Dallo sgombero del presidio alla manifestazione in piazza, passando per un tavolo istituzionale e un incontro in Comune: la cronaca di un lungo fine settimana che riguarda il futuro di 95 lavoratori e di un intero distretto.

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Da tre settimane, a Seano, è in corso una protesta sindacale contro il licenziamento di 95 lavoratori di un'azienda di logistica cinese, la Acca srl. In un lungo fine settimana, da venerdì mattina a domenica sera, la vertenza è passata dallo sgombero in forze del presidio sindacale, arrivato due giorni dopo l'apertura di un tavolo istituzionale, fino a una manifestazione di piazza e un incontro in Comune. La vicenda ha un'eco che va oltre Prato anche perché Acca è già al centro di sequestri e inchieste per frode fiscale e caporalato.
Venerdì: che cosa è successo
Venerdì 3 luglio, intorno alle 8, la polizia ha rimosso con la forza il presidio permanente che il sindacato Sudd Cobas teneva da due settimane davanti al magazzino della Acca in via Copernico. Una decina di persone sono state portate in questura e rilasciate in serata; verso le 10:15 nuovi tafferugli quando alcuni manifestanti hanno cercato di rientrare nell'area. Il presidio non si è sciolto: da venerdì sera, e tuttora, sindacalisti e operai dormono davanti ai cancelli, con un forte schieramento di forze dell'ordine sul posto.
Lo sgombero è stato eseguito nell'ambito di un decreto di sequestro preventivo della Procura di Prato, che ha aperto un'indagine per violenza privata a carico di otto persone del Sudd Cobas, denunciate da imprenditori cinesi clienti di Acca che da settimane chiedevano di poter recuperare le loro merci, bloccate nel magazzino a causa del picchetto. Il caso, però, non è del tutto chiuso: secondo quanto scrive Il Tirreno (Si apre in una nuova finestra), gran parte della merce è ancora dentro il deposito di Seano, e non è chiaro quanta sia né quando verrà restituita.
Subito dopo, l'avvocato di alcuni degli imprenditori, Nunzio Giudice, ha detto che "ha vinto lo Stato, ha vinto la legalità" (Si apre in una nuova finestra). Il Sudd Cobas ha detto l'esatto contrario: che lo Stato ha deciso di essere "forte con i deboli e debole con i forti", spendendo soldi pubblici per difendere un'azienda accusata di aver evaso 71 milioni di euro di tasse.
Che cos'è Acca, e perché non è un'azienda come le altre

Acca srl è una delle più grandi aziende di logistica a conduzione cinese del distretto pratese, specializzata nel trasporto del "pronto moda". Prima di questa vertenza era già nota per altri due motivi: è sotto processo per sfruttamento del lavoro e caporalato, dopo che nel 2023 e nel 2024 alcuni lavoratori sindacalizzati erano stati aggrediti a sprangate sotto casa; ed è coinvolta in un'indagine della Procura Europea per una frode fiscale da 71 milioni di euro, con un sequestro di beni eseguito nel marzo 2025.
Il 20 giugno la società ha annunciato la chiusura dell'attività e il licenziamento di 95 dipendenti. Il Sudd Cobas ha reagito con lo sciopero e un picchetto permanente, sostenendo che non fosse una vera crisi aziendale ma un modo per liberarsi dei lavoratori sindacalizzati spostando l'attività altrove. Il picchetto ha di fatto bloccato l'uscita delle merci dal magazzino.
Il 23 giugno la tensione è esplosa: circa 250 imprenditori cinesi, radunati anche grazie a un appello circolato su WeChat, hanno cercato di forzare il picchetto ed entrare nel magazzino. Negli scontri sono rimasti feriti cinque poliziotti, tre imprenditori sono stati arrestati (Si apre in una nuova finestra) (e poi rilasciati) e un operaio pakistano è stato investito da un furgone.
Il tavolo che si era aperto due giorni prima
Il 1° luglio la Provincia di Prato ha aperto un tavolo istituzionale, convocato dal presidente Simone Calamai insieme al sindaco di Carmignano Edoardo Prestanti, con la partecipazione del sindaco di Prato Matteo Biffoni, dei sindacalisti Luca Toscano e Sarah Caudiero e dell'avvocato dell'azienda. Lo scopo era trovare una soluzione per la ricollocazione dei 95 lavoratori. La sera stessa Prestanti aveva parlato di un passaggio "dal conflitto al dialogo". Due giorni dopo è arrivato lo sgombero.
Chi sono gli imprenditori che hanno chiesto lo sgombero

