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147. La favola di Mirco

Il primo maggio, per gli abbonati a Bombé, mettiamo l'audiolibro di 13 favole belle e una brutta. Oggi mettiamo qui l'audio della favola di Mirco

Favola di Mirco

C’era una volta un bambino che si chiamava Mirco che aveva sei anni e andava in prima elementare.

Sembrava che si trovasse bene, con i suoi compagni di classe, e sembrava che non avesse paura né dei maestri, né dei bidelli, né della scuola, né dei suoi genitori, né dei suoi nonni, né dei vicini di casa, né degli estranei, sembrava un bambino sereno, piangeva raramente, quando non lo lasciavano fare una cosa che voleva molto fare, ma i suoi genitori eran molto contenti, aveva imparato fin da piccolo a dormire da solo, a fare la cacca da solo, a lavarsi, vestirsi e mettersi le scarpe da solo, sapeva legarsi i lacci delle scarpe con il doppio nodo, si ricordava tutte le sere di lavarsi i denti, sapeva anche cantare, cantava anche bene, l’unico problema era che non riusciva benissimo a imparare l’ordine dei numeri, confondeva soprattutto il sette con l’otto, non sapeva mai se veniva prima il sette, o l’otto.

I suoi genitori, che erano abituati, c’è da dire, un po’ male, perché avevano un bambino che piangeva raramente, e che aveva imparato fin da piccolo a dormire da solo, a fare la cacca da solo, a lavarsi, vestirsi e mettersi le scarpe da solo, e che sapeva legarsi i lacci delle scarpe con il doppio nodo, e si ricordava tutte le sere di lavarsi i denti, e sapeva cantare, e cantava anche bene, i suoi genitori erano molto preoccupati, per questo fatto che Mirco non riusciva mai a ricordarsi se veniva prima il sette o l’otto, e avevan deciso di portarlo da un medico che c’era allora nella loro città e che era un luminare, cioè era uno che aveva fatto delle scoperte importantissime e che avevano illuminato la strada anche a tutti gli altri, in quel campo specifico lì che lui se ne occupava, che era il campo della mente matematica ma anche della mente in generale.

Allora questo luminare, che si chiamava Professor Trombetti, Anselmo Trombetti, e era un signore molto alto, altissimo, con degli occhiali molto grandi, grandissimi, e con un vestito nero, nerissimo, e una camicia bianca, bianchissima, e due bretelle rosse, rossissime, questo luminare aveva visitato Mirco, e gli aveva tastato la testa con le sue dita fredde, non freddissime, fredde, e poi aveva detto che sì, si poteva cambiare il cervello di Mirco con un cervello matematico e che lui ne aveva uno lì in frigorifero e se avevano tempo lo potevano fare anche subito, era una cosa semplice, ci volevan cinque minuti, e era vero. Perché lui, il professor Trombetti, aveva scoperto, nascosta nel cranio, una specie di cerniera, che se tu davi un colpetto in un punto segreto, che aveva scoperto sempre lui e che si era chiamato, da quel momento, Punto Trombetti, veniva fuori dal cranio una specie di, non so come dire, come il pirolino che c’è nelle cerniere, chiamiamolo così, pirolino, veniva fuori questo pirolino e tu lo tiravi e il cranio si apriva, e il professor Trombetti diceva al suo paziente: «Si chiuda il naso con due dita e tenga chiusa la bocca» e poi velocissimo gli toglieva il cervello vecchio gli metteva quello nuovo, poi richiudeva il cranio, tirava indietro la cerniera, dava un colpetto sul punto Trombetti che il pirolino rientrava dentro, fatto, il paziente aveva il cervello nuovo che era, a seconda dei casi, un cervello artistico, per chi voleva per esempio dipingere dei quadri più belli, un cervello gastronomico, per chi voleva far da mangiare meglio, un cervello botanico, per chi voleva far crescere bene i fiori, un cervello matematico per chi voleva conoscere bene i numeri, come i genitori di Mirco volevano che fosse Mirco.

Così, il professor Trombetti aveva cambiato il cervello a Mirco e poi aveva detto: «A posto», e il babbo di Mirco aveva guardato Mirco, gli sembrava uguale a prima aveva detto «Ma è sicuro?»

