Di remigrazione, di piazze contrapposte (e di quelle mai davvero unite) e del perché questa storia rischia di non fare bene alla destra che si professa moderata a Prato

“...’sti poracci, che oltre a essersi fatti la navigata, la sosta...mo se stanno a fa’ pure dieci ore di pullman, e quando arrivano qua se devono gode’ pure sta rottura de cojoni dei fascisti”
Furono queste le parole, diventate virali nel 2018, che pronunciò Ivano Ceccarelli, un semplice cittadino ai microfoni di La7 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) contro la manifestazione di Casapound per l’arrivo a Rocca Di Papa di 100 migranti sbarcati dalla nave della Guardia costiera Diciotti dopo i giorni di stallo imposto dal Viminale.
Ecco. Io in queste settimane nella mia città mi sento un po’ Ivano al pensiero di quello che succederà nelle prossime ore.
Premessa doverosa: Casapound, Rete dei Patrioti, Etruria 14 (che organizza a Prato la manifestazione del 7 marzo), chi ha promosso il concetto della remigrazione in Europa, fanno in molti casi parte di un’area dell’estrema destra che non ha mai rinnegato il fascismo (o il nazismo in alcuni casi europei) e si rifà spesso a quella cultura là (Etruria 14 commemora con tanto di fiori e post su facebook la morte dei gerarchi fascisti). Quindi li chiameremo col loro nome: fascisti. Sembra ne vadano pure fieri.
Da qui la seconda premessa: tutte le forze di destra sono fasciste? No. Quelle che scenderanno in piazza a manifestare per la remigrazione nello specifico, sì. E questo è un cortocircuito che non fa bene a tutto il centrodestra, ma ne parlo più avanti.
I problemi reali delle persone sono altri? Si. Ma anche no. I problemi possono essere molteplici, possono avere pesi e misure diverse o uguali. E soprattutto li possiamo affrontare contemporaneamente.
Fine premessa.
A Prato, il 7 marzo è una specie di giorno-simbolo del calendario laico cittadino: quello in cui si ricordano gli scioperi del marzo 1944 e le deportazioni che seguirono, con i rastrellamenti nelle fabbriche e nelle strade, la detenzione al Castello dell’Imperatore e poi i treni verso Mauthausen ed Ebensee. È una storia che in città si racconta da decenni anche perché è una storia molto pratese: operaia, antifascista, con un numero enorme di famiglie che da quel giorno si sono portate dietro un’assenza e pochissimi fortunati tornati vivi dai campi di concentramento in cui erano finiti per mano sia nazista che italiana.
Il 7 marzo 2026, per una di quelle scelte che fanno apposta a essere “messaggi”, Prato ospiterà una manifestazione nazionale del comitato “Remigrazione e Riconquista”, promossa e organizzata in città da Etruria 14. La Prefettura ha dato il via libera, e insieme al via libera è arrivata anche la seconda cosa inevitabile: una contro-manifestazione (o meglio due, ma ne parliamo più avanti anche di questo) antifascista, convocata da Sudd Cobas, Comitato 25 Aprile e poi sostenuta “di lato” da una galassia più ampia di realtà (Aned, Anpi, comitati, partiti, sindacati, associazioni).
Non è solo “ordine pubblico”. È il classico copione delle città italiane quando qualcuno prova a piantare una bandierina identitaria su una data sensibile. Solo che qui la data sensibile non è un anniversario generico: è quel 7 marzo.
La scelta della data e la città commissariata
Prato in questo momento è una città commissariata. Significa che non c’è un sindaco/a né una giunta eletta che debbano assumersi, o anche solo spiegare, una decisione politica. C’è un commissario prefettizio che amministra l’ordinario e che, per definizione, tende a muoversi dentro una logica più amministrativa che politica: garantire i diritti costituzionali, mantenere l’ordine pubblico, evitare che le situazioni degenerino.
In teoria è una posizione neutra. In pratica, però, questa neutralità rischia di produrre un effetto molto concreto: rendere più difficile opporsi politicamente a iniziative come quella della manifestazione sulla remigrazione.
