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Albedo Newsletter - N°33

Ciao, questa è la newsletter Albedo, e io sono Sebastiano Santoro, scrittore di Duegradi. L’albedo è la capacità di un corpo di riflettere i raggi solari. I cambiamenti climatici stanno provocando, tra le altre cose, lo scioglimento dei ghiacciai; e la scomparsa di queste estese superfici chiare sta alterando l’albedo terrestre. L’obiettivo di questa newsletter è creare uno spazio condiviso in cui idee e storie sull’Antropocene e sui cambiamenti climatici possano sedimentare e, allo stesso tempo, riflettersi e diffondersi un po’ ovunque. Come i raggi solari quando colpiscono il nostro pianeta, appunto. Uno spazio utile perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di cambiamenti, non solo climatici. Albedo cercherà di raccontarli, in tutte le forme possibili, dalla fiction alla non-fiction, e lo farà in cinque parti.

  • La prima è una sorta di editoriale;

  • la seconda è un consiglio di lettura;

  • nella terza c’è un piccolo promemoria sugli ultimi articoli pubblicati da Duegradi;

  • la quarta contiene link per offerte di lavoro e corsi di formazione, perché anche il mondo del lavoro sta cambiando;

  • l’ultima, la quinta parte, è un tentativo di misurare in cifre i cambiamenti che stiamo vivendo.

Le vertigini di Borges

Antoni Tàpies - Landscape - Oil on canvas [1950]

Sotto l’ombra di una quercia secolare, un gruppo di persone indugia di fronte a una lapide. Scrutano una targa sulla quale è inciso il viso di un uomo. Indossa un’uniforme militare e ha l’aria austera. L’indicazione riporta il nome di un generale: ma anche “cartografo, imprenditore, umanitario, urbanista, uomo di Stato e, infine, uomo di Pace”. Un eroe nazionale poliedrico, insomma. Il gruppo legge in silenzio le poche righe che congedano dal mondo il celebre generale. Nell’aria aleggia quell’atmosfera solenne che solo i luoghi di memoria e di morte sanno evocare.

Dal gruppo di persone, che intanto prosegue verso le tombe successive, si stacca una donna. Si ferma davanti a una tomba molto più anonima, quasi dimessa. È l’unica del gruppo a sostare; gli altri proseguono. Rimane in contemplazione il tempo di tre minuti. Nello stesso istante in cui anche la donna si allontana, un ragno ballerino si inerpica sulla pietra fredda della lapide, si inalbera sulla sommità della scultura funebre, superando un’incisione in inglese antico che recita: “And ne forhtedon na”.

Non è sul generale svizzero G.H. Dufour che parlerà questo numero di Albedo, ma sull’uomo che gli riposa accanto. In questo cimitero, nel cuore della città di Ginevra, a pochi passi da un meraviglioso crocevia dove si mescolano le acque verdi dell’Arve e quelle azzurre del Rodano, sotto una grande quercia, circondato da piccoli ragni, formiche, nidi di uccelli e altre forme di vita, nel 1986 è stato sepolto Jorge Luis Borges. A lui è dedicato questo numero di Albedo.

Foto scattata da me

Su Borges si è scritto tantissimo. Da quando è morto, nell’arco di tempo di quasi mezzo secolo, si sono accumulati migliaia di scritti. Si comprende dunque lo scetticismo di chi già paventa l’inutilità di incrementare con un ulteriore tassello un elenco già sterminato, che comprende nomi importanti come Beatriz Sarlo, Rodríguez Monegal o, in Italia, Tommaso Scarano. Eppure, se si scrive di Borges in questa newsletter, lo si fa per sottolineare qualcosa di specifico: quanto i suoi racconti fantastici e onirici abbiano anticipato, in direzione opposta al sentire del suo tempo, decenni di discorso ecologico.

