non tirare il freno a mano a volte e guardare il panorama che mi ci circonda, stufo di non riuscire a ritagliarmi un’ora dal caos del quotidiano per scendere a fare una passeggiata vista mare.
Sono stufo del dovermi sentire escluso se non si è letto il libro in tendenza, se non si è visto quel film o non si ha un’opinione conforme alla massa e quindi essere attaccato. Stufo di accumulare cose da vedere, leggere e fare solo perchè lo fa qualcun altro e non vuoi sentirti messo da parte.
Sono stufo di non tirare il freno a mano a volte e guardare il panorama che mi ci circonda, stufo di non riuscire a ritagliarmi un’ora dal caos del quotidiano per scendere a fare una passeggiata vista mare.
Sogno un’utopia in cui torniamo a respirare quotidianamente, in cui non arrivo a fine giornata accorgendomi di essere stato in apnea e ricominciare a riempirmi i polmoni di aria solo abbracciato al mio fidanzato, mentre parliamo degli ultimi libri letti davanti a una puntata di Will&Grace.
Sogno un mondo dove impariamo a viaggiare godendoci il panorama e fermandoci all’autogrill per un caffè in compagnia, senza la frenesia di superare le altre auto o avere delle mete imposte da calendari ed eventi altrui.
Sogno un mondo in cui ricordo cosa ho fatto una settimana fa, perchè l’agenda non era riempita per non avere vuoti e sentirmi in difetto, perchè soprattutto ho scelto col cuore cosa fare e come utilizzare il mio tempo, e non veniva risucchiato da impegni o solo lavoro.
Sogno, e chissà se sarà mai realtà.
Intanto, una lista di cose che mi fanno tornare a respirare e che ricordo per evitare la FOMO ed essere presente nel mio presente, fuori dal concetto di performatività.
Perchè ricordate: l’unica performance di cui deve interessarvi è la vita. E se la sbagliate, non c’è un’altra possibilità.
COSE CHE MI FANNO RESPIRARE:
passare una serata intera immerso in un romanzo
abbracciare Mirko e ridere di qualche sitcom o scemenza che diciamo
far ridere il tuo gruppo di amici durante un aperitivo
le cene in casa, con quel senso di distensione del tempo, come fossero eterne
camminare con il sole di febbraio vedendo il mare
le mattine lente
i pomeriggi dove ti liberi del lavoro presto e hai tutto un mondo di possibilità davanti
accarezzare i cani per strada
sistemare la libreria
ballare e cantare a squarciagola una canzone che avevi dimenticato.