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Cosa racconta (e cosa no) il rapporto sul disagio educativo a Prato

Questo reportage è il primo passo di un’inchiesta sulla scuola che porteremo avanti nelle prossime settimane: un lavoro fatto di storie, dati, testimonianze e dettagli quotidiani, a partire da ciò che studenti e insegnanti si portano addosso ogni giorno, anche dentro uno zaino.

Oggi è l’11 maggio e nelle scuole di Prato, a questo punto dell’anno scolastico, ci sono già centinaia di banchi vuoti che resteranno vuoti a settembre del prossimo anno scolastico.

Non perché manchino gli studenti. Ma perché una parte consistente dei ragazzi che avrebbe dovuto essere lì, semplicemente, non frequenta più. Alcuni hanno lasciato le superiori nei mesi scorsi, altri si sono persi durante il passaggio tra medie e superiori, altri ancora frequentano in modo intermittente da tempo.

Secondo il nuovo rapporto del Comune di Prato su disagio educativo, insuccesso, dispersione e abbandono scolastico, ogni anno oltre 500 giovani escono dal sistema scolastico senza un diploma o una qualifica professionale. È uno dei dati più alti in Toscana e molto superiore alle medie nazionali.

È anche per questo che nelle scorse settimane si è insediato in Palazzo comunale il nuovo Osservatorio sulla povertà educativa, la dispersione e l’abbandono scolastico: un gruppo di lavoro intersettoriale che mette insieme Comune di Prato, uffici regionali, Arti, Ufficio scolastico provinciale, Provincia, Pin, Cpia e la rete Rispo dei dirigenti scolastici. L’idea alla base dell’osservatorio è che la dispersione scolastica non riguardi soltanto la scuola, ma sia una questione che attraversa il lavoro, i servizi sociali, i quartieri, le famiglie e più in generale le prospettive di sviluppo della città.

Ed è esattamente questo che emerge dal rapporto.

Il documento, curato dall’Ufficio statistica del Comune insieme ai servizi istruzione e sociale, non descrive la dispersione come un problema limitato a singoli istituti o a poche situazioni marginali. Al contrario, racconta una fragilità strutturale della città, che si intreccia con il modello economico pratese, con le trasformazioni demografiche degli ultimi vent’anni e con le profonde differenze sociali presenti tra quartieri e famiglie.

La città-distretto

Per spiegare il problema, il rapporto parte dal modello economico di Prato.

La città viene definita “l’archetipo della città-distretto”: un territorio dove esiste una forte permeabilità tra sistema produttivo e società, e dove il lavoro continua ad avere un ruolo centrale anche nella costruzione delle traiettorie familiari e scolastiche.

Questo modello produce effetti ambivalenti.

Da una parte Prato ha indicatori occupazionali migliori rispetto a gran parte del Paese. Il tasso di occupazione giovanile tra 24 e 35 anni è del 46,8%, superiore sia alla media toscana sia a quella italiana. La quota di NEET (cioè giovani che non studiano e non lavorano) è del 7,4 per cento, contro l’11 per cento della Toscana e il 15,2 nazionale.

Dall’altra parte, però, il sistema economico pratese continua ad assorbire anche lavoro poco qualificato. Il rapporto osserva che il distretto riesce a integrare rapidamente forza lavoro “talvolta specializzata, spesso poco qualificata”. Questo significa che uscire presto dalla scuola, almeno nell’immediato, può apparire sostenibile.

I livelli di istruzione della popolazione infatti sono molto bassi. Solo il 49,7% dei residenti tra 25 e 64 anni possiede almeno un diploma. Tra i giovani adulti tra 25 e 39 anni i laureati sono il 22,7%, contro il 32,6 della Toscana.

Il rapporto descrive quindi una città dove il mercato del lavoro resta relativamente inclusivo, ma dove questa inclusione non coincide necessariamente con un miglioramento della qualità dell’istruzione o della mobilità sociale.

Una città molto giovane e molto internazionale

Prato è anche una città profondamente diversa dal resto della Toscana dal punto di vista demografico. Ha l’età media più bassa della regione e la più alta percentuale di residenti stranieri d’Italia. Nel comune gli stranieri rappresentano il 27% della popolazione; nella provincia il 23 per cento.

Tra i minorenni il dato cresce ulteriormente: un ragazzo su tre ha cittadinanza estera. Il rapporto però insiste su un punto considerato decisivo: quasi nove minori stranieri su dieci sono nati in Italia e il 73% è nato direttamente a Prato.

