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by Ātman Journal
○ Forse quelli della mala, forse le Brigate rosse
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Forse quelli della mala, forse le Brigate rosse
Lo sapevate che Piersanti Mattarella è stato ucciso dalle Brigate rosse?
E come no?
Hanno ammazzato pure l’Uomo ragno! E Laura Palmer! Ma pure Gesù Cristo, eh.
Quando ho sentito il Ministro Valditara affermare che l’ex Presidente della Regione siciliana è stato vittima del terrorismo rosso mi si sono presentate due alternative: sperare (!!!) che un Ministro dell’Istruzione sia tragicamente ignorante, oppure arrendermi al fatto che il suo sia stato un tentativo di revisionismo storico. E diciamo che anche se la prima sembra pure – ahimé – verosimile, la seconda pare comunque la più probabile.
Ecco, il punto è che, nonostante gli attori che hanno contribuito ai decenni più sanguinosi dell’Italia repubblicana siano molti, le Br sono rimaste il gruppo terroristico più noto in assoluto – e che, quindi, meglio si presta alle manipolazioni. Del resto sono state il più grande e importante gruppo terroristico di estrema sinistra in Europa a ovest del muro di Berlino, nate in un paese che, allo stesso modo, vantava il più grande partito comunista. Ma il primato della pericolosità, dell’efferatezza non è loro. Certo, hanno utilizzato lotta armata e rapimenti contro dirigenti d’azienda, magistrati, politici, forze dell’ordine e, tra i tanti, anche contro un famosissimo giornalista pedofilo. Si parla di centinaia di persone, alcune rapite e rilasciate, altre gambizzate, altre ancora uccise. Però, in questa lista, Piersanti Mattarella non c’è.
Come non ci sono la strage di Brescia, la strage di Bologna, né quella di Piazza Fontana, come non ci sono le uccisioni di Falcone e Borsellino, di Dalla Chiesa, di Pecorelli, di Amato. Questa è un’altra – parziale – lista, quella degli attentati commessi da numerosi attori, tutti legati o direttamente esponenti dell’estrema destra eversiva, che hanno variamente lavorato in sinergia durante gli Anni di piombo. Si parla dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), di Terza Posizione e Ordine Nuovo, di Cosa Nostra e della Banda della Magliana, di organizzazioni segrete come Gladio, P2 e Anello, di personaggi come Valerio Fioravanti, Massimo Carminati, Federico Umberto D’Amato, Henry Kissinger, Paul Marcinkus. Tutti personaggi che hanno concorso – nei panni di mandanti o di utili idioti – ai decenni più sanguinosi della nostra storia, i cui strascichi continuano a condizionare il paese.
Ma quindi, perché le Brigate rosse rimangono non solo le più famose, ma spesso le uniche di cui ci ricordiamo? Unicamente per il sensazionale rapimento Moro? Tante cose rimangono, ancora, taciute. Sono molti i documenti secretati, in Italia e in Gran Bretagna, così come negli Stati Uniti e in Francia.
E allora io tornerei un secondo a Valditara. E alla sua scuola, in particolare. Mi viene difficile pensare che il suo sia stato un lapsus – così come lui stesso si è affrettato a definirlo. Del resto sembra impegnato in un continuo lavoro di censura e revisionismo, che sta infierendo sul già moribondo corpo dell’istruzione pubblica. Ad esempio, sono sicura abbiate sentito parlare delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, nelle quali il ministero di Valditara consiglia di tagliare dai programmi di filosofia, tra gli altri, Marx e Spinoza – con Rousseau facoltativo.
Che fare, allora, per non farsi vincere dallo sconforto? Prima di tutto è possibile firmare la petizione (Si apre in una nuova finestra) lanciata da 60 docenti a difesa dell’insegnamento della Filosofia.
E poi, bisogna continuare a parlare, ancora e ancora, degli Anni di piombo, perché, come Marx, nei programmi scolastici non trovano posto. E in effetti, non ne hanno mai trovato.
Cronaca di una prova scomparsa
Quindi, chi ha ucciso Piersanti Mattarella?
La risposta semplice sarebbe: la mafia. Ma quanto è bella la parola mafia, Johnny? Una bella toppa omogenea, che non chiede di essere approfondita, anzi, più è semplificata, circoscritta e senza connessioni e meglio è. Ma la questione, ovviamente, non è così semplice, e non si è conclusa nel 1998 con la condanna all’ergastolo della cupola mafiosa e l’assoluzione degli esponenti dei Nar, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Riassumere l’intero omicidio Mattarella in questa sede, però, non è possibile, quindi non vi parlerò delle testimonianze contro Fioravanti e Cavallini, né degli incontri tra Andreotti e il boss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Mi limiterò invece a raccontarvi di come le cose sarebbero – forse – potute andare diversamente, se solo non fosse sparita una prova fondamentale: dei pezzi di targa.
Palermo, 6 gennaio 1980. Piersanti Mattarella viene assassinato a colpi di arma da fuoco, mentre, con la moglie, sta uscendo in macchina dal proprio garage. Il killer, descritto con precisione da tutti i testimoni come un venticinquenne di bella presenza, castano e dall’andatura ballonzolante, si allontana con un complice su una Fiat 127, ritrovata circa un’ora dopo. La 127 in questione era stata rubata la sera prima ma la targa era stata modificata: mentre l’originale era PA-536623, quella contraffatta è 54-6623PA anteriormente e PA-546623 sul retro, entrambe incollate grazie a del nastro adesivo nero e a un materiale simile al DAS. Un’altra Fiat, una 124, rubata anch’essa la sera precedente nella stessa zona, è targata PA-540916 e ha evidentemente fornito il materiale restante. Dei residui della contraffazione – PA, 53 e 0916 – però, non si trova traccia.
Torino, 1982. Durante la perquisizione del covo torinese dei Nar vengono rinvenuti, oltre a una confezione di DAS, due pezzi di targa: PA e 563091. Tutti i reperti vengono trasferiti da Torino a Roma, e per sei anni rimangono lì, senza che nessuno se ne interessi.
Palermo, 1986. Interrogando il collaboratore di giustizia Stefano Soderini – proveniente dai Nar – Falcone scopre il metodo utilizzato da Fioravanti per la falsificazione delle targhe. E – indovinate? – è proprio quello della 127.
Si apre, così, la pista dell’alleanza tra terrorismo di destra e Cosa Nostra: Falcone ci lavora fino al 1988, anno della sua celebre emarginazione – e dello scioglimento del pool antimafia – mentre il suo fidato collega, Loris D’Ambrosio, continua a occuparsene redigendo una relazione in cui la necessità di visionare i pezzi di targa ritrovati a Torino riveste un’importanza assolutamente centrale. Così, nel novembre del 1989 il giudice istruttore Natoli si presenta a Roma per recuperare questi pezzi di targa – di cui, ricorda, almeno uno fosse effettivamente una targa composta – e li deposita al Tribunale di Palermo. Ma lì, non si sa come né quando, spariscono.
Ricompaiono solo 29 anni dopo, straordinariamente intatte, originali: la pista nera si chiude e così la storia delle targhe. Quella dell’omicidio Mattarella invece no: le indagini sono state ufficialmente riaperte nel 2025, si sono trovati nuovi colpevoli e nuovi collegamenti, a testimonianza di quanto Mattarella – tra le altre cose, erede di Moro – fosse un personaggio scomodo, incorruttibile e, per questo, estremamente pericoloso.
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