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by Ātman Journal


○ Di api, fiori, licantropi e cilindrate

○ Spazi condivisi

Siamo felici di annunciarvi l’uscita del Numero Uno cartaceo di Ātman Journal. Questo numero è un progetto autonomo rispetto all’attività online: contiene contenuti inediti e uno spazio di maggiore approfondimento, pensato per un ritmo di lettura più lento. Vi aspettiamo nel nostro tour in giro per l’Italia dove presenteremo il volume.

Nel Numero Uno, Ātman Journal si pone l’obiettivo di affrontare il tema della scomodità sociale, culturale, simbolica e relazionale nel tentativo di assumere prospettive laterali e spesso subalterne, in netto contrasto con l’editoria mainstream.

Ātman Journal – Numero Uno è disponibile sul nostro sito e in tutte le librerie d’Italia.

Link per acquistarlo sul sito: https://atmanjournal.it/prodotto/atman-journal-numero-uno/ (Si apre in una nuova finestra)

Di api, fiori, licantropi e cilindrate

di Dana Moda

Il 24 marzo è uscito un rapporto Censis bello frizzantino, eppure passato del tutto in sordina – del resto stavamo festeggiando la vittoria del No al referendum – intitolato Il piacere degli italiani (Si apre in una nuova finestra), definito dallo stesso Censis un “secondo Rapporto Kinsey” italiano dopo quello condotto nel 2000. Da 25 anni a questa parte la vita sessuale nel bel paese, così come la tranquillità nel parlare di certi argomenti, sono certamente migliorate, ma i metodi e i codici dell’indagine, per quanto mi riguarda, sono stati parecchio deludenti: si parla di maschi e femmine, di preliminari come accessori al coito; la comunità LGBTQIA+ viene citata solo come attrice sociale, e l’unica indagine sull’identità di genere si limita a chiedere di identificarsi attraverso una scala che va da 1 – identità esclusivamente maschile – a 5 – esclusivamente femminile. Insomma, grandi ambizioni loro, grandi aspettative io. Ma lo svolgimento è stato mediocre, a tratti pessimo.

Ammetto però che ci sono delle parti che salvano questo rapporto da una bocciatura totale, ovvero quelle che mi hanno fatta ridere – e che sto per condividere con voi, a patto che non mi giudichiate per avere un senso dell’umorismo completamente rotto. Al capitolo sul numero di partner sessuali avuti, c’è un 4,4% che, messo di fronte a delle opzioni di risposta  che vanno da minimo uno a massimo più di dieci, dichiara, semplicemente, di non ricordarselo. Erano tre? Più di dieci? Not even a clue. Buon per loro, hanno chiaramente avuto qualche decennio selvaggio. Mi sono poi imbattuta in un epiteto, scelto per designare quel 5,3% di intervistati che dichiara di fare sesso ogni giorno: “performanti” – un po’ veicolo a motore, un po’ soft skill su Linkedin – per cui ho seriamente rischiato di cadere dalla sedia. Infine, sempre parlando di quote minoritarie e vita spericolata, solo il 7,7% degli intervistati dichiara di partecipare a orge, e se questo dato mi fa ridere è solo perché, pochi come sono, dovranno per forza conoscersi tutti. 

La parte che ho amato di più, però, non è tra queste. Nel capitolo 9, intitolato “L’ignoranza persistente”, sono stati proposti agli intervistati dei luoghi comuni indubitabilmente falsi – dal superstizioso, al mistico, fino all’anti-vaccinista, che sta bene su tutto, pare – da riconoscere come veri o falsi. Ebbene – tenetevi forte – tra chi ha risposto in modo errato o dice di non sapere rispondere alle domande abbiamo: più di un quarto degli intervistati per i quali “gli spermatozoi sono in numero definito, per cui è importante non sprecarli”, un altro quarto convinto che “con la menopausa la donna non può più provare l'orgasmo” e un del tutto inaspettato 40,3% che ritiene credibile che “nelle notti di luna piena le donne sono più fertili”. L’avevate mai sentita questa? Io ne sono rimasta del tutto affascinata.