Questo cambia molto la prospettiva del problema. La fragilità educativa non riguarda soltanto studenti arrivati recentemente dall’estero o percorsi migratori appena iniziati. Riguarda anche ragazzi cresciuti interamente dentro il sistema scolastico italiano.

Secondo il rapporto, l’elevata mobilità della popolazione pratese, legata a migrazioni, irreperibilità anagrafiche e spostamenti frequenti, produce comunque percorsi familiari spesso instabili e aumenta il rischio di dispersione scolastica.

Il nodo delle competenze

Uno dei dati più impressionanti riguarda le competenze scolastiche misurate dalle prove Invalsi, quei test nazionali somministrati annualmente agli studenti per misurare i livelli di apprendimento in italiano, matematica e inglese. 

Alla fine della terza media, il 49,2% degli studenti pratesi ha competenze alfabetiche considerate inadeguate. È il dato peggiore della Toscana. Anche sulle competenze numeriche la situazione è critica: gli studenti con risultati insufficienti sono il 40,4%.

In pratica, quasi uno studente su due arriva alla fine delle medie con difficoltà importanti nella comprensione dei testi e nella scrittura.

Il rapporto riconosce che il fattore linguistico ha un peso, soprattutto per gli studenti che parlano altre lingue in famiglia. Ma aggiunge anche che la dimensione del fenomeno è troppo grande per essere spiegata soltanto così.

È uno dei passaggi più significativi dell’intero documento: il disagio educativo viene descritto come un fenomeno più ampio, trasversale e radicato nel contesto sociale cittadino.

La geografia del disagio

Il rapporto dedica un’intera sezione alla distribuzione territoriale delle fragilità educative e sociali. Per farlo utilizza l’IDISE, l’Indice di Disagio Socio-Economico sviluppato da Istat tra 2023 e 2025 insieme a 24 città italiane.

Secondo questa mappatura, la zona più fragile della città è quella centrale: dal centro storico verso il Macrolotto 0 e poi lungo l’asse sud nei quartieri del Soccorso, Gescal e San Giusto.

In quest’area vivono oltre 60mila persone, circa il 30 per cento dei residenti totali. I quartieri considerati più vulnerabili sono il Cantiere, Villaggio-Gescal e il Centro storico.

Qui il disagio educativo emerge come una delle principali componenti della fragilità sociale complessiva. Il rapporto nota anche che molte delle aree più esposte combinano forti difficoltà educative con livelli relativamente bassi di disagio occupazionale: cioè si lavora, ma si studia poco. È probabilmente uno degli elementi più caratteristici del caso pratese.

Il rapporto sottolinea inoltre che il 61 per cento dei minori residenti vive proprio nell’area urbana che coincide con le zone più fragili dal punto di vista socioeconomico.

Ritardi scolastici e percorsi fragili

L’analisi dei percorsi individuali mostra che il problema emerge molto presto. Alla scuola primaria, tra gli studenti stranieri, la probabilità di accumulare almeno un anno di ritardo è del 13%: sei volte quella degli studenti italiani.

Alle medie il divario aumenta ancora: il ritardo riguarda il 32% degli studenti stranieri contro il 4% degli italiani. Alle superiori oltre la metà degli studenti stranieri il 54% non è in pari con il percorso scolastico.

Il rapporto segue anche una coorte di studenti iscritti alle superiori tra 2020 e 2024. Il risultato è molto duro: la probabilità di non diplomarsi, o comunque di non farlo nei tempi regolari, è del 71% per gli studenti con cittadinanza estera e del 31% per quelli italiani.

Il documento però insiste nel non ridurre il problema a una distinzione tra italiani e stranieri.

In termini assoluti, infatti, gli studenti che escono precocemente dai percorsi educativi sono distribuiti quasi in modo equivalente tra cittadini italiani e stranieri. 

La conclusione del rapporto è che l’esclusione educativa sia un fenomeno “multidimensionale”, alimentato da un disagio sociale profondo e trasversale.

Quanti ragazzi lasciano la scuola

La parte centrale dello studio prova a quantificare la dispersione scolastica. Seguendo i criteri utilizzati dal Ministero dell’Istruzione, il rapporto stima che a Prato la quota di studenti che abbandona definitivamente la scuola senza una qualifica professionale oscilli tra il 3 e il 6%.

Alle medie il tasso di abbandono è tra il 3 e il 4% durante il ciclo e tra il 4 e il 6% nel passaggio verso le superiori.