E il professore aveva detto: «Stia a sentire.» Poi si era rivolto a Mirco gli aveva detto: «Bambino, quanto fa 12 per 12?»

«144» aveva risposto Mirco.

«Accidenti» aveva detto la mamma di Mirco.

«Vacco mondo» aveva detto suo babbo.

«E non è tutto, guardate» aveva detto Trombetti. «Bambino» aveva detto, «quanto fa 1427 per 389?»

E Mirco aveva detto: «555.103.»

Che la mamma di Mirco aveva detto: «Accidenti», e il babbo di Mirco aveva detto: «Aspettate un attimo», poi aveva preso il cellulare, era andato alla funzione Calcolatrice, aveva digitato 1427 per 389 e il risultato era stato 555.103.

«Vacco mondo» aveva detto il babbo di Mirco.

Allora niente, avevan salutato il professor Trombetti, si eran fatti dar la fattura dalla segretaria, il cervello matematico costava 200 euro più Iva 21 per cento, «Quanto fa in tutto?» aveva chiesto il babbo di Mirco, «242 euro» aveva detto Mirco, «Accidenti» aveva detto la mamma di Mirco, «Vacco modo», aveva detto il babbo di Mirco, e aveva pagato e la segretaria, che si chiamava Carmela, e era una signora di origini svizzere con un vestito verde, alzando un dito con un’unghia laccata di nero aveva detto: «Attenti, il cervello si può restituire soltanto entro tre giorni.»

«Sì sì» aveva detto il babbo di Mirco, con un tono come per dire che non lo restituivano di sicuro, un cervello così preciso, e uscito dal laboratorio il babbo di Mirco era così contento che si era messo a cantare e aveva cantato anche in macchina aveva smesso di cantare quando erano arrivati a casa sapete cosa cantava? Cantava una canzone che cominciava così: «Non piangerò mai sul denaro che spendo, ne riavrò, na na na na nà, forse più.»

Non cantava benissimo, bisogna dire, il babbo di Mirco, ma non importa, quello che importa è che quando erano arrivati a casa, prima ancora che scendessero dalla macchina, Mirco aveva detto:

«Papà, ti posso dire una cosa?»

«Dimmi» gli aveva detto il suo babbo.

«Lo sai che nella strada che abbiamo fatto adesso, dall’ambulatorio a qui, hai superato per sette volte il limite di velocità per più di cinque chilometri all’ora, e per tre volte per più di quindici chilometri all’ora, e che, secondo me, nelle prossime settimane ti arriveranno a casa cinque multe di settanta euro ciascuna e tre multe di centoventi euro ciascuna e ti toglieranno diciotto punti dalla patente? Cioè, in totale, 710 euro? Più diciotto punti in meno nella patente? Lo sai?» aveva detto Mirco.

E suo babbo aveva detto: «Vacco mondo.»

«Poi» aveva detto Mirco indicando le gomme della macchina, «lo sai che quelle gomme lì, a vederle da qua, gli mancano otto-dieci millibar di pressione, e vuol dire che ogni cento chilometri che fai, consumi un litro di benzina in più, quindi, immaginando che tu faccia trentamila chilometri all’anno, questo vuol dire che spendi, per non gonfiar le gomme, più di cinquecentocinquanta euro in più di benzina per niente, più i mille e passa euro che prenderai di multa per non stare attento ai segnali (settecentodieci solo oggi) fanno in tutto migliaia di euro che potresti comprare di giochi per far contento tuo figlio, che ti dà così tante soddisfazioni, e invece tu li butti via così.»

E suo babbo aveva guardato Mirco gli aveva detto: «Rimonta un attimo in macchina.»

E aveva rimesso in moto la macchina, aveva fatto inversione, era tornato all’ambulatorio.

Per strada era andato pianissimo, il babbo di Mirco, e era arrivato che il professor Trombetti stava chiudendo l’ambulatorio «Professore! Professore!» aveva gridato «Vogliamo indietro il cervello di prima!»

Il professore, che era lì davanti alla porta, con le chiavi in mano, li aveva guardati, aveva scosso la testa aveva detto: «La strada della scienza è una strada difficile.»

