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Il teatro vuoto della (meravigliosa) fantascienza italiana

Da quando collaboro con Robot leggo racconti di fantascienza italiana con una certa continuità e sistematicità.
Arrivano in redazione o direttamente a me, sono un flusso costante di testi, autori e tentativi. Alcuni riusciti, altri meno.

Ma non è questo l’argomento di cui voglio parlare.
Mi sono accorto di una cosa: qualcosa sta cambiando nel modo di scrivere narrativa breve di fantascienza. E sta cambiando in meglio.

L’arte della brevitas

Il formato racconto breve ha sempre avuto un rapporto speciale con la fantascienza. Al contrario del romanzo, di cui non è una versione “in miniatura” come qualcuno (sbagliando) crede, ha esigenze diverse e raggiunge la sua forma compiuta solo se l’autore è in grado di schiacciare il freno quando serve.
Sembra una cosa banale da dire ma non avete idea di quanto sia rara l’arte della brevitas in chi scrive.
Scrivere racconti di fantascienza richiede concentrazione, economia, capacità di costruire un worldbuilding solido con pochi tratti e di abitarlo per il tempo giusto.
Non un secondo di più.
È una forma di scrittura che perdona poco e insegna molto.
È anche, per questa ragione, un laboratorio.
Il romanzo arriva dopo, quando una voce è già formata, quando c'è un editore disposto a scommettere (e su questo torneremo), quando si è disposti a correre un rischio che ha un costo enorme in termini di tempo e sacrificio.
Il racconto si scrive prima, in condizioni più libere e più precarie. È lì che si sperimenta. È lì che si sbaglia e si cresce.
Ma il racconto è anche il formato a cui tornano i più bravi ben consapevoli di potere e dover crescere ancora.

Un problema di sudditanza

Per lungo tempo la fantascienza italiana ha sofferto di un problema di immaginario. Non di talento narrativo, il talento c'è sempre stato, ma di autonomia. I modelli erano anglofoni, le strutture narrative anglofone (lo stramaledetto viaggio dell’eroe!), persino i paesaggi e i riferimenti culturali tendevano a guardare altrove. Era fantascienza scritta in italiano ma ambientata in un altrove generico, senza radici riconoscibili.

Tutto questo sta cambiando. Con molte eccezioni e molti passi falsi la fantascienza italiana ha conquistato una propria identità e autonomia.
Proprio a partire dai racconti.
Ultimamente si leggono racconti di fantascienza di autori italiani che offrono uno sguardo sul mondo dal sapore specificamente italiano o perlomeno europeo. Si leggono personaggi che hanno un modo di stare nel mondo e nella storia non mutuati da un’anglofilia di rimbalzo. La lezione è stata acquisita, le note sono sempre 12 ma il modo di metterle sullo spartito è cambiato.
È un processo, non un risultato. Ma il processo è in corso, e da Robot si vede.

E qui cominciano i problemi.

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