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Alla fine non succede niente

C'è un momento preciso in cui capisci che un libro di fantascienza non ti darà quello che ti aspettavi. La tensione accumulata per trecento pagine non si scarica, non esplode, non si risolve in niente che assomigli a una risposta.

Rimane lì, sospesa, e il libro finisce lo stesso.

La prima reazione, quasi sempre, è: tradimento!

Il contratto con il lettore

La fantascienza funziona (spesso) per accumulo. Costruisce mondi interiori ed esteriori che non esistono e poi li mette sotto pressione. C’è sempre una minaccia, un’anomalia, una domanda che cresce fino a diventare la domanda. È il famoso percorso dell’eroe, lo sviluppo nei famosi tre atti, che lo vuole, e quasi tutti gli autori obbediscono. Il terzo atto, la conclusione, deve riallacciare i fili della storia in un arazzo che abbia un senso per il lettore. La famosa catarsi.

Questo meccanismo è una promessa: dice al lettore che la tensione ha uno scopo, le cose si concludono, il mondo, per quanto strano, è alla fine leggibile e avrà un senso.

È una promessa filosofica prima ancora che narrativa. Il finale catartico non dice solo la storia è finita, levati dalle scatole; dice così funziona la realtà.

L'azione produce conseguenze, le domande hanno risposte, il caos ha una forma che prima o poi si rivela. La fantascienza (ma azzarderei a dire quasi tutta la narrativa di genere) ha costruito gran parte della sua autorevolezza su questa garanzia.

E noi ce la siamo bevuta.

Aspettative vs realtà

Il libro dei teschi di Robert Silverberg porta quattro studenti universitari in un monastero nel deserto americano, dove si dice che una confraternita custodisca il segreto dell'immortalità. Il romanzo accumula tensione per trecento pagine. I personaggi cambiano, si logorano, si tradiscono a vicenda e alla fine non risponde alla domanda centrale: c’è o non c’è questo segreto nel monastero? Il monastero esiste, la confraternita esiste, ma se il segreto sia reale o se i quattro stiano solo impazzendo, non si saprà mai. Silverberg non lo dice. Non perché abbia dimenticato di farlo per sbadataggine. Ha deciso che quella domanda non ha risposta, o che la risposta non appartiene al lettore.

Annientamento di Jeff VanderMeer non spiega niente. La protagonista entra in una zona anomala, vede cose che non dovrebbe vedere, cambia in modi che non riesce a descrivere, e alla fine non torna. Non c'è rivelazione, non c'è comprensione, c'è trasformazione. Il lettore che aspetta una risposta rimane a mani vuote, e questa forse è esattamente la risposta che merita.

2001: Odissea nello spazio (il film, non il romanzo) porta questo processo al limite. L'ultimo atto è silenzio e immagini che non si lasciano decodificare. Kubrick rimuove sistematicamente ogni appiglio interpretativo. Quello che rimane è qualcosa che assomiglia all'esperienza mistica: intuiamo senza averne la certezza la presenza di qualcosa di più grande ma non c’è mediazione e nessuna spiegazione.

Tre casi di dispetti ai lettori e al pubblico. Tre tentativi riusciti di creare disorientamento, confusione, diverse domande e in alcuni casi anche un po’ di ostilità e risentimento. Si potrebbe avere la tentazione di chiamare in causa l’incompiuto ma sarebbe un errore. Queste tre storie sono concluse così. E se noi rimaniamo con l’amaro in bocca dovremmo domandarci quali fossero le nostre aspettative: siamo certi fossero legittime?

La pistola di Čechov che non spara

Viviamo in un'epoca ossessionata dalla narrazione. Ma di quale tipo? Ogni evento, piccolo o grande che sia, deve avere un eroe che percorre il suo arco. Ogni crisi ha un colpevole. Ogni disastro una spiegazione che lo renda tollerabile. I complotti funzionano così: non perché la gente sia stupida, ma perché offrono quello che la realtà nega.

Il finale.

Qualcuno sapeva, qualcuno ha deciso, c'è una stanza in cui tutto si tiene insieme. Il caos diventa leggibile. La tensione si scarica.

In questo contesto, un finale che non conclude non è un difetto formale. È una posizione politica scomodissima.

Rifiutare la catarsi significa rifiutare l'idea che il mondo abbia la forma di una storia ben costruita. Significa dire: le cose non si risolvono necessariamente, le domande possono restare aperte senza che questo sia una sconfitta, la complessità non è un problema da eliminare ma una condizione da abitare. Non è nichilismo (il nichilismo sarebbe già una risposta), è qualcosa di più scomodo: onestà sulla struttura della realtà.

La fantascienza che accetta i finali anticlimatici fa una cosa politicamente precisa. Si rifiuta di consolare. Si rifiuta di dire che l'accumulo di tensione - storico, sociale, esistenziale… - produrrà necessariamente qualcosa. Che l’alleanza ribelle riuscirà a spodestare il dittatore, che la minoranza oppressa verrà vendicata… Che prima o poi arriverà la risposta, la risoluzione.

Potrebbe non arrivare mai.

Questo è difficile da accettare.

Ed è esattamente per questo che vale la pena raccontarlo e leggerlo.

Imparare ad accettare

Anche io odio i finali anticlimatici. Ed è giusto che sia così. Li leggevo come una mancanza di coraggio, di mestiere, di rispetto per chi aveva investito tempo e attenzione. Volevo la risposta. Avevo diritto alla risposta.

A un certo punto ho capito che quella pretesa non riguardava i libri. Riguardava me, e quello che mi aspettavo dal mondo.

Accettare un finale anticlimatico è un esercizio che si fa contemporaneamente dentro e fuori dalla pagina. Significa allenarsi a stare nell'incertezza senza cercare la via d'uscita più rapida, a resistere al sollievo facile della spiegazione.

È scomodo perché deve esserlo.

È anche, credo, necessario. Forse più adesso che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni, quando la domanda più urgente non è come va a finire ma se siamo capaci di continuare a camminare anche senza saperlo.

La fantascienza che rifiuta la catarsi non ci dà quello che vogliamo. Ci dà qualcosa di più difficile da usare e più difficile da dimenticare: tante domande senza risposte.

Per il resto dobbiamo arrangiarci noi.

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