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Chi resta, chi arriva. Cronache da Cantagallo

Spopolamento, servizi lontani e nuove economie: storie dai territori più interni della Val di Bisenzio. Foto di Paola Ressa.

Ciao! Mi chiamo Lorenzo Tempestini, faccio il giornalista a Prato da un po’ di anni e questo che stai leggendo è un articolo della newsletter di Buzz Prato, un progetto editoriale che cerca di fare un racconto “nuovo” della città. Se sei arrivata/o qui per caso, puoi iscriverti alla newsletter e non perderti i prossimi articoli.

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A Fossato, l'ultimo paese della provincia di Prato prima del confine con quella di Pistoia e Bologna, d'inverno restano più o meno quattordici persone. Sotto un pergolato di vite, i grappoli ancora acerbi appesi sopra la testa, tre anziani passano il pomeriggio a chiacchierare come fanno da una vita: si conoscono da bambini. Sul retro della casa, contro il muro di pietra, un cespo di ortensie rosa e blu è in piena fioritura.

A pochi chilometri di distanza, a Selvapiana, un apicoltore ha salvato dall'estinzione una varietà di pomodoro che rischiava di sparire insieme agli ultimi che sapevano coltivarla. Adesso i semi di questa pianta vengono spacciati in tutto il mondo. Sono due storie dello stesso comune, Cantagallo, classificato dalla Strategia nazionale per le aree interne come territorio "periferico", a 49 minuti dai servizi essenziali.

Fossato

Le case di Fossato sono strette una all'altra lungo vicoli di pietra, quasi tutte con le persiane per la maggior parte chiuse anche a luglio se uno ci passa durante la settimana. Camminandoci in mezzo in un pomeriggio di sole non si incontra praticamente nessuno.

Mauro ha 87 anni ed è nato a Fossato, sotto una località che si chiama Felciaio. Riceve seduto al tavolo di una taverna mezzo magazzino, in una casa dove la luce entra solo da una finestra e il resto resta in penombra. È stato pastore da bambino, poi per ventisette anni portalettere rurale, "pedonaggio" lo chiamavano, a piedi, poi a cavallo, poi in Vespa, per consegnare la posta in tutta la vallata: otto chilometri all'andata, otto al ritorno, ogni giorno. "Qui l'autobus non ci arrivava mica, c'era tutta mulattiera", racconta. Oggi vive solo, d'inverno, nella frazione di Biscoreschi. "Alle volte mi viene un po' di timore", dice, "ma poi c’ho il cellulare e il telefono anche fisso, almeno un po’ di comodità".

Il paesaggio intorno a lui è cambiato più di quanto sembri. Fino agli anni Sessanta i campi che oggi sono boscosi erano tutti coltivati a grano. Inimmaginabile per come siamo abituati a vedere questo quadrato di appennino. Dalla finestra di casa sua, oggi, si vede solo una distesa ininterrotta di boschi, faggi, abeti, castagni, con qualche casa isolata visibile a chilometri di distanza. "Vedi quella zona lì, era tutto giallo di questi giorni, tutto grano. Prima che mettessero tutti gli abeti". Non è solo la popolazione ad essersi ritirata dalla montagna. È il colore stesso della montagna a essere cambiato: uno studio dell'Università di Firenze (Si apre in una nuova finestra) sulla proprietà fondiaria di qualche anno fa calcola che a Vernio, il comune confinante, il 53% della superficie un tempo coltivata è tornata bosco tra il 1954 e il 2013, a Cantagallo il 46%, più di tre volte la media regionale toscana, che si ferma al 12%.

La casa in cui vive se l'è ricostruita lui, nel '73, poco dopo che la moglie era morta giovane. I due figli sono cresciuti e se ne sono andati, uno a Prato, una a Pistoia. Rimasto solo, Mauro ha lasciato per un periodo anche Fossato: vent'anni a lavorare nei vivai vicino Pistoia, tornando su ogni sabato. Poi è tornato definitivamente, quando la madre, anziana, aveva bisogno di lui.

