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La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno celebrato una data importante, che avrebbe dovuto unire i cittadini del Paese (almeno per una grande maggioranza) anziché dividerli. Ma non è andata proprio così! Analizziamo due narrazioni opposte di questo significativo 4 luglio: quella della Casa Bianca e una produzione dell'universo Disney, che ha tentato di fare la cosa giusta.
Buona lettura!
Lo scorso 4 luglio gli Stati Uniti hanno festeggiato i duecentocinquant'anni della Dichiarazione di Indipendenza. Una celebrazione che, nel periodo iperpoliticizzato e polarizzato che gli USA — insieme all'Occidente — stanno vivendo, è diventata uno strumento di propaganda per la Casa Bianca.
Un caldo record — 39 gradi — ha segnato l'Independence Day più torrido nella storia di Washington, costringendo migliaia di persone accorse alle celebrazioni a evacuare. Lo stesso è successo in molti altri Stati, con ondate di calore alternate a forti temporali, che hanno causato malori e hanno portato alla cancellazione di concerti ed eventi.
In generale, i numeri delle persone accorse al National Mall di Washington, a causa del clima ma anche per il distacco verso la celebrazione e verso la politica, hanno segnato una grande differenza di partecipazione rispetto al bicentenario del 1976, quando la folla fu di circa 500.000 persone. Trump su Truth Social ha dichiarato di aver "ospitato" quasi 450.000 persone, che risultano in realtà essere state 150.000.
Come da tradizione dall'insediamento di Trump, la scaletta per i festeggiamenti musicali è stata piuttosto scialba: le grandi star di serie A, ma anche la maggior parte degli artisti e delle artiste meno note, prendono le distanze dall'attuale amministrazione, rifiutando di esibirsi per il Presidente.
A tarda serata, Donald Trump è salito sul palco (con due ore di ritardo). Nonostante avesse promesso il discorso più lungo di tutti i tempi, come ulteriore prova di forza, si è limitato a quaranta minuti, durante i quali ha parlato di sé, ha attaccato il comunismo (sinonimo, a quanto pare, di Partito Democratico e di credo liberale), ha chiesto al Congresso di approvare un suo disegno di legge elettorale e ha inserito tra le grandi vittorie storiche d'America l'affondamento della marina iraniana e l'operazione in Venezuela. Ha ringraziato il pubblico per aver resistito al caldo e alla pioggia, per poi ritirarsi in un edificio climatizzato dal quale ha guardato i tradizionali fuochi d'artificio.
Un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato nelle ore successive ha rivelato un dato significativo: la maggioranza degli Americani intervistati, inclusa una vasta parte di repubblicani, ha ritenuto i festeggiamenti troppo politicizzati.




[Alcune immagini dei festeggiamenti per il 4 luglio 2026 a Washington. Tra gli ospiti musicali, il tenore Christopher Macchio. Credits: Fox]
L'andamento che avrebbe preso la celebrazione istituzionale dei 250 anni lo aveva capito da tempo il National Congress of American Indians — la più grande organizzazione di advocacy indigena del paese. La NCAI aveva siglato una partnership con l'ente bipartisan America250, creato dal Congresso nel 2016 per coordinare i festeggiamenti dell'anniversario. Lo aveva fatto con una condizione molto precisa: parlare del 4 luglio e della reale storia degli Stati Uniti non in termini di celebration, di festa, ma di recognition, ovvero di riconoscimento e riflessione. Con l'insediamento di Trump, la NCAI ha capito che il dialogo con America250 non sarebbe stato possibile e nel 2025 è uscita dal progetto. "Inizialmente c'era stato un vero scambio. Poi la retorica è cambiata", ha raccontato a HuffPost Larry Wright Jr., direttore esecutivo del National Congress of American Indians e membro, da sempre politicamente attivo, della tribù Ponca del Nebraska.
C'è chi ha cercato di offrire un significato alternativo alla celebrazione: Next250 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) è una coalizione di oltre quaranta organizzazioni nazionali e locali, guidata da attiviste — in larga parte donne di colore, tra cui Linda Sarsour, Aimee Allison, Valarie Kaur e Carmen Perez — che esiste da anni, da prima che le celebrazioni ufficiali prendessero una piega esclusivamente trumpiana. La loro idea di partenza è ambiziosa: usare il 250° anniversario non come celebrazione, ma come occasione per riscrivere il racconto americano in modo più onesto e inclusivo. Il documento fondativo dell'associazione si chiama Declaration of Interdependence — una dichiarazione di interdipendenza, contrapposta consapevolmente a quella di indipendenza — e sostiene che il prossimo mezzo millennio americano debba essere costruito attorno a valori di giustizia, dignità e potere collettivo.
Il 27 giugno — una settimana esatta prima del 4 luglio — Next250 ha organizzato una mobilitazione a McPherson Square, un parco a pochi isolati dalla Casa Bianca. NPR, presente sul posto, ha descritto l'evento — tra comizi, stand per la registrazione al voto, musica e giochi — con una formula chiara: "sembrava più una festa di quartiere che una protesta (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)". Per l'entusiasmo e lo spirito comunitario, certo; la partecipazione, però, è stata purtroppo piuttosto ristretta, nonostante gli arrivi da tutto il paese: autobus giunti da tutta la East Coast e dal Midwest, persone volate anche dall'Alaska.
Sul palco è salito, tra gli altri, Johnson Taylor (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), della tribù Ponca dell'Oklahoma e della tribù Southern Ute del Colorado, che si è esibito con la sua famiglia. Noto per il suo impegno nell'educazione dei giovani e nella diffusione della vera storia e cultura indigena, Taylor ha ricordato che i Nativoamericani non sono sul territorio da 250 anni, ma da decine di migliaia di anni.
"Nella mia famiglia non facevamo barbecue, non festeggiavamo quello che stava succedendo. Da piccolo non sapevo nemmeno cosa fosse il 4 luglio. Pensavo fossero solo i fuochi d'artificio".
Ha spiegato poi di aver compreso il significato della Festa dell'Indipendenza dai suoi genitori e non dalla scuola, che ha sempre evitato di raccontare gli aspetti più problematici della storia.
Katy Isennock, della tribù Rosebud Sioux del South Dakota, è stata ancora più diretta: il 4 luglio "non ha nulla a che fare con la nostra cultura". Isennock ha aggiunto che i tentativi in corso di rimuovere parti della storia americana da musei e libri di testo stanno cancellando fatti fondamentali:
“Non vogliono che la gente conosca la vera storia dell'America, come è stata costruita davvero — sulle spalle del nostro popolo, delle persone afroamericane. Vogliono cancellare tutto questo".

[Il palco della manifestazione organizzata da Next250. Credits: Amjambo Africa]
C'è poi una realtà molto istituzionale e generalista che ha tentato di creare un racconto che unisse la celebrazione alla riflessione, l'orgoglio alle storie che raramente vengono raccontate.