Come primo passo, si potrebbe cominciare con l’incipit di un suo racconto. Ad esempio questo, del racconto Aleph, è stupendo:

 “L'incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì,
[...] notai che le armature di ferro di Piazza della Costituzione avevano cambiato non so quale avviso di sigarette; il fatto mi dolse, perché compresi che l’incessante e vasto universo già si separava da lei e che quel mutamento era il primo d'una serie infinita”.

Il mondo per Borges è fatto di relazioni non lineari per le quali non vale la logica di causa ed effetto: fatti apparentemente accidentali, mutamenti, corrispondenze inaspettate. È intessuto di trame misteriose che affascinano, e che non conosciamo mai fino in fondo. Leggere Borges è come osservare la volta stellata di notte: a primo impatto si vede il firmamento intero, poi a mano a mano ci si concentra su un bagliore concreto, su una singola stella. E di nuovo si torna all’insieme di astri. I suoi racconti brevi, pubblicati (salvo una parentesi prima della sua morte) tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, sono costruiti su questo moto perpetuo dal generale al particolare, e di nuovo dal particolare al generale: una sorta di osmosi tra piani diversi che si intersecano, tanto che molti hanno parlato di lui come uno scrittore-filosofo (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).

Una delle sue lezioni ecologiche sta nel ridimensionamento dell’individualità, intesa come analisi interiore dei personaggi, come scandaglio dei meandri psicologici dell’essere umano. Mentre il mainstream letterario dell’epoca, sia in Argentina che altrove, venera grandi romanzieri inglesi o statunitensi, opere lunghe e imponenti dove il sé viene posto al centro dell’attenzione, Borges se ne va per conto proprio e scrive racconti brevi dove per tratteggiare un personaggio basta un singolo gesto, dove l’io scompare, e se c’è si diluisce nel tessuto della storia, come acqua che si mescola ad altra acqua. 

Ma l’opera di Borges non si limita a questo. Nei suoi racconti l’uomo non è misura di nulla: è una delle infinite forme del mondo. La sua opera abita scale che vanno oltre il respiro umano: cosmiche, geologiche, metafisiche. L’universo disegnato è una rete senza gerarchie, dove ogni parte contiene il tutto, come nell’Aleph o nella Biblioteca di Babele. In Borges l’io non è un’isola, ma una foglia di un albero, o un albero in un bosco. Insomma è parte di qualcosa più grande. L’essere umano non è al centro, ma è disperso nella rete del mondo: come un insetto in una ragnatela cosmica di cause e riflessi. È una visione radicalmente ecologica, perché toglie all’umano il privilegio di dominare la realtà, e lo restituisce al suo tessuto vitale di connessioni e interdipendenze.

Precursore di Calvino e di altri grandi autori e autrici successive, in realtà Borges moltiplica il sé fino a dissolverlo del tutto: tracce autobiografiche sono disseminate in tutti i suoi racconti. È come se nelle trame Borges parlasse sempre di sé, senza mai parlare davvero di sé. “Una persona non è altro che i momenti successivi che attraversa, la serie incoerente e discontinua dei suoi stati di coscienza” scrive in Voler essere un altro. La prima conseguenza di queste idee è che l’io non esiste; la seconda è che la vita vissuta, così come la percepiamo, non è altro che un sogno. 

Un sogno in cui, oltre al sé, scompare anche l’unicità di chi scrive. L’opera di un autore o di un’autrice si inserisce in un filone più generale che supera la sua biografia individuale, come avviene in una foresta, dove le radici si intrecciano sotto terra e scambiano linfa e segnali. Nel senso che, se in una certa epoca, in un certo luogo geografico, si diffondono delle idee, è probabile che venga fuori un certo tipo di opera letteraria — e qui torna la prima legge dell’ecologia di Barry Commoner: “Tutto è connesso a tutto il resto”. Insomma, al di là di chi lo crea, un’opera o un testo nascono perché chi lo scrive è influenzato da un flusso di idee, un clima culturale più generale, una storia più ampia in cui la singola voce si inserisce: appunto come una foresta, dove ogni albero vive anche della vita degli altri alberi. Esistono delle Overstories, direbbe Richard Powers, o esiste una Storia naturale, come ha scritto Walter Benjamin ne Il Narratore. Una tessitura impalpabile che ci unisce, una trama invisibile che ci lega. 

