
Notte. Interno di un garage doppio. Due vigili del fuoco con maschere antigas spengono le auto parcheggiate. Due tubi di gomma gialla, attaccati agli scappamenti con del nastro isolante, serpeggiano verso l'interno della casa. Una villetta anonima, una casa come tante. Seguiamo i pompieri sul percorso dei tubi che salgono al primo piano. Uno entra nella camera matrimoniale: i genitori distesi sul letto, con le coperte rimboccate, sembrano dormire. L'altro finisce direttamente nella bocca della sorella della protagonista: è seduta a terra, ci guarda con occhi di vetro. Sopra di lei, sulla scrivania, sullo schermo del computer acceso c'è una notifica: ha ricevuto 4 mail.
Non le leggerà mai.
Midsommar si apre così, con una straziante scena domestica, una specie di sbirciata dentro casa di gente comune. Come me e te. Il film si chiuderà con un sacrificio umano alla luce del sole, ma a mio parere la scena iniziale resta di gran lunga più terrificante. Non ci sono mostri, non c'è il soprannaturale, c'è l'ordinario, la vita di tutti i giorni che conosciamo bene e poi una scelta. Terribile. Senza appello. Il dolore che ne seguirà porterà la protagonista verso un altro tipo di orrore, paradossalmente molto meno spaventoso di questo. Un orrore, il primo, che non la abbandonerà mai, lo porterà con sé ovunque vada.

Get Out invece racconta la storia di un velo che cade. Una coppia di ragazzi — lui nero, lei bianca — va a incontrare la famiglia di lei. Una famiglia molto benestante ma di idee liberal, aperta a questa unione interraziale. Vediamo la splendida villa di famiglia circondata da campi e boschi, vediamo ricevimenti, ospiti eleganti. Tutto è perfetto. Tutto è come dovrebbe essere: una realtà in cui l'amore abbatte differenze di razza o di ricchezza.
E poi il velo cade.
E dietro il velo c'è la verità: quel quadretto così ordinario e "normale" nasconde convinzioni opposte a quelle sbandierate. Le differenze ci sono eccome. E con le differenze c'è anche il diritto di vita e di morte su quell'essere inferiore che la figlia ha portato a casa solo ed esclusivamente perché così le è stato ordinato di fare. Da dove nasce questo diritto? Dai soldi. Lo spaccato che ne esce di questa enclave bianca e liberal — autoassolutiva, autocelebrativa e dedita in segreto ai peggiori abomini — dovrebbe stupirci.
E invece no.
È una conferma.
Entrambi questi film escono in un decennio in cui la normalità ha smesso di essere rassicurante. Viviamo in un momento in cui il quadretto ordinario, la famiglia felice, il vicino cordiale, il politico rassicurante portano sempre a una domanda implicita: cosa c'è dietro?
Non è cinismo.
È qualcosa di più profondo che si è incrinato: è la sensazione che le istituzioni, le convenzioni, i rituali sociali che dovrebbero proteggerci, anche da noi stessi, siano esattamente il posto in cui si nasconde il pericolo. Che la villetta anonima sia l'anticamera dell'inferno. Che il sorriso cordiale sia una maschera dietro cui si nasconde la crudeltà.
La fantascienza e l'horror lo hanno sempre saputo e hanno cercato di avvisarci. Oggi non devono più inventarsi niente. Devono solo guardare dentro le nostre finestre.
Se la normalità è diventata il luogo più pericoloso da abitare, cos'è che stiamo difendendo quando diciamo che va tutto bene?