Gran parte dei resoconti ha raccontato la vicenda come uno scontro tra "padroni cinesi" e lavoratori sfruttati. Ci sono elementi concreti in questa direzione, ma anche altri che complicano il quadro.
Gli imprenditori coinvolti non sono un gruppo unico: l'avvocato Giudice dice di rappresentarne almeno 30, il sequestro riguardava beni di 21 aziende (di cui solo 13 recuperate venerdì (Si apre in una nuova finestra)), e secondo La Nazione (Si apre in una nuova finestra) i denuncianti assistiti da Giudice e da un altro legale salgono a circa 130 (le cifre delle diverse fonti non sempre coincidono). Nella loro versione, questi imprenditori non hanno un rapporto diretto con Acca: sarebbero solo clienti di un contratto di deposito, con merci stimate in circa 200mila euro (Si apre in una nuova finestra).
Il Sudd Cobas racconta però una versione diversa sull'origine della mobilitazione del 23 giugno: secondo il sindacato, l'appello a un nuovo assalto circolato quella notte su WeChat veniva pubblicato dal profilo "Alix", che il sindacato attribuisce a Fu Shilong, definito come responsabile di Acca già sotto processo per sfruttamento e caporalato. (Si apre in una nuova finestra) Fu Shilong respinge questa ricostruzione: ha annunciato una querela per diffamazione, sostenendo che il Sudd Cobas abbia falsificato la traduzione di un messaggio semplicemente ripubblicato sul suo WeChat (Si apre in una nuova finestra). È una ricostruzione del sindacato che se confermata indebolirebbe l'idea di una mobilitazione spontanea ed estranea alla vertenza.
Sabato: come ha reagito la politica
Venerdì sera Calamai, Biffoni e Prestanti hanno firmato una nota comune (Si apre in una nuova finestra). Dicono di essere "sorpresi" per le modalità dello sgombero, ma aggiungono che il loro riferimento resta "prioritario e assoluto" la legalità, scrivendo che «un picchetto sindacale non può impedire fisicamente, tramite barriere, il normale carico e scarico» delle merci, né l'accesso di chi lavora regolarmente in azienda: una frase che, di fatto, dà torto al metodo usato dal sindacato.
Il giorno dopo, le tre posizioni si sono separate. Prestanti ha usato parole più dure, definendo lo sgombero "una pagina che poteva esserci risparmiata" e avvertendo che da quel momento "i lavoratori avranno meno possibilità di fare valere i loro diritti". Ha inoltre ha preso parte alla manifestazione di domenica con la fascia tricolore. Biffoni ha parlato solo della necessità di salvare i 95 posti di lavoro, senza ripetere la frase sul picchetto. Di Calamai non risulta una nuova dichiarazione che si distanzi dalla nota di venerdì.
Il dettaglio conta perché è proprio Calamai, da sindaco di Montemurlo e presidente della Provincia, ad aver seguito da vicino un'altra vertenza simile: quella della stireria L'Alba, chiusa con il licenziamento di 18 lavoratori, dove era stato il primo a schierarsi apertamente con il Sudd Cobas, disponendo controlli quando l'azienda aveva riaperto sotto un'altra ragione sociale, lo stesso schema del "chiudi e riapri" oggi contestato ad Acca. Che sia rimasto sulla linea della nota di venerdì, mentre gli altri due se ne allontanavano nei toni, è una domanda che rimane. Non a caso Il Tirreno (Si apre in una nuova finestra) descrive il tentativo di Calamai e dei sindaci di giustificare lo sgombero e insieme sollecitare tutele per i lavoratori come un modo per "salvare capra e cavoli".
Nei giorni successivi hanno criticato lo sgombero Pd, Avs, M5s, il presidente della Regione Eugenio Giani ("una forzatura inaccettabile" (Si apre in una nuova finestra)) e la Cgil Toscana (Si apre in una nuova finestra) (in maniera abbastanza timida). Il centrodestra pratese, con Banchelli, ha difeso il principio che nessuno può impedire ad altri di lavorare. Una voce diversa è arrivata dal sindacato di polizia Fsp, che ha ricordato come le forze dell'ordine eseguano disposizioni e non decidano le vertenze.
C'è infine un punto giuridico non secondario: l'applicazione ai picchetti sindacali del reato di violenza privata (art. 610 c.p.) è materia dibattuta. I sindacalisti sostengono, come riportato da Il Tirreno, di non essere mai stati condannati per questo reato nonostante decine di picchetti, compreso quello alla Texprint (Si apre in una nuova finestra), dove l'accusa fu contestata agli stessi Toscano e Caudiero. Nel caso Acca, in ogni caso, a nessun lavoratore è stato impedito di andare al lavoro, il che rende più incerta un'applicazione estensiva del reato.
Domenica: la manifestazione

