
LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA
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PARIS FASHION WEEK
Autunno Inverno 2026/27

Il set della sfilata di Chanel era essenziale. Gigantesche gru colorate sovrastavano gli spazi del Grand Palais. Non ci vuole un semiologo per capire che Matthieu Blazy ci stava dicendo che quelli che vediamo sono lavori in corso, che sta costruendo qualcosa di nuovo e grande e che questa costruzione richiede sforzi immensi.
Nessuno tranne lui può sapere quanto il compito che ha deciso di prendere sulle spalle sia difficile. Ma possiamo immaginare che traghettare il mega transatlantico di Chanel dalle acque stagnanti in cui lo ha trovato ad una tempesta oceanica controllata, più adeguata ai tempi moderni, sia un lavoro lungo e complesso.
Il passato, l’heritage, l’enorme sistema simbolico che il marchio si porta dietro sono diventati, nel tempo, la sua zavorra. Nato come progetto iconoclasta da una donna che ha fatto della propria affermazione la sua unica ragione di vita, dalla sua scomparsa è diventato qualcosa di profondamente diverso.
Il tailleur di tweed colorato, forse l’oggetto più copiato della storia della moda, ha smesso di raccontare una storia di liberazione ed è diventato simbolo di privilegio, di conformismo e anche di provincialismo.
Il colore e la decorazione sono stati usati per raccontare un universo leggero, ottimista, spensierato e molto, molto ricco, dimenticando la connotazione di eccentrica ironia, di critica ai solidi e noiosi valori borghesi.
Stessa cosa vale per la bigiotteria, per le camelie, per le catene dorate. Per le creme e i rossetti.
Ma soprattutto si è persa nel tempo la carica rivoluzionaria che Chanel ha portato nella moda durante la prima parte della sua carriera, prima della Seconda Guerra Mondiale. Gli abiti morbidi in maglia, la petite robe noire, il tweed maschile, i pantaloni. Tutti oggetti che parlavano della condizione femminile e ne riaffermavano la centralità.
Matthieu Blazy usa gli stessi codici decorativisti di Karl Lagerfeld ma racconta esattamente l’opposto, mettendo coscientemente in crisi un sistema che è talmente incollato all’immaginario collettivo da sembrare inscalfibile.
Adesso è facile immaginare uno di quei tailleur addosso a una donna che non dipende da un marito ricco e che può trasformare un due pezzi pensato solo per cerimonie matrimoniali in un oggetto quotidiano. O quasi.
I tailleur rimangono colorati come caramelle ma, osservati da vicino nei loro pattern ossessivi, non sono più oggetti accondiscendenti, non raccontano più di formalismi da uptown New York o eccessi alla Dubai Mall. Sono strani oggetti del desiderio più vicini a un sogno in acido che alla messa della domenica.
Ma sono anche pezzi di maglia quotidiana, giubbotti presi dallo sportswear e lucidi abiti da sera che vengono direttamente dagli anni ’20.
Tutto pensato per ricostruire un mondo intorno al marchio senza provocare fratture. Matthieu non ama il conflitto, non scava nei traumi, non sgancia bombe perché non vuole essere rimproverato da nessuno.
Ha una fede incrollabile nella capacità di sradicare anche la più condivisa delle abitudini, la più radicata tra le credenze.
È probabilmente una persona che ha attraversato deserti e che quei deserti vuole riempire di bellezza.