
Continuo a esplorare il territorio in preparazione del romanzo sulle streghe.
Se mai sarà.
Una nota iniziale è necessaria. Il concetto di strega è carico di significati sociali ben precisi, legati indissolubilmente al femminismo, alle sue lotte e rivendicazioni.
Il mio sguardo sull’argomento non sarà mai, per quanto mi sforzi, il punto di vista di una donna. Ne sono consapevole, così come sono consapevole che sarà difficile e forse impossibile eliminare questo “bias di genere” dal lavoro che verrà. Questa premessa, secondo me, va fatta a monte, prima di scrivere la prima riga.
È un limite forse, ma si fa con quello che si ha a disposizione.
Quello che posso fare è guardare con attenzione, annotare quello che vedo, e cercare di non interpretare per quanto sia possibile.
Per ora mi sembra abbastanza.
Dopo Suspiria di Dario Argento (Opens in a new window), mi fermo su Marianne, serie francese prodotta da Netflix nel 2019, otto episodi, creata da Samuel Bodin.
È un oggetto narrativo molto diverso dal film di Argento per ovvi motivi, tutti secondo me interessanti e, almeno per me, utilissimi. Suspiria lavorava sull’architettura, sul simbolismo esplicito, sulla messa in scena come linguaggio.
Marianne lavora sul corpo. In particolare su quello femminile. E su cosa succede quando una forza esterna ne prende il controllo.
Vale la pena fermarsi su questo punto con attenzione, anche a costo di dire qualche cosa di scomodo.
Il corpo come campo di battaglia

La protagonista è Emma Larsimon, scrittrice di romanzi horror di successo. La storia comincia quando Emma decide di smettere di scrivere la sua serie più famosa, che ha per protagonista la strega Marianne, e scopre che il suo antagonista non è solo il personaggio di un libro (i rimandi al lavoro di Stephen King sono innegabili ma sono evidenti omaggi). È prima di tutto un’entità che abita il paese della sua infanzia e che usa i corpi delle donne del posto come veicoli per manifestarsi nel mondo reale.
Il meccanismo narrativo centrale è la possessione.
Marianne si impossessa di corpi femminili e li usa per comunicare, minacciare, agire nel mondo. Le donne possedute perdono i freni inibitori, compiono azioni non congrue con la loro età e che il loro stato fisico non dovrebbe consentire, dicono cose che nessuna di loro direbbe mai in condizioni normali.
È uno spettacolo perturbante di body horror ma cosa ha a che fare con le streghe?
Quello che vale la pena annotare è il meccanismo semiotico che la serie mette in campo. La bruttezza fisica, il degrado del corpo, l’aspetto sgradevole delle donne possedute: tutto questo viene usato come segnale dell’orrore. È un codice narrativo antico, che viene da lontano, dalle fiabe, dalla letteratura gotica, dall’iconografia cristiana medievale.
La strega è brutta.
La bruttezza segnala il male.
È un escamotage che funziona, nel senso che produce l’effetto desiderato. Ma è anche un escamotage piuttosto pigro. Risolve il problema narrativo prima che lo spettatore abbia il tempo di sviluppare un giudizio proprio.
Segnala il pericolo invece di costruirlo.
Per il romanzo che ho in testa, questa è una strada che non voglio percorrere.
La profanazione come strumento di guerra

C’è però un livello di lettura più interessante, che la serie sfiora senza approfondire del tutto.
Le donne su cui Marianne ha un influsso non diventano semplicemente brutte o spaventose. Tornano a uno stato animalesco: sfidano le convenzioni sociali, i freni culturali, le mediazioni che la civiltà impone ai corpi e in particolare a quelli femminili.
Da un certo punto di vista, guardando la cosa fuori contesto, quello che vediamo è una forma di liberazione. Donne che fanno e dicono esattamente quello che vogliono, senza filtri, senza vergogna, senza paura delle conseguenze.
La serie naturalmente non la presenta così.
E giustamente: lo scopo di Marianne è fare del male, e la libertà che concede alle sue vittime è puramente strumentale. Non libera nessuna: usa i loro corpi.
Ma il meccanismo vale la pena di essere osservato perché rivela qualcosa di importante sulla figura della strega in generale, e su perché questa figura abbia storicamente suscitato una paura così viscerale e sproporzionata. Soprattutto negli uomini.
La strega riprende il pieno controllo del proprio corpo. E lo profana.
Questo, nella mentalità cristiana a cui la tradizione stregonesca si oppone sistematicamente, è un atto di violenza dal preciso significato teologico. Il corpo è il tempio di Dio.
Lo scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi:
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Lo ribadisce tutta la tradizione ascetica successiva. Profanarlo - con l’eccesso, con il piacere, con il rifiuto di qualsiasi limite imposto - è un atto di blasfemia. Non una trasgressione qualsiasi: una dichiarazione di guerra verso Dio.
Buona parte dell’iconografia del sabba (i corpi nudi, i banchetti osceni, i rapporti con gli animali) non nasce dal caos ma dall’inversione sistematica della liturgia cristiana. È un contro-rituale che sa perfettamente cosa sta profanando. La strega non si ribella per ignoranza: si ribella per consapevolezza. Conosce le regole meglio di chiunque altro, e le viola deliberatamente.
Questo cambia completamente il quadro. Il corpo degradato non è il risultato della malvagità: è il suo strumento consapevole. Non un segnale, ma uno strumento.