La manifestazione convocata dal Sudd Cobas in piazza del Comune, con lo slogan "Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù", ha chiuso la giornata di piazza. Sulla merce ancora nel deposito, di cui si è detto sopra, Luca Toscano ha dato un numero preciso: "tutta quella violenza che è stata usata è servita solamente a far uscire meno del 10% della merce che era lì dentro".
Toscano ha spostato il ragionamento su un punto specifico: "loro non gli interessa la merce dentro il magazzino, loro gli interessa di mettere in ginocchio i lavoratori di questa città". Ha ricordato che l'appello degli imprenditori circolato prima dell'assalto del 23 giugno parlava, nella sua traduzione, di "vendicarci di tutti i torti che abbiamo subito in questi anni" e di mettere in ginocchio "il sindacato dei tremila neri". Gli stessi che venerdì sera, ha raccontato il sindacalista, festeggiavano sui social a seguito degli sgomberi.
Toscano ha poi rivendicato lo stesso metodo del picchetto usato, negli ultimi diciotto mesi, in circa 150 aziende del distretto, dicendo di volersi "autodenunciare" per le stesse azioni contestate oggi come violenza privata, coerenti con "quello che facciamo da otto anni".
Sul piano degli argomenti, il passaggio più strutturato del discorso è stato quello costituzionale: dopo l'articolo 40 sulla libertà di sciopero, Toscano ha citato l'articolo 41, spesso invocato da chi in Procura sostiene che il diritto di sciopero abbia comunque dei limiti, ricordando che lo stesso articolo vieta all'iniziativa economica privata di "recare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Dopo la manifestazione, l'incontro in Comune

Al termine del corteo, il sindaco Matteo Biffoni e il vicesindaco Diego Blasi hanno ricevuto in Comune una delegazione del Sudd Cobas con alcuni lavoratori di Acca, in un incontro definito "franco e necessario". Biffoni e Blasi hanno confermato la priorità della salvaguardia dei 95 posti di lavoro, "messi a rischio dalla chiusura improvvisa e opaca dell'azienda": prima volta che un'istituzione usa la parola "opaca". Il sindacato ha ribadito il sospetto del "chiudi e riapri"; il Comune ha annunciato l'avvio di verifiche tecniche sugli strumenti amministrativi a sua disposizione, confermando la volontà di proseguire nel tavolo della Provincia.
Lunedì: quello che ancora non si sa
Il primo: se la chiusura di Acca sia davvero un caso di "chiudi e riapri", come sostiene il sindacato. È un'ipotesi tutt'altro che campata in aria, c’è da dire.
Il secondo: perché la Procura sia intervenuta con questa durezza proprio ora, dopo quasi quattro anni senza uno sgombero simile. Nessuno ha dato una risposta pubblica: l'ipotesi più citata è che qui gli interessi economici in gioco fossero più grandi che in altri casi.
Il terzo: quali strumenti concreti riusciranno a mettere in campo il Comune e il tavolo della Provincia, ora che il sindacato ha perso la sua leva fisica di pressione e le verifiche tecniche annunciate restano ancora tutte da definire, mentre l'indagine per violenza privata a carico dei sindacalisti segue il suo corso.
Dietro le due narrazioni contrapposte di questo lungo fine settimana restano i 95 lavoratori che rischiano il posto, e una domanda che va oltre il caso Acca: quanto vale ancora, in questo distretto come in tutta Italia, il diritto di sciopero come strumento per far rispettare contratti e dignità sul lavoro.