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“Io sono Helen Driscoll”: il lato oscuro della normalità americana

California, anni Cinquanta.

La strada ben asfaltata corre tra due file di villette a un piano, con il giardinetto e la rimessa per l’auto.

Dal lunedì al sabato gli uomini si alzano, si mettono giacca e cravatta, salgono in macchina e spariscono. Restano le donne, i figli, la casa da tenere in ordine, i pasti da preparare, le fantasie escapiste da consumare in silenzio.

Nel fine settimana, messi a letto i bambini, è il momento di ritrovarsi a casa dei vicini per flirtare, bere birra e giudicarsi a vicenda.

L’inferno travestito da paradiso, potrebbe pensare qualcuno.

Forse. O forse no.

Una notte, però, cambia tutto. Il fantasma di una donna con un filo di perle appare nel soggiorno di una di quelle villette.

Non dovrebbe succedere nel mondo dai colori pastello in cui vive Tom Wallace, il proprietario di quella villetta. Ma succede.

Tom è un bravo americano, gran lavoratore, integerrimo padre di famiglia, ma ha commesso un piccolo peccato di vanità: ha creduto di poter vincere, con la sola forza di volontà, l’ipnosi.

Uno scherzo durante uno dei soliti fine settimana dai vicini, niente di più. Ma è uno scherzo costato caro. Tom ha messo piede in un mondo in cui gli spettri compaiono nei soggiorni della gente per bene. Un mondo in cui lui non può sopravvivere.

Sotto l’erba ben curata del vicinato ci sono cadaveri che vogliono vendetta.

I mille segreti del vicinato

Sono passati almeno trent’anni dall’ultima volta che ho letto Io sono Helen Driscoll di Richard Matheson. L’occasione per una rilettura mi è capitata a un mercatino delle pulci: ho trovato una copia dell’edizione Urania Mondadori del 2001, numero 288.

È una godibilissima storia di scienza di confine, recentemente riproposta negli Oscar Mondadori dopo sporadiche apparizioni — scusate il gioco di parole — in edicola.

Dopo tutti questi anni, l’impressione è di leggere una sceneggiatura mai girata di Hitchcock. Una storia di fantasmi, sì, ma prima ancora il racconto di una piccola comunità che vive di segreti, mezze verità, compromessi e menzogne.

Tom Wallace possiede un potere inaudito: è in grado di percepire i pensieri delle altre persone. In altre parole, ha accesso ai loro segreti.

Ed è lui, in un certo senso, il vero elemento orrorifico del romanzo. Non soltanto perché può percepire il desiderio sessuale della sua sfrontata vicina, ma perché può entrare nei pensieri di sua moglie.

Anne è terrorizzata da questa violazione della propria intimità. Più volte sembra sul punto di andarsene, di chiedere il divorzio, poi torna sui suoi passi e indossa di nuovo la maschera della brava mogliettina. Tocca a lei stare accanto al marito in difficoltà, anche se si sente esposta, violata, vittima di una forma di violenza che va oltre l’immaginabile.

E poi c’è il fantasma.

Un altro segreto. L’ennesimo.

Un James Stewart senza la faccia di James Stewart

In Italia Io sono Helen Driscoll si intitola così perché qualche furbacchione ha pensato di sfruttare la fama del più celebre Io sono leggenda.

In originale il titolo era A Stir of Echoes. Non facile da tradurre. Curiosamente, quando nel 1999 David Koepp si ispirò al romanzo per il suo film, il titolo italiano divenne Echi mortali, che a mio parere è molto più coerente con l’originale.

La cosa che più mi ha colpito, rileggendolo oggi, è il protagonista. Tom Wallace è un James Stewart a cui manca solo la faccia di James Stewart: un uomo qualunque, ragionevole, mediamente mediocre, accomodante.

Assiste a una scenata di un vicino alla moglie incinta? Lo porta a fare un giro in macchina, va con lui a bere una birra e lo ascolta con comprensione mentre quello si lamenta della mancanza di sesso e confessa una tresca con una rossa che lavora con lui.

La moglie scopre il tradimento e tenta di ucciderlo? Tom accorre in soccorso del fedifrago, perché è uno per bene, uno che aiuta i vicini. Poi partecipa anche alla farsa organizzata per evitare alla donna la galera. E naturalmente la cosa gli si ritorce contro.

La vita di Tom ruota attorno al figlio adorato e alla moglie Anne, che è in dolce attesa. Nemmeno la scoperta dei suoi poteri psichici, la capacità di leggere nel pensiero delle altre persone, incrina davvero la sua visione binaria del mondo.

Qualcuno potrebbe dire: è un personaggio piatto, senza crescita.

Un errore di costruzione da parte di Matheson?

Forse. O forse invece è proprio questo il punto: mostrarci un individuo all’apparenza integerrimo, ma in realtà moralmente ambiguo. Un uomo normale, decente, civile, che però continua a stare dalla parte sbagliata quasi tutte le volte che conta.

I vivi fanno più paura dei fantasmi

Io sono Helen Driscoll colpisce per un motivo semplice: il fantasma non è la cosa più inquietante del romanzo.

La cosa più inquietante sono i vivi.

Sono gli uomini rispettabili che si sentono sempre giustificati, le donne costrette a sopportare, i vicini pronti a coprire tutto purché la facciata resti intatta. È questo il vero orrore che Matheson mette in scena: non il ritorno dei morti, ma la normalità americana quando smette di fingersi innocente.

Tom Wallace, con la sua aria da uomo per bene, non è un eroe che scopre la verità. È un uomo medio che ci inciampa dentro e continua a giudicarla con gli strumenti sbagliati. Forse è per questo che oggi appare meno rassicurante di quanto potesse sembrare ai lettori del suo tempo.

Il romanzo è invecchiato, certo. Alcuni passaggi sono figli del loro tempo e non sempre Matheson riesce a liberarsi fino in fondo da quel mondo che racconta. Ma proprio per questo Io sono Helen Driscoll oggi è diventato qualcosa di più di una semplice ghost story ben costruita. È un piccolo romanzo sulla violenza nascosta dentro la rispettabilità, sul prezzo della normalità, sui segreti che una comunità è disposta a difendere pur di non guardarsi allo specchio.

Helen Driscoll, colpevole di essere una “rovina famiglie” e per questo punita con la morte, torna perché qualcuno la ascolti.

Ma a fare davvero paura è il mondo che, per anni, ha fatto finta di non vederla.

E che, probabilmente, continuerebbe a farlo.

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