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Il campeggio

Il telo liso, verde militare, lasciava passare un po’ di luce. Il ragazzo si mise a sedere e guardò il mondo oltre l’apertura triangolare della tenda:  in quel quadro distante c’era suo papà e il fornelletto a gas. Sopra il fornelletto c’era un pentolino di metallo da cui usciva il vapore.

Buongiorno, disse papà.

Il ragazzo uscì dalla tenda e si stiracchiò. La radura era come la ricordava, le piante sghembe, il tetto di foglie, il tappeto d’erba piegata, il pietrisco, era tutto nella stessa posizione di ieri pomeriggio.

Ho fame, disse il ragazzo.

Papà gli allungò dei biscotti secchi e gli versò una tazza del liquido che bolliva sul fornelletto. Era latte.

E lo zucchero?

L’ho scordato.

Il ragazzo bevve lo stesso anche se il latte così faceva schifo e lui aveva una fame da lupi. Lì, in mezzo al bosco, di guardare i cartoni del mattino non se ne parlava. Avevano piantato la tenda vicino a un declivio, oltre le cime degli alberi si intravedevano le vette coperte di neve e l’azzurro splendente del sole estivo. L’aria era ancora fredda e tutto sommato il latte caldo, benché senza zucchero, non era poi così male.

Papà si accese una sigaretta e si sedette accanto a lui. Il ragazzo prese un altro biscotto e continuò a mangiare in piedi, come se dovesse andare da qualche parte. Nello sguardo di papà c’era qualcosa di strano. Era un brav’uomo ma di recente i problemi erano diventati davvero troppi, anche per lui.

Hai dormito bene?

Sì.

Papà inspirò a fondo l’aria di montagna e poi tornò a fumare con quella strana espressione di colpevolezza sulla faccia. Il ragazzo finì la colazione e aiutò papà a pulire. Tornò nella tenda, prese il Gameboy dallo zaino e l’accese ma sullo schermo non comparve niente.

Abbiamo delle batterie di ricambio?

Qui?

Sì.

Papà si mise a ridere, prese la Settimana enigmistica dal seggiolino pieghevole e gliela lanciò. Puoi fare questa se ti annoi. Tra poco si parte.

Torniamo a casa?

Siamo appena arrivati.

Il ragazzo sbuffò.

Senti se ti piace questa idea, stasera barbecue. Facciamo un fuoco vero e ci sbaffiamo tutta la carne che ci siamo portati dietro.

Il ragazzo guardò il frigobox all’interno della tenda e si strinse nelle spalle.

Il resto della mattinata la passò a giocare al torrente mentre papà leggeva un libro e fumava seduto sulla seggiolina troppo piccola per il suo sedere. A mezzogiorno un po’ di carne in scatola scaldata su un padellino, pane secco e acqua. Papà si concesse una birra.

È ora di andare, disse Papà guardando a sud.

Il ragazzo lo seguì tra gli alberi, nel fitto del bosco.

Venivo spesso qui con il nonno, disse papà, tanto tempo fa, prima che morisse. Invece tua madre qui non c’è mai stata.

Non ce lo vedo il nonno a fare camping.

Papà accelerò il passo, superarono una radice gigante sbucata in superficie. Dove erano arrivati loro era buio, la luce del sole non riusciva a superare il tetto di foglie. Faceva freddo e c’era un odore nauseante di cose marce.

Mentre camminava il ragazzo pensava al Gameboy inutilizzabile e ai suoi amici lontani, da qualche parte in vacanza. Li avrebbe rivisti all’inizio della scuola e questo era un bene, ma sarebbe anche ricominciata la scuola e questa era proprio una grande fregatura. Ma anche lì, senza una piscina in cui tuffarsi, una bicicletta da inforcare e un cinema a cui andare, non era poi così male.

Papà era un brav’uomo, a casa si vedevano pochissimo, un po’ al mattino e poi alla sera quando lui rientrava dal lavoro tardi e si sedeva da solo a tavola con il televisore acceso davanti. Ma papà la televisione non la guardava, fissava un punto davanti a lui. Il ragazzo spesso lo prendeva in giro perché si imbambolava e papà rideva e gli dava ragione. Alla fine l’idea di quei tre giorni in montagna era venuta a papà. Per passare un po’ di tempo insieme. Non era un’idea malvagia, ma non era nemmeno un’idea grandiosa. E il ragazzo aveva accettato con cautela perché cos’altro avrebbe potuto fare? Non voleva passare un po’ di tempo con suo papà?

Siamo arrivati.

Dove? domandò il ragazzo.

Vado a raccogliere la legna.

Vengo con te.

No, tu stai qui.

Perché?

Ci sono le vipere dove vado.

E a te non ti mordono?

So come fare.

Spiegalo anche a me.

Un’altra volta, ora aspettami qui, torno subito.

Papà si inerpicò giù per un pendio, scese aggrappandosi a un ramo e sollevando polvere e foglie. Il ragazzo non lo vide più ma sentì il rumore degli scarponi finché non lo sentì più. Allora si sedette su un grosso sasso coperto di muschio e si mise a fischiettare. Una fila di formiche attraversava una grande foglia ingiallita. Lui cercò di contarle ma dopo qualche tentativo si arrese.

Il bosco non era mai silenzioso. C’era sempre qualche rumore, cose che si spezzano, versi di uccelli, fruscii, sibili. Dopo un po’, ascoltando con attenzione, il ragazzo si sentì a disagio, come se stesse origliando qualcosa di proibito.

Passò il tempo e il suo orologio Casio gli fece notare che ne era passato parecchio. Il ragazzo non capì subito la sua situazione ma appena la capì scattò in piedi, come se il pericolo fosse un avversario da affrontare subito.

A questo punto arrivò il panico.

Papà! Papà! Tutto bene? Papà!

Dal bosco non arrivò nessuna risposta.

Si avvicinò al pendio dietro cui era scomparso papà e vide una distesa impenetrabile di rovi e ortiche alte fino al collo.

Papà! Dove sei! Non è divertente!

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