Della guerra si ricorda tutto, anche se aveva cinque anni e mezzo. Il nonno lo teneva per mano contro il muro del cimitero, a fargli scudo, mentre fischiavano le schegge della contraerea: "gli dissi: nonno, che è quello? Parevano gusci d'uovo da lassù." Erano due paracadutisti, saltati da un aereo abbattuto poco lontano: si salvarono entrambi. È un ricordo che racconta con la stessa calma con cui racconta tutto il resto, con la cadenza un po’ pistoiese che hanno da queste parti, senza cercare né di sdrammatizzare né impressionare.

Fossato, dice, un tempo era "un gran paese", cinquanta o sessanta abitanti solo nella sua frazione. L'emigrazione verso la Francia era cominciata già prima della Prima guerra mondiale, e si è intensificata dopo il '15 e ancora dopo il '40, quando diverse famiglie intere hanno lasciato Fossato: la madre di Mauro aveva quattro fratelli emigrati là. Molti di quei discendenti, dice, "hanno sempre tenuto al paese", cioè non hanno mai venduto la casa di famiglia, e qualcuno torna ancora oggi. Il dieci d'agosto, per la festa di San Lorenzo, tornavano anche loro: botteghe aperte, balli, le campane suonate "a doppio", una tecnica antica in cui i rintocchi si intrecciano fino a formare una specie di musica. Quella registrazione esiste ancora: gliel'ha fatta la figlia, tempo fa, e oggi si trova online. Mauro, che il computer non lo sa usare, ogni tanto se la fa mettere da qualcun altro.

Rocco, 91 anni, e Sara, 83, raccontano lo spopolamento con un tono più ironico che malinconico. “Quattordici d’inverno, sì, mi sembra”, dice Sara. D’estate, quando tornano le famiglie con radici qui e chi possiede una seconda casa, gli abitanti diventano più di duecento e la Pro Loco organizza una serie di iniziative. A settembre il paese si svuota di nuovo.

Una bottega di generi alimentari “ci farebbe comodo”, dicono, ma nessuno potrebbe viverci: “Non c’ha guadagno, d’inverno c’è pochissima gente”. Quella storica, gestita dalla sorella di Rocco, è rimasta aperta dal 1952 al 2018, sessantasei anni, prima di chiudere senza che nessuno la rilevasse.

Il medico arrivava ogni mercoledì fino a tre anni fa. “Ora non si vede più. Gli si telefona per le medicine”.

Per fare la spesa serve la macchina. “Siamo tagliati fuori”, dice Rocco, che deve rinnovare la patente e scherza sul rischio che non gliela concedano: “Mi comprerò un’Ape. E se no il ciuco, come prima”.

Rocco i muli li ricorda bene: ne aveva cinque e per anni ha portato la legna giù dai boschi. Negli ultimi otto anni prima di venderli ha lavorato anche in una cava, tagliando lastre di pietra.

Nel 1973 è entrato nello stabilimento di imbottigliamento dell’acqua minerale di Lentula, dove è rimasto venticinque anni. Poi lo stabilimento è stato chiuso e scoperchiato perché il tetto era in eternit e doveva essere rimosso. Un altro lavoro scomparso dalla valle.

Rocco è sempre rimasto solo. “Ho avuto qualche cosa, però poi ero una testa libera. Montanaro. Io voglio fare come mi pare”. Per quarant’anni, ogni sabato sera, andava a ballare fino a Porretta e Camugnano e tornava all’alba.

Ottorino, che di anni ne ha 92 e mezzo, arriva più tardi appoggiandosi alla mazza, appena tornato dall’orto. Si siede stanco: “Sono un po’ vecchio”, dice.

I numeri restituiscono lo stesso progressivo svuotamento. A Cantagallo il 38,7% delle abitazioni censite non risulta occupato stabilmente. 

Chi se n’è andato ha spesso conservato la proprietà senza abitarla. A ogni passaggio ereditario, tra fratelli e cugini sparsi tra Prato e la Francia, la terra si è frammentata fino a diventare, in circa il 15% dei casi secondo lo stesso studio, proprietà “silente”: intestata a persone verosimilmente morte da tempo, senza che gli eredi abbiano mai fatto la voltura.