Una giunta eletta avrebbe potuto scegliere di assumere una posizione pubblica più netta come chiedere formalmente alla Prefettura di vietare la manifestazione, costruire una risposta istituzionale forte, trasformare quella giornata in un momento politico cittadino. Un commissario (e la prefettura che dà l’ok), per natura e per mandato, tende invece a limitarsi a far funzionare le procedure: se non ci sono gli estremi giuridici per vietare un corteo, il corteo si autorizza.
Non è necessariamente una scelta sbagliata. Sicuramente è una scelta che, di fatto, finisce per avvantaggiare chi quella manifestazione vuole farla.
La macchina istituzionale nel frattempo ha provato almeno a proteggere il significato civile della giornata. La cerimonia ufficiale per ricordare gli scioperi del 1944 e la deportazione dei lavoratori pratesi è stata fissata la mattina del 7 marzo alle 9.30 in piazza delle Carceri, con la deposizione della corona e la partecipazione delle autorità.
Programmare la commemorazione nelle prime ore della giornata è anche un modo per “mettere in sicurezza” la memoria: ribadire che quella data appartiene prima di tutto alla storia civile della città, prima che diventi il terreno di uno scontro politico.
Ma il risultato complessivo è già abbastanza chiaro. Da settimane a Prato si parla quasi solo di questo: fascisti e antifascisti, autorizzazioni, percorsi, appelli, comunicati.
Chi organizza: Etruria 14, un nome che a Prato è già noto

La manifestazione del comitato “Remigrazione e Riconquista” è stata annunciata e presentata come iniziativa promossa localmente da Etruria 14, un’associazione attiva a Prato da anni e che, nelle ricostruzioni giornalistiche, viene descritta come vicina alla destra estrema.
Etruria 14 non è un gruppo “spuntato ieri”. Attorno a quell’area in città ci sono polemiche ricorrenti: per esempio la Cgil negli anni scorsi ha parlato esplicitamente di “associazione fascista” (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) riferendosi a Etruria 14 in occasione di uno striscione intimidatorio davanti alla Camera del Lavoro. Sul piano dell’autonarrazione, Etruria 14 si definisce un’associazione “metapolitica” nata per “diffondere certi valori fondamentali per la rinascita di Prato”.
In parallelo, nella galassia social collegata all’associazione compaiono anche contenuti di commemorazione e omaggio a figure del fascismo: in particolare a Federico Guglielmo Florio, indicato come “comandante delle Squadre d’Azione”, con rituali pubblici e fiori. È il tipo di dettaglio che, a Prato, non resta mai un “dettaglio”, perché la memoria del fascismo, in questa porzione d’Italia, non è una materia astratta.
Accanto a loro, “di lato” pure lui, l’ex consigliere comunale della Lega Claudiu Stanasel, ex referente locale della corrente vannacciana, adesso candidato sindaco del partito di Salvini. Prova del fatto che la remigrazione piace anche ad una certa destra all’interno dei principali partiti, anche al governo.
Non è la prima volta: il precedente del 2019

L’ultima volta che a Prato si vide una contrapposizione così netta tra una mobilitazione di estrema destra e una risposta antifascista ampia e cittadina fu nel 2019, quando Forza Nuova organizzò una manifestazione nazionale che, anche se raccontata con altre parole, sempre per quelle coincidenze strane, cadeva nel centenario della nascita dei Fasci di combattimento.
All’epoca la città reagì con un fronte larghissimo: istituzioni, associazioni, sindacati, e una contro-manifestazione molto partecipata con 5000 persone scese in piazza (contro le 150 nella piazza di Forza Nuova).
Quel precedente è utile per due motivi. Il primo è pratico: mostra che quando la tensione sale, Prato tende a rispondere non con una sigla sola ma con un blocco sociale e associativo largo. Il secondo è politico: nel 2019 c’era un sindaco eletto e un’amministrazione che potevano fare da perno istituzionale della risposta. Nel 2026 la città è commissariata, e questo rende tutto più “nudo”: meno mediazioni, più piazza, più comunicati, più rischio di polarizzazione.
