
La collezione mandata in scena da JW Anderson a Los Angeles sembra aver aperto una crepa nella storia d’amore tra lui e la stampa. Ma qui dentro c’è molto di più di una sfilata imperfetta
Iniziamo la newsletter con una rettifica, anzi no una specifica rispetto alla scorsa newsletter, che mi è stata giustamente suggerita dalla mia direttrice, che la mia newsletter la legge (un dato di cui mi ero totalmente dimenticata). Esiste (in Italia) una sostanziale differenza tra Head of content ed Editor in chief non solo perché il secondo ha la libertà di immaginare un giornale senza dover chiedere il permesso a qualcuno sopra di lui, ma anche perché l’EIC ha una responsabilità che all’Head of content viene risparmiata.
Il direttore è obbligato, nella maggior parte dei casi, a essere un giornalista professionista, ed è di conseguenza anche responsabile a livello legale di ciò che viene detto sulla testata. Spesso gli Head of content non sono né giornalisti professionisti né pubblicisti e di conseguenza esiste parallelamente la figura di un “Direttore responsabile” che assolve quella complessa funzione.
Grazie per la veloce partecipazione a questo micro Ted Talk, e arriviamo a noi.
«Allo show di Dior a LA c’erano molte celebrity, ma non altrettanta sostanza da parte di JW Anderson» lo ha scritto sul The Cut (Opens in a new window) Cathy Horyn, una giornalista che è sempre stata grande estimatrice del lavoro di Anderson, e la sua critica non è quindi possibile derubricarla a rage-bait di un content creator qualsiasi disposto a surfare la frustrazione per farsi notare nel feed. Altrove nel web sono stati molto meno clementi. Ma perché? E cosa, questa sfilata dell’enfant prodige Anderson, amatissimo dagli addetti ai lavori, può dirci che vada oltre il singolo vestito?