“Ristrutturazione, emergenza, passività sono le fondamenta di chi si costruisce case d’isolamento; per questo il loro disprezzo nei nostri confronti continuiamo a chiamarlo perbenismo”. Così scrivemmo in un riuscito manifesto tra il 1989 e il 1990. Era un manifesto dialettico: c’erano i "no" ma anche i "sì". Soprattutto c’erano Stanlio e Olio con i manici di piccone. Il testo, per la gran parte, lo scrissi durante una lezione di filosofia a scuola. Però l’immagine fu un’idea di Toy, detto Toicescu… e non per caso.

La mia intenzione era quella di scrivere un manifesto che descrivesse il passaggio dalla società fordista — quella della fabbrica, dei cortei, delle grandi conquiste come lo Statuto dei lavoratori — a quella post-fordista. Una nuova organizzazione sociale che non ebbe neanche il diritto a un nome tutto suo. L’altro vocabolo che possiamo usare per indicare quel periodo, iniziato alla fine dei '70 e finito con il neo-autoritarismo attuale, è "neoliberismo", comunque una parola composta derivante da liberismo.
L’Alcione lo occupammo sull’onda delle mobilitazioni nate e cresciute dopo lo sgombero del Leoncavallo. Il 16 agosto 1989, in via Leoncavallo, nel Casoretto, si svolse una battaglia tra occupanti e polizia che portò allo sgombero del centro sociale. Uno spazio occupato nel 1975, il centro sociale di , due ragazzi che, mentre facevano contro-inchiesta sullo spaccio di eroina nel quartiere, furono vigliaccamente uccisi. Era il 1978. Ad ammazzarli fu una commistione tra malavita locale e neofascisti.
https://www.faustoeiaio.info/ (Si apre in una nuova finestra)Noi eravamo gli amici e compagni di Luca Rossi, un altro ragazzo ucciso, stavolta da un poliziotto che sparò fuori servizio contro alcuni malviventi; Luca, assolutamente ignaro di quello che stava accadendo a pochi passi, correva per prendere la filovia e invece incontrò la pallottola sparata dall’agente. Molti di noi facevano parte dei giovani di Democrazia Proletaria. Organizzavamo il mercatino dei libri usati di Piazza Vetra e il cinema chiuso dell’Alcione era praticamente di fronte al mercatino.
https://www.pressenza.com/it/2026/02/quarantanni-con-luca-rossi/ (Si apre in una nuova finestra)Era chiuso e inutilizzato in quanto, dopo una carriera di teatro d'avanspettacolo iniziata all’inizio del ‘900, finì in un’inchiesta sulla mafia a Milano. La proprietà era dell’Immobiliare Monti, coinvolta nell’operazione Duomo Connection. Per noi rappresentava anche la desertificazione culturale che Milano stava diventando in quegli anni. I cinema chiudevano, non c’erano ancora le multisale. Grazie al fatto che i film ognuno poteva guardarseli comodamente a casa, le sale — e ancora di più i teatri — entrarono in grave crisi verso la fine degli anni ‘70. È il ritiro nel privato che caratterizzò il "riflusso" degli anni ’80. È quello che scrivemmo nel manifesto dell’Alcione: la casa di proprietà che diventa il luogo dell’autoisolamento.
“Milano, città europea, capitale della moda, della finanza, del terziario, dell’informazione è sempre più povera di servizi, invivibile e ostile per fasce sempre più ampie di popolazione. […] Espulsi oltre le cerchie i cittadini, Milano diventa torta da spartire tra le grandi famiglie: Agnelli, Berlusconi, Pirelli, Gardini, Ferruzzi, Scotti, Cabassi e così via”. (da Libro bianco sul Leoncavallo a cura della Federazione milanese di Democrazia Proletaria).
