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Università, il Sud colpito in silenzio

Silenzioso. È questo il termine che descrive l’impoverimento finanziario e umano delle università del Mezzogiorno. Siamo infatti di fronte a “un lento ma sistematico spostamento del baricentro finanziario del FFO verso gli atenei del Nord, che si realizza in modo silenzioso”. La denuncia è nel Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca 2026 pubblicato il 26 marzo. I fondi pubblici assegnati alle università italiane seguono criteri che penalizzano anno dopo anno gli atenei del Centro Sud: nel 2025 il Nord ha ricevuto il 33% in più rispetto alla dotazione del 2018; contro il +21% del resto d’Italia. In sette anni il peso del Mezzogiorno nel riparto del FFO (Fondo finanziamento ordinario) è sceso dal 32,2% al 30,8%.

Per cogliere come opera il meccanismo che stritola le prospettive degli atenei meridionali e del centro Italia bisogna tener conto che l’FFO consiste in tre voci. La prima è la base consolidata, in progressiva riduzione ma più rapida al Sud. La seconda è il costo standard, il quale dovrebbe prevedere meccanismi perequativi ma di fatto segue il flusso degli studenti in direzione Sud-Nord. La terza è finalizzata a sostenere chi consegue i migliori risultati, questione su cui è il caso di lasciare la parola all’Anvur: “La quota premiale, legata alla valutazione della ricerca e del reclutamento, fotografa una competitività accademica più radicata negli atenei settentrionali, grazie alle maggiori risorse e alla capacità di attrarre più ricercatori”. In pratica più risorse portano più ricercatori, quindi migliore ricerca e ancora più risorse. Secondo l’Anvur, “è essenziale che il modello continui a prevedere meccanismi premiali capaci di riconoscere e incentivare i miglioramenti. Un sistema equo, tuttavia, è un sistema che tratta in modo uguale situazioni comparabili e in modo diverso situazioni oggettivamente diverse. Probabilmente la situazione di contesto – misurata da indicatori quali i tassi di abbandono, la mobilità studentesca in uscita e i divari di PIL pro capite tra le regioni – tra le diverse aree del Paese è ormai troppo diversa per poter affermare che le situazioni siano davvero comparabili”.

Se non si cambia rotta, insomma, la crisi del sistema universitario meridionale è destinata ad accelerare. Il contesto demografico infatti vede il 2026-27 come l’ultimo anno accademico favorito da un piccolo boom perché le nascite del 2008 furono 577mila. Da allora le culle sono via via diminuite fino a quota 360mila nel 2025. Il declino della popolazione universitaria è quindi inevitabile e potrà essere solo in parte temperato da un auspicato incremento del tasso di iscrizione all’istruzione terziaria e dagli arrivi di studenti stranieri, che secondo i dati del rapporto Anvur relativi all’anno accademico 2024/25 sono appena 73.916 su 2.050.112. Ma se a tale declino di aggiungono le consistenti migrazioni interne, in particolare da Regioni del Sud verso atenei del Centro e del Nord, ecco che la formazione superiore del Mezzogiorno si troverà in una trappola.

Che fare? Secondo l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, guidata da Antonio Uricchio, “un’attenzione particolare andrebbe riservata al ruolo della cosiddetta quota perequativa, che nella configurazione attuale opera piuttosto come correzione ex post degli squilibri risultanti dalle altre tre componenti del modello. Affidare a un’unica quota residuale il compito di compensare un effetto strutturale generato dall’intero sistema induce a pensare che sia opportuno qualche intervento più strutturale ex ante”. Un suggerimento che appare eccessivamente generico. Gli atenei infatti ricevono un sostegno rilevante dalle fondazioni di origine bancaria, con una sperequazione territoriale tale da arrivare al rapporto 97-3 nel confronto fra Centro Nord e Mezzogiorno. Inoltre gli istituti di ricerca e le scuole superiori hanno una collocazione territoriale che sfavorisce sistematicamente il Sud, anche dopo l’istituzione nel 2022 della Scuola superiore Meridionale, peraltro secondo l’Anvur ancora non accreditata dal Mur.

Il rapporto 2026 si chiude proprio con un paragrafo sul Mezzogiorno, nel quale si puntualizza che i divari talvolta vengono cristallizzati, altre volte si ampliano. Insomma: va sempre peggio. Da qui l’appello finale, che riportiamo: “L’equità non si realizza trattando in modo uguale situazioni diverse. Questo non significa abbassare gli standard o introdurre logiche assistenziali. Significa riconoscere che alcune istituzioni operano in condizioni strutturalmente più difficili e prevedere strumenti compensativi: risorse aggiuntive vincolate. a obiettivi di miglioramento, criteri premiali che valorizzino i progressi oltre che i livelli assoluti, investimenti mirati in infrastrutture e servizi. È una questione di giustizia, ma anche di interesse nazionale. Il Mezzogiorno rappresenta circa un terzo degli studenti universitari italiani. Se questa parte del Paese resta indietro, è l’intero sistema a perdere competitività”.

Sta a noi far sì che l’appello non cada nel silenzio.

Marco Esposito (27 marzo 2026)

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Sujet Politica