Che cos’è la remigrazione e quale ideologia c’è dietro
Dentro questa vicenda molto locale, una manifestazione, una contro-manifestazione, una data simbolica, c’è però anche una storia politica molto più grande. Perché la parola attorno a cui ruota tutto, remigrazione, non nasce a Prato e non nasce neppure in Italia.
Negli ultimi anni è diventata una parola chiave nel linguaggio dei movimenti identitari e della destra radicale europea. Il concetto è legato alla teoria della “grande sostituzione”, resa popolare dallo scrittore francese Renaud Camus, secondo cui l’immigrazione sarebbe parte di un processo di trasformazione demografica dell’Europa favorito dalle élite politiche e culturali occidentali.
In questo quadro, la remigrazione viene presentata come la risposta politica: non solo fermare l’immigrazione, ma invertire almeno in parte quella già avvenuta.
Uno dei principali teorici contemporanei di questa idea è l’attivista austriaco Martin Sellner, figura centrale del movimento identitario europeo di estrema destra. Sellner sostiene che la remigrazione dovrebbe riguardare tre categorie: gli immigrati irregolari, gli immigrati regolari considerati “un peso per lo Stato” o responsabili di reati e, nella versione più radicale della teoria, anche cittadini naturalizzati giudicati “non assimilati”.
Il punto centrale è proprio questo: l’appartenenza a una comunità politica non sarebbe più garantita soltanto dalla legge o dalla cittadinanza, ma da criteri molto più vaghi e labili come identità culturale o assimilazione.
Anche in Italia il concetto ha iniziato a circolare negli ultimi anni, soprattutto negli ambienti della destra extraparlamentare e di una certa destra legata per esempio al generale Roberto Vannacci. Negli ultimi mesi è stato formalizzato anche in una proposta di legge (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) di iniziativa popolare intitolata Remigrazione e Riconquista che vede trai promotori Casapound, Brescia ai bresciani, Rete dei patrioti.
Nel testo la remigrazione viene definita come “il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine”, non per forza nel Paese di origine. Ma il documento contiene anche un impianto più ampio. Tra i principi generali si afferma per esempio che “non esiste un diritto intrinseco a migrare” e che “ogni ingresso deve essere giustificato, controllato e monitorato; ogni permanenza è subordinata al rispetto rigoroso delle norme italiane”.
Accanto agli incentivi al ritorno degli italo-discendenti (con fondi non ben identificati) il testo introduce nuove misure su espulsioni, registri e controlli e collega la questione migratoria anche a un discorso demografico e identitario.
È proprio questo intreccio, tra sicurezza, identità e popolazione, che colloca il concetto di remigrazione dentro una visione politica precisa, nata negli ambienti della destra radicale europea e che negli ultimi anni ha iniziato lentamente a entrare anche nel dibattito pubblico più ampio.
Perché proprio Prato
Nelle comunicazioni dei promotori della manifestazione, Prato viene raccontata come una sorta di “città simbolo” dell’immigrazione, soprattutto di quella di origine cinese: il luogo che dimostrerebbe cosa succede quando l’immigrazione “cambia” un territorio. È una narrazione che funziona bene nei discorsi politici e nei social, perché riduce una città complessa a un caso esemplare.
A Prato però questo racconto produce sempre un effetto ambivalente. Da una parte irrita, perché trasforma la città in un caso da convegno o da comizio, semplificando una realtà molto più articolata. Dall’altra riporta alla luce inevitabilmente una discussione che qui esiste davvero e che riguarda sicurezza, lavoro, sfruttamento, legalità e convivenza tra comunità diverse.
Il punto è che queste questioni finiscono quasi sempre per essere incastrate dentro una cornice ideologica. Facciamo un esempio su tutti: negli ultimi anni il dibattito pubblico ha progressivamente identificato il tema della sicurezza con quello dell’immigrazione. Sicurezza e immigrazione sono diventate, nel racconto politico dominante della destra, legate a doppio filo, anche grazie a una certa sinistra e ad una politica “della narrazione” davvero poco legata alla realtà e che spesso ha preferito mettere la polvere sotto al tappeto.
È un meccanismo che ha avuto un effetto abbastanza evidente: invece di discutere seriamente di sicurezza urbana, di lavoro irregolare, di sfruttamento o di marginalità sociale, la conversazione pubblica si sposta quasi automaticamente sul terreno identitario. E quando succede, la politica finisce per inseguire un’agenda che spesso è stata costruita altrove.
