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Il bilancio

Il mio lavoro è contare. Anzi, la mia vita è contare. Mi pagano per farlo, per contare intendo, ma lo farei anche gratis. E in effetti lo faccio da sempre. Ogni mattina, appena esco da casa, comincio a contare. Mamma dice che contare è il mio modo per capire il mondo.

La vicina di casa con un barboncino marrone di cui non ricordo mai il nome.

La commessa della cartoleria con lo sguardo perso nel vuoto.

L’autista del pullman con la faccia arrabbiata.

La mamma con la bambina capricciosa che non vuole andare all’asilo.

Li conto tutti e ogni sera, prima di dormire, segno su un quaderno il numero della giornata. È una questione di ordine, credo, in ogni caso è un’abitudine tranquillizzante, mi rilassa e alla fine non riesco a farne a meno.

Per trent'anni il numero è stato stabile.

Nei giorni pieni una ventina di persone, nei giorni vuoti tre o quattro. Ma la media, la calcolo ogni fine mese, non si muove: undici virgola venticinque.

Ed è solo alla fine del mese di maggio che mi sono accorto della stranezza: la media era calata a undici virgola ventuno. Non di molto, ma comunque di qualche punto decimale in meno.

In vita mia non ho mai sbagliato un calcolo, e anche se la cosa potrebbe sembrare una cosa bella, vi garantisco che mi ha creato parecchi problemi. Da piccolo mamma mi ha anche portato a fare diversi test ed è risultato che qualche problemino l’avevo. Ma alla fine mamma ha detto che ognuno era fatto a modo suo e in fin dei conti cosa ne sapevano i dottori di come ero fatto io. Mi avevano visto solo poche volte.

Sette, per la precisione.

A giugno la situazione è diventata intollerabile.

La media a fine mese era calata a undici virgola diciotto persone.

Ho pensato: forse quest’anno molti sono già andati in ferie.

La signora con il barboncino non l’ho più incrociata e le finestre di casa sua sono sempre al buio.

La cartoleria non ha più riaperto e sulla vetrina non c’è nessun cartello che spieghi il perché.

Il pullman deve aver cambiato percorso, ogni tanto lo fanno quei matti dei trasporti pubblici.

L’asilo è chiuso e forse la bambina capricciosa ora è dai nonni da qualche parte al fresco.

Tutte spiegazioni plausibili, ma comunque la questione mi disturbava al punto da togliermi il sonno.

Per alzare la media ho fatto così: mi sono imposto di uscire, di attaccare discorso, di telefonare a gente che non sentivo da anni, amici del liceo, compagni di università.

Niente da fare. Il numero, invece di risalire, è sceso ancora.

Qualcosa stava succedendo in città. Alle poste non c’erano più file. I bar si svuotavano. Il traffico sui viali di solito ingolfati era sparito. Anche nelle ore di punta.

A questo punto il mistero è diventato inquietante. Nella rubrica del mio cellulare mancavano dei contatti che avevo inserito e sincronizzato sul cloud. Persone che ricordavo a malapena senza riuscire a dire i loro nomi e perché li conoscessi.

L'ho fatto notare alla mamma.

Non ti sembra che ci sia meno gente in giro?

Mi ha guardato come mi guarda di solito quando cerca di tranquillizzarmi. Meno gente rispetto a quando?

Rispetto a prima.

No, non le sembrava. Le ho spiegato la questione dei numeri e mi ha detto smettila con queste scemenze.

Le ho chiesto quante persone conoscesse.

Ha detto un numero.

Gliel'ho fatto ripetere il mese dopo.

Era più basso.

Lei non se n'era accorta.

Se sono io l'unico a contare le persone, sono anche l'unico a sapere il numero totale. E se un numero esiste solo perché qualcuno lo ricorda, se quel qualcuno smette di ricordarlo oppure lo cambia senza accorgersene, il totale cala. E nessuno può farci niente.

Alla fine di agosto ho provato a ridurre consapevolmente la media mensile. L’ho ridotta fino a una persona: io.

Il giorno dopo ho chiamato mia madre e non ha mai risposto al telefono.

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