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Vade retro queer

Il discorso è ampio, riguarda me e molti della mia generazione, la X (1965-1980). Flavio Troisi, con la sua videorecensione di L'ultima eroina (Si apre in una nuova finestra) di Emily Tesh (pubblicato in Italia da Mondadori) – vincitrice con questo romanzo del Premio Hugo 2024, uno dei premi più importanti per la fantascienza – ci offre un interessante punto di partenza per cominciare a ragionare.

Premetto che L’ultima eroina non l’ho letto e che ho la massima stima per il parere di Troisi, sempre molto competente. Per farla breve, alla fine, salva il libro ma ha delle perplessità.

Vediamo quali sono queste perplessità:

  • è roba per ragazzi, ai ragazzi piacerà

  • il romance è eccessivo per un libro di fantascienza

  • i personaggi LGBTQ+ sembrano forzati

  • non è un brutto libro con molte idee interessanti, ma non è esattamente quello che si aspettava dal vincitore del Premio Hugo

Tutte osservazioni che di recente si sentono spesso in ambito fantascientifico, formulate in modi diversi, da persone della mia generazione. Parlo di uomini intorno ai quaranta, cinquanta anni cresciuti con la fantascienza come territorio personale e donne coetanee “ammesse” in qualche modo a quell’universo maschile a patto che ne accettino i ruoli.

È un impressione mia, chiariamolo, potrei anche sbagliarmi e sto sicuramente generalizzando, ma prendiamola per buona anche se con le pinze e andiamo avanti.

L’immagine che hanno di se stessi i miei coetanei frequentatori del genere è quella di lettori seri, fedeli a se stessi e ai canoni classici di cui si sentono depositari, colti e raffinati. Pronti all’innovazione, è chiaro, però c’è un però… Davanti a certi libri recenti, manifestano un fastidio che definiscono estetico e che ha, a mio avviso, una natura diversa. Qualcosa che con la letteratura ha poco a che fare.

Generazioni a confronto

La fantascienza che ha formato la mia generazione - Asimov, Clarke, Heinlein, Dick, Le Guin, Ballard e i grandi della New Wave - non era priva di ideologia. Anzi. Era spesso stracolma di ideologia. Ma, salvo alcune notevoli eccezioni, c’erano delle premesse chiare, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di forza tra i sessi. Le donne, quando c'erano, avevano funzioni narrative precise, raramente di primo piano. Le relazioni, quando c’erano, erano perlopiù eterosessuali così come la stragrande maggioranza dei personaggi. Il testo aveva altro a cui pensare. Cose serie! La famiglia, quando compariva, era quella: padre, madre e figli. In alcuni casi, Heinlein di Storia di Farnham per esempio, uomo alfa e diverse donne e uomini beta, tutti sottomessi. Tutto questo non veniva dichiarato perché non c’era bisogno di farlo: era il presupposto da cui partire prima ancora di aprire il libro.

La cosiddetta realtà dei fatti.

Peccato fosse una menzogna.

I lettori della mia generazione, esposti a queste radiazioni, hanno subito una modificazione importante del proprio dna. Non si sono mai accorti, per mille motivi, che quelle premesse non erano l’assenza di ideologia di un laboratorio asettico di storie come credevano.

In questa proiezione propagandistica la fantascienza seria doveva essere letteratura delle idee, fredda, speculativa, razionale. Il romance era altra roba. Roba per donne. Come se durante una guerra (anche intergalattica), vale a dire una lunga catena ininterrotta di eventi violenti alternati a momenti di vuoto totale, non ci sia spazio per l’amore. Se anche si presentasse l’occasione i protagonisti dovrebbero rinunciare. E perché? Perché non è serio.

I corpi e le loro inclinazioni erano irrilevanti e comunque dovevano rientrare nel seminato dell’eterosessualità e sottomettersi al controllo maschile.

Questo era il patto implicito con il testo. Un patto talmente vincolante che ora molti miei coetanei difendono nel mondo dei libri, senza nemmeno sapere perché, quei valori reazionari a quali magari si oppongono nella vita di tutti i giorni.

Posizionamenti

Quando oggi un romanzo come L'ultima eroina mette in scena personaggi LGBTQ+ senza farne né un problema né un messaggio - semplicemente esistono, amano e agiscono come tutti gli altri - il lettore della mia generazione non vive questa cosa come normalità. La vive come un'intrusione. Il testo ha preso posizione su qualcosa che prima sembrava non richiederne alcuna.

Il paradosso è che proprio la normalità della rappresentazione è la cosa più destabilizzante. Un personaggio gay che fosse tragico, redento, problematico, offrirebbe almeno un ruolo narrativo riconoscibile. Ma un personaggio gay che esiste e basta, dentro una trama di fantascienza, senza che nessuno se ne stupisca, quello non ha dove mettersi, nella mappa mentale del lettore. Non c'è un cassetto per lui. E l'assenza del cassetto viene letta come difetto del testo.

Il romance è eccessivo. I personaggi LGBTQ+ sembrano forzati. Ma forzati rispetto a cosa? Rispetto a un'idea di fantascienza costruita su preconcetti così profondamente radicati da essere diventate invisibili. Il metro di misura è un canone che presentava se stesso come forma pura, come genere adulto e rigoroso, e che invece era già, fin dall'inizio, una posizione nel mondo.

In altre parole, abbiamo subito passivamente un condizionamento mentale.

Rumore fastidioso

Il "però va bene per i ragazzi" a conclusione della videorecensione è la chiusura più rivelatrice. Il libro viene salvato retrocedendolo. I ragazzi hanno gusti diversi, si sa. Sono cresciuti in un altro contesto, hanno meno strumenti critici, o forse semplicemente non hanno ancora imparato a distinguere. Il libro funzionerà per loro, concediamoglielo.

C'è una generosità apparente in questo giudizio che nasconde qualcosa di meno generoso: l'incapacità di immaginare che il problema non sia nel libro, ma nel proprio rapporto con il neutro. Che quello che si percepisce come rumore fastidioso ed eccessivo - il romance, la visibilità queer - sia semplicemente la prova che il silenzio di prima non era silenzio. Era il trattamento del silenzio.

Il fastidio, in fondo, è il riconoscimento involontario di una perdita. Non di qualcosa che è stato tolto, ma di qualcosa che non si sapeva di avere: il privilegio di leggere senza doversi accorgere di nulla. Di abitare un testo come se fosse casa propria, senza che nessuno ti ricordasse che anche altri ci vivono. La paura di vedere invasa e travolta quella comfort zone che è la nostra immaginazione.

Eppure ci aveva avvisato Ursula Le Guin.

Vade retro è l’inizio di un esorcismo. Si usa quando qualcosa di estraneo entra in uno spazio che si credeva protetto. Il punto è che quello spazio non è mai stato solo tuo.

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