Nel 2024, in tutta l’area, sono morte più del doppio delle persone nate: 246 decessi contro 106 nascite.

Nessuno dei tre anziani sotto il pergolato, però, dice di essere pentito di essere rimasto. “Viverci si vive bene, meglio che a Prato, meglio che a Firenze”, dice Rocco. “Solo ci manca comodi, questo ci manca”. Prima di andare via, facciamo i complimenti per le ortensie. È un dettaglio piccolo, la stessa cura che si ritrova poco più avanti, a Selvapiana.

Selvapiana

Simone Rossini, 38 anni, aveva studiato Scienze politiche, poi ha sentito il bisogno di "fare qualcosa di pratico" legato al cibo. Un corso di apicoltura a Galceti, un hobby diventato lavoro, una casa a Prato piena di fusti d'olio e di miele: "la passione mia ha contagiato anche un po' i familiari." Nel 2015 la famiglia ha comprato terra a Selvapiana di Cantagallo, non per nostalgia, ma perché la Val di Bisenzio "ci ha offerto la possibilità di investire delle cifre molto più basse rispetto ad altre zone". Qui hanno aperto un agriturismo, l'azienda agricola Il Ronzio.

Mostra un favo appena estratto, tenendolo controluce: la cera ancora chiara ai bordi, il miele scuro che traspare dalle celle chiuse. È così che racconta le api, con le mani, prima ancora che a parole.

La storia più importante che Simone racconta però è quella di un pomodoro. L'ha scoperto nell'orto di un vecchio signore di Vaiano, Amerigo Brandolini, oggi scomparso. Lo chiamava "il tigrato di Luciana", dal nome del borgo sopra Vernio da cui gli erano arrivati i semi trent'anni prima. Nessuna traccia online. Simone ha cominciato a chiedere in giro e ha trovato altre persone che lo coltivavano senza conoscersi tra loro, segno che dietro c'era una storia vera. È risalito a Ademaro Bartolini, la cui famiglia tornò dalla Francia negli anni Quaranta e iniziò a coltivarlo a Luciana, diffondendolo poi attraverso la propria agraria: "vendeva anche 10, 12mila piantine all'anno".

L'Università di Pisa ha studiato la varietà per due anni, confermando che non ne esiste una simile in nessun'altra parte d'Italia. Il pomodoro è stato iscritto al repertorio regionale delle specie erbacee della Toscana, e Simone è diventato uno dei "coltivatori custodi" della banca del germoplasma regionale. Ma per due o tre anni ha rischiato seriamente di estinguersi: "gli ultimi anziani agricoltori sono morti", dice Simone, "i tentativi che avevamo fatto di replicarlo riguardavano poche piante: bastava una grandinata e si perdeva". A settembre arriverà il riconoscimento come presidio Slow Food. È un percorso che ha fatto da solo: la sua è stata un'iniziativa privata dall'inizio alla fine.

Qualcosa stava per sparire insieme all'ultimo che se ne ricordava, ed è stato salvato da chi è arrivato dopo, per ascoltare in tempo. Simone sta ridiffondendo anche il melo Savignanino, varietà antica quasi scomparsa in queste zone che ha ritrovato censendo le piante superstiti e facendo innesti insieme a un amico, e l'insalata delle nove lune, di cui alcuni anziani della valle si ricordano ancora i nonni che la coltivavano. Sta mettendo insieme tutte queste produzioni, il pomodoro, il melo, l'insalata, l'olio dell'ulivo frullino di Vaiano, la farina di castagne, in un paniere di prodotti tipici della Val Bisenzio, con l'idea di un marchio "prodotto di montagna" diverso dal semplice biologico.