Poi c’è la scelta della data. Il 7 marzo, a Prato, non è un giorno qualsiasi. Ed è difficile pensare che sia stata scelta per caso.
Le piazze antifasciste (che però non sono riuscite a diventare una sola)

Anche sul fronte della risposta cittadina non si è arrivati a una sola manifestazione. Le iniziative sono due, nate da percorsi diversi e con impostazioni differenti, anche se poi finiranno per concentrarsi nello stesso luogo simbolico della città: piazza delle Carceri, davanti al Castello dell’Imperatore, dove nel marzo del 1944 furono rinchiusi molti dei pratesi arrestati dopo lo sciopero e poi avviati verso Firenze e infine sui treni diretti ai campi di concentramento.
La prima a essere annunciata è stata quella promossa da Sudd Cobas e Comitato 25 Aprile, che ha convocato per il 7 marzo una manifestazione intitolata “Operaia, libera, antifascista: manifestazione contro le deportazioni”. È un’iniziativa con un taglio esplicitamente politico e sindacale, che lega direttamente il tema della remigrazione alle condizioni del lavoro contemporaneo.
Nell’appello alla mobilitazione il sindacato sostiene che «remigrazione vuol dire deportazione» e che la retorica contro gli immigrati serve in realtà a dividere la classe lavoratrice.
Il ragionamento parte da un dato molto concreto: in una città come Prato la classe operaia è ormai multinazionale, fatta di lavoratori e lavoratrici di molte origini diverse. Per questo, secondo i promotori, la risposta alla propaganda sulla remigrazione dovrebbe essere una mobilitazione comune di lavoratori italiani e stranieri contro lo sfruttamento.
In questa lettura il richiamo al 7 marzo 1944 è diretto: anche allora i deportati erano operai e la repressione nazifascista colpì proprio chi aveva scioperato nelle fabbriche.
Successivamente si è costruita anche un’altra iniziativa, promossa da una rete molto ampia di associazioni, partiti, sindacati e realtà del tessuto democratico cittadino — tra cui Aned, Anpi, Arci, CGIL, CISL, UIL, il Coordinamento Migranti, il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista e molte altre organizzazioni civiche.
Il tono di questa mobilitazione è diverso. Più che una manifestazione politica in senso stretto, viene presentata come un presidio cittadino di difesa della memoria e dei valori costituzionali. Nel comunicato si parla esplicitamente di una provocazione da parte dei gruppi che promuovono la manifestazione sulla remigrazione e si definisce quella parola «un eufemismo per mascherare ideologie discriminatorie e xenofobe». Il richiamo centrale è alla storia della città. La locandina riassume tutto in uno slogan molto semplice (e una grafica senza dubbio discutibile): “Mai più fascismi, mai più deportazioni”.
Le due iniziative quindi non coincidono completamente, anche se finiranno per incontrarsi nello stesso spazio urbano. Da una parte c’è una manifestazione politica e sindacale che mette al centro il lavoro migrante e la composizione multinazionale della classe operaia; dall’altra un presidio più istituzionale e civico, legato soprattutto alla difesa della memoria storica della città.
Ed è difficile non pensare che questa mancata convergenza rappresenti un’occasione persa. In una giornata così simbolica per Prato e di fronte a una provocazione del genere.
La conseguenza politica: il “partito dell’antifascismo” e il centrodestra che vuole governare
Qui c’è un nodo che riguarda direttamente le prossime amministrative. Ogni volta che Prato finisce dentro una contrapposizione così polarizzata, la città tende a produrre un fronte unico: “la città democratica” contro “i fascisti”. È comprensibile, spesso è anche necessario, ma ha conseguenze.
La prima è che sposta il dibattito pubblico su un terreno dove è difficile fare distinzioni. La seconda è che mette in difficoltà anche il centrodestra moderato che vorrebbe governare: perché in una città con una memoria civile così marcata, chiunque ambisca a guidarla deve decidere chiaramente che rapporto ha con quell’area e con quel linguaggio.