Poi aveva riaperto l’ambulatorio, aveva fatto entrare Mirco e il babbo di Mirco, gli aveva detto «Accomodatevi» che voleva dire che si potevan sedere su due poltrone che c’erano lì in anticamera, e loro difatti si eran seduti, e una volta che si eran seduti, il professor Trombetti aveva guardato Mirco, poi aveva guardato il babbo di Mirco, poi aveva guardato ancora Mirco, poi aveva guardato ancora il babbo di Mirco poi aveva detto: «Dunque, il cervello di prima, io l’ho venduto.»

«Zio canta» aveva detto il babbo di Mirco.

«Eh» aveva detto il professor Trombetti, «subito dopo che siete andati via voi, è venuto un bambino con capelli rossi che suo babbo e sua mamma erano molto dispiaciuti che lui, a sei anni, non sapeva ancora farsi il nodo nelle scarpe, “Non avete un cervello che sia capace di allacciarsi le scarpe?” mi ha chiesto suo babbo. “Eccome, gli ho detto io, ne è appena entrato uno che non solo sa allacciarsi le scarpe, ma non ha paura né dei maestri, né dei bidelli, né della scuola, né dei suoi genitori, né dei suoi nonni, né dei vicini di casa, né degli estranei, e piange solo quando non lo lasciano fare una cosa che vuol molto fare, ma in generale è molto bravo, ha imparato fin da piccolo a dormire da solo, a fare la cacca da solo, a lavarsi, vestirsi e mettersi le scarpe da solo, si ricorda tutte le sere di lavarsi i denti, sa anche cantare e canta anche bene, è un cervello d’occasione ma è quasi nuovo, non ha neanche sette anni vi faccio un buon prezzo” gli ho detto, e loro l’hanno comprato» aveva detto il professor Trombetti, e in quel momento s’era spalancata la porta dell’ambulatorio si era sentito: «Professore, professore», e si era affacciato un signore coi capelli rossi, ma rossi rossi, che teneva per mano un bambino coi capelli rossi, ma rossi rossi rossi, e che aveva detto: «Vogliamo indietro il nostro cervello.»

Eh. Sapete chi erano? Erano quelli che avevano comprato il cervello di Mirco. E sapete cosa era successo?Che si erano accorti che il cervello che avevan comprato non riusciva a contare fino a dieci, quando arrivava al sei, non sapeva mai come continuare, se con il sette o con l’otto, e allora, siccome quel bambino lì con i capelli rossi, ma rossi rossi rossi, è vero che non sapeva allacciarsi le scarpe da solo, però aveva anche dei pregi, che a scuola per esempio era bravissimo, in matematica era il primo della classe, e, in prima elementare era l’unico della sua classe che sapeva fare le divisioni, solo le divisioni per uno, è vero, ma di qualsiasi numero, sette diviso uno, sette, nove diviso uno, nove, centoventinove diviso uno, centoventinove, duemilatrecentosei diviso uno, duemilatrecentosei, un miliardo settecentoquarantanovemiladuecentoventitre diviso uno, un miliardo settecentoquarantanovemiladuecentoventitre era bravissimo, e allora, i suoi genitori, quando si erano accorti che, con il cervello nuovo, non sapeva l’ordine dei numeri neanche fino a dieci avevan preso paura erano tornati di corsa nello studio del professor Trombetti ci avevan trovato Mirco con suo babbo che aveva detto, il babbo: «Vacco mondo.» E poi si eran messi d’accordo che il cervello di Mirco l’aveva preso Mirco, e il cervello matematico l’aveva preso quel bambino lì coi capelli rossi, ma rossi rossi rossi rossi, credo, non sono sicuro, perché io, quel bambino lì coi capelli rossi, non l’ho mai conosciuto, invece Mirco lo conosco, abita vicino a me, e lui ha il suo cervello che è il cervello di un bambino che certe cose sa farle molto bene per esempio le scarpe ce le ha sempre allacciate benissimo, che io tutte le volte che lo vedo penso che io, quando ero piccolo, non ero capace, di allacciarmi le scarpe, ho perso tanto di quel tempo a fermarmi per strada a allacciarmi le scarpe, io, nella mia vita, che se imparavo a allacciarmele così bene come Mirco fin da quando ero piccolo, avrei potuto imparare una lingua straniera, in tutto quel tempo lì, chissà che lingua avrei scelto, voi che lingua scegliereste, se proteste imparare una lingua straniera?

State bene.

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