Per Borges, dunque, lo studio della letteratura si fa a partire dai testi; tutta l’attenzione della critica e dell’accademia sulla vita di chi li scrive è inutile, la soggettività degli autori non garantisce nulla: “la letteratura [di Borges] si iscrive contro questa soggettività marcata, che dal romanticismo, pretende mostrare un’originalità sostenuta a partire dall’individuo e non dal testo” afferma la scrittrice Beatriz Sarlo in Borges, un escritor en las orillas. Il centro di tutto sono le parole, e i legami che tra di esse vi si creano, null’altro. Così come in ecologia non esiste un'entità senza relazioni, in Borges non c’è parola, non c’è immagine, che non richiami altro, o un altrove: la letteratura così diventa un ecosistema di segni.

Ma ancora: questo disegno più-che-umano è rintracciabile anche in un senso di vertigine e di infinito, ricorrenti nei racconti e nelle poesie. Il meccanismo narrativo di “racconti dentro altri racconti”, preso a prestito dai libri che più ama (il Quijote o Le mille e una notte o Amleto o le opere di Omero), “produce un effetto particolare, quasi d’infinito, che provoca una specie di vertigine” dice Borges in una conferenza a Buenos Aires nel 1977. “Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo” afferma un venditore di Bibbie nel racconto Il libro di sabbia. La sensazione che si genera, quella di leggere solo una piccola porzione di qualcosa di molto più vasto, è come la sensazione che si prova, dopo una scalata, sulla cima di una montagna guardando il panorama sotto i nostri piedi: un misto di meraviglia e insignificanza. Una vertigine però che non ha nulla di sublime, perché è un sentimento calmo, quieto, senza alcuna esplosione parossistica. Pacato, come il temperamento del suo autore. La tecnica fantastica del racconto dentro un altro racconto, le citazioni erudite che rinviano a un mondo immenso (spesso deliberatamente inventato), tutto ciò fa accedere chi legge Borges a un senso di vastità che ha il sentore di ere geologiche: un tempo e uno spazio smisurati, come quello racchiuso nell’Aleph, che la cultura umana e, soprattutto, la Natura sanno creare.

Anche la scelta del fantastico, in un'epoca che idolatrava la tecnica e la razionalità, si inserisce in questo disegno. Poco amante dei grandi romanzieri realisti francesi, Borges diffida dell’approccio empirico e positivista. Imbevuto di Schopenhauer, di Hume e dei mistici, per Borges tutto è fittizio: abolito il determinismo, tra la simulazione psicologica o quella realista preferisce il rigore, la lucidezza, la casualità magica della letteratura fantastica. Il metodo fantastico non è meno valido di quello realista per cercare di (non) capire le cose. Anzi, poiché l’universo segue leggi inesprimibili all’essere umano nella loro completezza, tanto vale seguire l’ordine della magia, che è capace di spiegare il vincolo che esiste tra cose distanti e apparentemente sconnesse.

Di fronte al disordine del mondo, la finzione letteraria può fare solo due cose: imitarlo e quindi sfigurare al confronto, come fa il realismo, o creare il suo proprio ordine, come succede con la magia. Ecco spiegato l’interesse di Borges per la Cabala, le mitologie nordiche e le religioni orientali. 