Nel 2019, per esempio, il tema mise sotto pressione istituzioni e partiti e produsse una frattura netta tra chi chiedeva di vietare la manifestazione e chi difendeva la libertà di espressione senza voler essere associato all’apologia fascista.
Nel 2026, con una manifestazione promossa da un comitato che usa un concetto ideologico importato dall’estrema destra europea e con un’organizzazione locale come Etruria 14, questa ambiguità diventa ancora più costosa.
E la terza conseguenza, la più “pratese” di tutte: si finisce per rovinare una data. Non perché la memoria sparisca, ma perché viene risucchiata nel conflitto del presente, e quindi usata come arma, come bandiera, come prova di forza.
E alla fine cosa ci resta
A poche ore dal 7 marzo, la sensazione è che Prato si stia preparando a una giornata di piazze contrapposte che in fondo non ha scelto davvero. Una giornata decisa altrove, dentro una dinamica di propaganda nazionale che usa le città come simboli: Prato come caso, Prato come esempio, Prato come palco.
Eppure il 7 marzo, per Prato, dovrebbe essere una cosa molto più semplice: ricordare i suoi deportati, ricordare lo sciopero che li portò nei campi di concentramento e le ragioni per cui furono deportati.
Il problema è che quando certe parole entrano nel dibattito pubblico — remigrazione, sostituzione, non integrazione — non cambiano solo i programmi politici. Cambia anche il clima in cui una città discute di sé stessa. Come ha scritto in questi giorni don Enzo Padini, direttore della Caritas diocesana, parlando proprio della remigrazione, certe proposte rivelano «il vuoto abissale di chi non guarda oltre il proprio naso».
E alla fine succede una cosa molto concreta: una città si ritrova a spendere energie per respingere simboli e provocazioni, invece di parlare dei suoi problemi.
Per questo la frase di Ivano Ceccarelli resta probabilmente la sintesi più efficace: “sta rottura de cojoni dei fascisti”.
Non è solo la manifestazione in sé. È la provocazione. È tutto quello che costringe a fare attorno. Anche quando avresti semplicemente voluto parlare d’altro.
L’Italia delle disuguaglianze: un estratto dall’ultimo Buzz Prato Talk
Ho caricato sul canale Youtube un estratto audio dell’ultimo Buzz Prato Talk con Giacomo Gabbuti, autore di "Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze" (Laterza).
A partire dai dati più recenti, il libro analizza le trasformazioni delle disuguaglianze economiche in Italia: divari salariali, concentrazione della ricchezza, ruolo dell’eredità, immobilità sociale e impatti differenziati della crisi climatica.
Iscrivetevi al canale e non perdetevi nessun approfondimento.
https://www.youtube.com/watch?v=3MiDDsA9kkU (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)L’appuntamento della settimana: Antje Weithaas con la Camerata Strumentale di Prato

Io collaboro con la Camerata Strumentale di Prato. Se da una parte questo potrebbe rendere il mio consiglio un po’ “di parte”, dall’altra mi ha dato l’occasione, negli ultimi anni, di ascoltare più volte Antje Weithaas, violinista e direttrice tedesca davvero straordinaria e dal carisma coinvolgente.
Durante il concerto Weithaas sarà contemporaneamente solista e direttrice, una formula che non si vede così spesso e che rende l’esperienza ancora più interessante. In programma, insieme alla Camerata Strumentale di Prato, musiche di Brahms e Schumann: due pagine del repertorio romantico molto godibili, direi quasi “easy listening”, anche per chi, come me tra l’altro, non è un grande esperto di musica d’arte.
Se vi fidate del consiglio: giovedì 12 marzo, ore 21, al Teatro Politeama.
La programmazione dei film al cinema: Terminale (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Eden (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Pecci (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Garibaldi (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).
Una canzone che ho ascoltato mentre preparavo la newsletter
“Funkier Than a Mosquito’s Tweeter” di Nina Simone. Una di quelle canzoni che partono già con un groove perfetto e poi Nina ci si diverte sopra con un sarcasmo micidiale. Funk minimale, basso elastico e lei che prende in giro chi se la tira.
https://www.youtube.com/watch?v=5GsCHQkulr4 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).