Le medie nazionali sono molto più basse: 0,5% durante le medie e 1,2% nel passaggio alle superiori. Alle superiori la dispersione pratese arriva fino al 7% contro il 2,6 nazionale.

Ogni anno, conclude il rapporto, oltre 500 giovani lasciano la scuola senza avere acquisito competenze considerate indispensabili per un inserimento sociale ed economico stabile.

Il momento più critico coincide con i 16 anni, cioè quando si conclude l’obbligo dei dieci anni di istruzione.

I ragazzi “sconosciuti” alla scuola

L’ultima parte del rapporto contiene forse il dato più impressionante.

Attraverso una verifica sull’Anagrafe nazionale studenti, il Ministero ha rilevato che a Prato vivono circa 300 minorenni mai iscritti a nessuna scuola italiana.

Il rapporto distingue tre categorie: i ragazzi che interrompono la frequenza durante l’anno, quelli iscritti ma non frequentanti e infine gli “sconosciuti”, cioè minori completamente assenti dai registri scolastici italiani.

In totale, i minorenni coinvolti nelle varie forme di mancata frequenza o assenza dal sistema scolastico sono circa 1.000. È la parte del fenomeno più difficile da interpretare e probabilmente anche quella più difficile da affrontare.

Perché qui non si parla soltanto di dispersione scolastica. Si parla di ragazzi che, almeno formalmente, non sono mai entrati davvero dentro il sistema educativo italiano.

Quello che il rapporto non dice

Proprio perché il rapporto è molto ampio e dettagliato, colpiscono anche le cose che sceglie di non approfondire.

La principale è probabilmente la dimensione culturale delle comunità straniere, e in particolare di quella cinese, che a Prato rappresenta una parte centrale della popolazione scolastica e giovanile. Il documento descrive con precisione gli effetti statistici della dispersione (i ritardi, gli abbandoni, le differenze tra italiani e stranieri, la concentrazione territoriale del disagio) ma resta molto prudente nell’interpretare le cause culturali e familiari che possono stare dietro questi fenomeni.

È una scelta abbastanza evidente soprattutto in alcuni passaggi. Il rapporto sottolinea più volte che il problema non può essere ridotto alla cittadinanza straniera e insiste sul fatto che molti ragazzi stranieri sono nati e cresciuti a Prato. Quando parla delle aree più fragili della città, osserva che in alcune zone “questa tendenza è più marcata nelle aree abitate da cittadini di origine cinese”, ma si ferma lì, senza entrare davvero nel merito.

Non vengono affrontati, per esempio, temi molto discussi in città da anni: il rapporto di alcune famiglie con la scuola italiana, il peso del lavoro familiare nei percorsi adolescenziali, le aspettative educative diverse tra comunità, la frequenza intermittente di ragazzi che passano periodi lunghi tra Italia e Cina, oppure le difficoltà di comunicazione tra istituzioni scolastiche e famiglie.

Anche il dato forse più impressionante del rapporto (i circa 300 minorenni residenti ma mai iscritti a scuola in Italia) viene trattato soprattutto come un problema amministrativo e statistico. Il documento spiega come questi ragazzi emergano dall’incrocio delle banche dati del Ministero e dell’anagrafe comunale, ma evita quasi completamente di interrogarsi sul perché questo accada e su quali meccanismi sociali o culturali lo rendano possibile.

In generale, il rapporto sceglie un approccio molto tecnico e istituzionale. Descrive bene la struttura del fenomeno, la sua distribuzione territoriale e le sue dimensioni quantitative, ma entra meno nelle dinamiche quotidiane che producono concretamente la dispersione: il rapporto con la lingua, le aspettative familiari, il lavoro precoce, la segregazione sociale tra scuole, le differenze tra indirizzi scolastici o il ruolo delle reti comunitarie.

Ed è probabilmente giusto così. Questo documento non nasce per dare interpretazioni politiche o culturali, ma per fornire una base statistica solida da cui partire. Il punto, semmai, è che adesso quei numeri chiedono una risposta politica. Perché il rapporto mostra con chiarezza che la dispersione scolastica a Prato non è più un fenomeno marginale o episodico, ma una fragilità strutturale della città. E a questo livello non bastano più soltanto gli strumenti tecnici o amministrativi: serve decidere che tipo di città Prato vuole essere nei prossimi anni, e quanto è disposta a investire per evitare che centinaia di ragazzi continuino ogni anno a sparire dalla scuola.

Ne riparleremo.


Argomento Società

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