Forse la vertigine di Borges è in realtà vertigine dell’ignoto. E questa è anche una reazione molto razionale: quando il tempo fuori scorre troppo velocemente, quando si capisce poco del mondo e tutto ciò che deve essere fatto per aggiustarlo sembra essere sempre troppo poco o troppo tardi, in epoche come queste è meglio l’ordine illusorio creato dalla fantasia. Meglio un racconto breve che un romanzo pieno di prolissità e ridondanze; meglio la rinuncia ai dettagli superflui, che aumenterebbero il caos e il disordine, già imperanti; meglio la stilizzazione della voce, che lascia spazio alle ambiguità e, perfino, al silenzio: sono solo queste le regole da seguire secondo Borges per scrivere buona letteratura.

Pure se in apparenza rivoluzionario, Borges, per certi versi, è un conservatore. Conservatore nella scelta di uno stile, quello fantastico, che è molto più antico di quello realista. Conservatore nello spirito, perché di fronte agli stravolgimenti tecnici e urbanistici che hanno trasformato Buenos Aires nella prima metà del secolo scorso (la quale di lì a poco avrebbe inglobato le campagne vicine diventando una delle metropoli più popolose), è dalla parte del mondo che si appresta a scomparire: quello rurale, sconfitto e messo ai margini dalla Storia. Da qui la riscoperta del fantastico, della letteratura gauchesca, l’elogio al Martín Fierro e la lettura di autori spesso considerati minori. Sebbene abbia sempre elogiato l’atto del dimenticare, Borges ha voluto salvare questo mondo dall’oblio, sottrarlo al tempo che lo stava sommergendo.

Ma se si volesse trovare un vero luogo per Borges, non sarebbe né l’Argentina né Buenos Aires: è la sua biblioteca, il suo mondo immaginario, la rete di letture che ha contaminato la sua fantasia, da Dante a Cervantes, alla mitologia nordica. Borges ha vissuto di più nella propria immaginazione che nel luogo fisico in cui ha abitato. Leggeva quello che voleva e prendeva da ciò che leggeva quello che gli serviva, senza preoccuparsi del senso comune. E come i due fiumi che si incontrano a Ginevra — l’Arve e il Rodano — anche nei suoi racconti gli elementi più diversi si mescolano. 

Il punto in cui i due fiumi si incontrano a Ginevra. Immagine presa da Reddit.


Oggi, a pochi chilometri dal cimitero dove riposa, l’amministrazione ginevrina ha reso balneabile parte del Rodano: come me, altri bagnanti festeggiano e si immergono nelle acque diafane di questo fiume alpino. Nel fondo, Borges ci ricorda che ogni storia, come ogni fiume, è parte di una corrente più grande. Nessuno scrive davvero da solo, e nessuna parola finisce davvero dove crediamo finisca.

Albedo di novembre termina qui (o, a questo punto, forse no?). Grazie per aver letto fino in fondo questo testo dedicato a Borges. Sono stato da poco a Ginevra, e questo è il risultato di un pellegrinaggio alla sua tomba. Domani invece dovrebbe terminare COP30 (in teoria, se si finisce in tempo), che quest’anno è stata molto più partecipata e colorata del solito. A Belem i popoli indigeni dell’Amazzonia hanno fatto sentire forte la loro voce. Nel momento in cui viene scritta questa newsletter, cioè il 17 novembre, i temi sul tavolo sono sempre gli stessi: mitigazione, finanza e adattamento. Come andrà a finire lo scopriremo solo a negoziato ultimato. Un bilancio potremo farlo il prossimo mese. Che sarà anche il 34° di questa newsletter, che piano piano cresce: siamo arrivati a 1.288 persone che leggono e partecipano alla discussione. Come sempre, se vuoi aggiungere qualcosa scrivimi alla mail: sebastiano.santoro@duegradi.eu (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). Se invece hai qualcosa da proporre alla redazione, la mail è redazione@duegradi.eu (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). Se vuoi sostenerci, puoi seguirci sulle pagine social (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), condividerci, consigliare Albedo (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) a chi conosci, o supportarci regalandoci qualche caffè (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). In attesa di vedere come va a finire COP30, noi ci sentiamo il prossimo mese. Ciao!


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