In mezzo al suo orto, tra file di canne di bambù legate a mano che reggono le piante, Simone si ferma a braccia conserte, sorridendo: è chiaramente il posto dove si sente più a suo agio, malgrado la fatica. Parla anche dei vantaggi di stare qui: "un ambiente salubre, incontaminato, si vede anche col discorso apicoltura, le api qui ci stanno molto bene". Ma non nasconde gli svantaggi: "qui non ci passa gente, quindi non ci sono clienti che possono venire facilmente in azienda", corrieri che faticano ad arrivare, un e-commerce quasi impossibile da pensare. È stato proprio il pomodoro, il prodotto unico, ad aprirgli le porte dei mercati fuori valle, dal Mercato della Terra di Prato alla Fierucola di Firenze. Tira fuori il telefono e mostra un sito in tedesco e poi uno americano: i semi del borsa di montone, dice, oggi si vendono tra appassionati in tutto il mondo. Finita la chiacchierata, ci incamminiamo verso il campo dove crescono i pomodori, in mezzo agli alberi da frutto e alle siepi che salgono verso il crinale boscoso.

Chi amministra Cantagallo

Guglielmo Bongiorno, sindaco del comune, non ama il termine “area interna”. Dice che è l’aggiornamento di quelle che una volta si chiamavano “aree disagiate”, e non crede che un comune montano debba essere raccontato soltanto attraverso ciò che gli manca.

Servizi, medici e banche sono lontani, ma ci sono boschi, sorgenti e aria pulita. Li chiama “servizi ecosistemici” e, insieme all’urbanista Valerio Barberis, sta lavorando a un progetto per proporre Cantagallo come parte della risposta ai problemi ambientali delle aree metropolitane vicine: Prato, Firenze e Bologna.

Il progetto mette insieme la Riserva naturale Acquerino Cantagallo, con un percorso di terapie forestali, e l’esperienza del Borgo Tutto è Vita, un paese abbandonato che sta rinascendo intorno a uno Spiritual Hospice: un luogo dedicato all’accompagnamento alla morte attraverso la meditazione, dove convivono monaci, famiglie e bambini.

Il sindaco cita anche le politiche di forestazione urbana di Prato, che secondo lui coprono soltanto una piccola parte di ciò che servirebbe alla città. “Il resto bisogna andarlo a cercare altrove.”

Bongiorno si è trasferito a Cantagallo con la moglie nel 2005, prima che nascesse suo figlio, per scelta di vita. Non ne nasconde il costo: il ragazzo perde due ore al giorno negli spostamenti per andare a scuola a Prato, tempo sottratto alle amicizie, allo sport e alla musica. Ricorda anche che Cantagallo non è soltanto declino. Nel comune hanno sede alcune importanti aziende del distretto tessile pratese, visitate dai grandi marchi della moda internazionale.

Se il recupero delle varietà agricole è nato dall’iniziativa di singole persone, il progetto di “economia circolare della montagna” con Fondazione PIN prova a costruire una risposta pubblica: collegare risorse e attività che oggi procedono separate.

Bongiorno chiede di giudicare questo territorio sul lungo periodo, tra vent’anni. Le sue richieste sono infrastrutture digitali, collegamenti viari e ferroviari e una “fiscalità di vantaggio” per chi vive e lavora in montagna.

Il paragone che usa è semplice: un dipendente comunale di Cantagallo guadagna più o meno quanto uno di Prato, ma quello di Prato trova l’autobus sotto casa.

Cita anche il Piano strategico nazionale delle aree interne, che per alcuni territori parla, parafrasando ma neanche più di tanto, di un “irreversibile accompagnamento verso una dolce morte”.

A Fossato nessuno, tra Mauro, Rocco, Sara e Ottorino, ha mai usato la parola "irreversibile" o "dolce morte". Parlano di quello che manca, senza girarci intorno, la bottega, il medico, ma continuano a tagliare la legna, a innaffiare le ortensie. Simone continua a coltivare un pomodoro che quasi nessuno gli aveva chiesto di salvare. Non è ottimismo. È, più semplicemente, la differenza tra guardare un posto dai dati e viverci dentro.

Nel prossimo episodio di questo reportage il nostro viaggio si sposta verso Vernio dove alcune botteghe di prossimità stanno chiudendo e a Montepiano, il paese che fatica a reggere la propria rinascita. Oltre ad ascoltare pareri di chi le aree interne le studia da anni.

A venerdì!

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https://www.youtube.com/watch?v=x1XNeVYaAFQ (Si apre in una nuova finestra)
Argomento Società

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