Non restammo a lungo nei locali di Piazza Vetra. I concerti e gli spettacoli che realizzammo infastidivano sia i ricchi condomini che gli autonomi del Leonka. Le “forze del disordine” in aprile ci cacciarono fuori. Sapevamo che sarebbero arrivati e restammo in qualche decina di persone ad aspettarli. La prima notte la passammo chiusi nella cabina di proiezione. La notte successiva non ci sembrò più una grande idea giocare a nascondino con la polizia, così scegliemmo un altro locale che dava direttamente sulle scale del condominio. La mattina presto vedemmo uno (o forse più di uno) furgoncino del latte che continuava a passare. Poi arrivò la polizia, in gran numero. Individuò dove eravamo e venne a sfondare la porta. La spaccò a colpi di accetta. Poi entrarono. Facemmo resistenza passiva, anche perché, personalmente, dopo la scena dell’accetta ero immobilizzato dalla paura. Invece ci arrivò solo qualche colpo di manganello, ma poca roba.
Non ci fu una grande mobilitazione a seguito dello sgombero. La manifestazione più riuscita fu il giorno stesso: un corteo serale in Ticinese, a tratti situazionista. Non avevamo concordato il percorso e continuammo a svoltare in vie diverse da quelle dove andavano volanti e uomini della digos che ci precedevano, finché non ci dissero di smetterla, altrimenti ci avrebbero caricati.
Poi provammo un’altra occupazione, quella del cinema Ducale in piazza Napoli. Magari ne scriverò in un altro racconto, vi sono aspetti succosi anche in questa breve esperienza.
Quello che mi interessa è concentrarmi sulle “case d’isolamento”, un’intuizione che ci permette di leggere il nostro rapporto con lo spazio-casa da allora fino al Covid, passando anche per i mutui subprime. La scelta che feci allora fu, proprio, che le mie case dovevano essere accoglienti.
La prima casa quando, con grande sollievo, abbandonai il tetto paterno fu quella di via Paravia a Milano. Via Paravia ricorre nella mia storia: feci infatti il servizio civile nella comunità della Don Gnocchi che ha sede proprio in quella via. Finito il servizio, non vedevo l’ora di andarmene di casa. Passai un intero corteo del 12 dicembre, quello per ricordare la Strage di Piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pino Pinelli, a chiedere a tutti quelli che conoscevo, anche poco, se fossero a conoscenza di case in affitto a prezzi accessibili.
La dritta me la diede Dario, educatore al Centro giovanile del Giambellino. Il suo proprietario di casa, che possedeva un intero stabile in zona San Siro, aveva appartamenti molto grandi e a prezzi accessibili. Così proposi a Laura, con cui stavo insieme già da qualche anno, e a Marcellino, un caro amico aretino trasferitosi a Milano, di prendere la casa al primo piano in via Paravia 77, all'angolo.
Eravamo uno strano terzetto, ma funzionò. Almeno finché il rapporto tra Laura e me non entrò in crisi. Una crisi necessaria per non proteggersi e aprirsi al mondo. La crisi come scelta, come disse Ivan Illich. Soprattutto via Paravia divenne una casa accogliente. Ci vissero per tempi più o meno lunghi amiche e amici; ci si trasferì anche l’Andrea Tartaro e ci vennero ad abitare Grazia – mia sorella - e Timoteo in un altro appartamento sullo stesso pianerottolo. Era un luogo di socialità, una specie di comune, che è servita a molti per calmierare i costi in progressivo e inesorabile aumento di Milano.

Proprio l’irrigidirsi del Tartaro sui costi della casa e la sua proposta di non dividere equamente le spese mi spinsero definitivamente a lasciare Milano. Se non era possibile fare una casa accogliente, che vita era?
Così me ne andai dalla mia città e feci un anno a Boves, ma, in realtà, la mia casa era a Cuneo. Ero parte di una dinamica che avrei compreso fino in fondo solo più tardi: quella "lavatrice" sociale che, con i suoi costi insostenibili, l’inquinamento e la fine della solidarietà, ti spinge sempre più lontano, verso la periferia. Eppure, le grandi metropoli rimangono lì, come masse gravitazionali enormi che continuano a esercitare la loro attrazione: ti espellono come abitanti, ma ti obbligano a rientrare come pendolari, consumando la propria vita nei tragitti verso un centro che non ti appartiene più.
È la sfida che ho portato con me da Milano, a Cuneo fino a Roppolo: cercare di capire se sia possibile abitare lo spazio senza restare impigliati in questo meccanismo di dipendenza, trasformando la distanza in una nuova forma di resistenza.