Ora, io ci rido sopra – e diciamo che la licantropia da fecondazione rende difficile fare diversamente – perché questo voleva essere un pezzo leggero e – spero – divertente, non l’ennesimo articolo sull'importanza dell’educazione all’affettività e alla sessualità. E invece non ci si può mai prendere una pausa, perché là fuori ci sono persone adulte che credono che i vaccini provochino impotenza! O che durante le mestruazioni una gravidanza sia impossibile! Cosa rispondere, allora, a chi crede che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non serva? Che serve anche fuori dalle scuole!!!!


Se ti interessa questo argomento leggi anche:https://atmanjournal.it/educazione-sentimentale/ (Si apre in una nuova finestra).  

Spazi condivisi

di Milena Caporaso

Qualche giorno fa la mia amica F. mi raccontava di essere stata a cena in un ristorante con il suo bambino E. di pochi mesi. Il piccolo piagnucolava, voleva muoversi, era un po’ curioso dell’ambiente intorno. Lei e il suo compagno L. hanno mangiato a turni cercando di non disturbare gli altri ospiti del locale ma non è stato sufficiente, alcune persone continuavano a rivolgergli occhiate stizzite.

Quello che mi ha colpito, più che il fastidio dei vicini di tavolo, è stato leggere negli occhi di F. un misto di mortificazione e senso di colpa. Il punto non è solo il rumore o un capriccio: è l’idea che i genitori abbiano sbagliato qualcosa, che non stiano accudendo bene il proprio bambino. Ma davvero è sempre così? Davvero ogni pianto o movimento è sintomo di negligenza? La verità è che spesso i genitori fanno il possibile: cercano di rispettare gli altri, si organizzano per minimizzare l’eventuale disturbo, come in questo caso mangiando a turni. 

Situazioni simili le vedo accadere continuamente in qualsiasi luogo pubblico: in treno, in aereo, al bar, al parco, dove un capriccio, un gioco, un urletto fa scattare un giudizio, un commento sottovoce, uno sbuffo, o una richiesta maleducata di far calmare i propri figli. Eppure, questa insofferenza adulta non mi provoca nessun moto di empatia perché non ha davvero senso. Queste reazioni non sono dettate dal presunto fastidio subìto ma dall’intolleranza verso i bambini, i quali, tuttavia, non possono e non devono comportarsi da adulti. Premettendo che parlo di minori dagli 0 ai 10 anni, e al netto del fatto che i genitori non sono mai assolti dal compito di prendersi cura di loro, i piccoli e le piccole devono potersi comportare come tali: fanno rumore, fanno continue domande, si muovono, urlano, ridono, piangono, litigano, sono buffi e goffi, pretendono attenzioni. E se ci pensiamo, anche noi adulti possiamo essere molto fastidiosi: parliamo al telefono ad alta voce, invadiamo spazi altrui, ci lamentiamo in continuazione, fumiamo senza rispettare chi non vorrebbe sorbirsi quel fumo, abbiamo l’alito e le ascelle che puzzano, sporchiamo i luoghi pubblici, interrompiamo gli altri mentre parlano. Potrei andare avanti per tre pagine. 

Non metto in dubbio il fatto che i bambini e le bambine possano non piacere a tutte le persone, né che ci sia chi preferirebbe tranquillità assoluta e silenzio. Quello che è in discussione è la reazione ai comportamenti dei piccoli in contesti pubblici. Ogni bisogno è lecito, compreso quello di voler stare in tranquillità. Ma se decidiamo di recarci in spazi condivisi, non siamo soli. Anche le esigenze e le difficoltà dei piccoli sono legittime. Convivere significa anche condividere lo spazio con chi è diverso da noi. Perché non si riescono ad accogliere gli atteggiamenti di un mini-umano alto meno di un metro e che non è in grado di controllarsi? Pretendere che un bambino si comporti da adulto significa fraintendere l’infanzia. Piuttosto dovremmo chiedere agli adulti di essere più consapevoli.

A coloro che hanno intenzione di avanzare delle obiezioni in merito, voglio porvi una domanda: vi siete mai chiesti quanto date fastidio voi? 

Se ti interessa questo argomento leggi anche:

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