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Spaesati in cerca di un paese

“Un paese (Si apre in una nuova finestra) ci vuole, non fosse che per il gusto (Si apre in una nuova finestra) di andarsene (Si apre in una nuova finestra) via (Si apre in una nuova finestra). Un paese (Si apre in una nuova finestra) vuol dire (Si apre in una nuova finestra) non essere (Si apre in una nuova finestra) soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra (Si apre in una nuova finestra), c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Cesare Pavese, La luna e i falò

C’è un film di Pozzetto, diretto da Castellano e Pipolo, che rappresenta bene le differenze tra campagna e città.

E’ Il ragazzo di campagna del 1984. Due sono le scene simbolo.

La prima è lo spettacolo del venerdì alla frazione Tre case del paese di Dieci case.

https://www.youtube.com/watch?v=Q93fJLGzWrk (Si apre in una nuova finestra)

Un gruppo, rigorosamente di soli maschi, parte con le sedie dal posto di telefono pubblico per andare non lontano, dove sono i binari ferroviari, a vedere il passaggio del treno. Chissà da quanto tempo lo fanno e comunque, per loro, rimane uno spettacolo.

E’ lo spettacolo del progresso.

L’altra scena è quella in cui Artemio, il protagonista interpretato da Pozzetto, va a vedere l’appartamento che affitterà a Milano.

https://www.youtube.com/watch?v=iL-2WzaxAEM (Si apre in una nuova finestra)

In uno spazio pari a un ingresso c’è tutto: angolo cottura, angolo intimo (ovvero il WC), angolo doccia con relativo spogliatoio, angolo ricreativo (tv e telefono), angolo pranzo cena e angolo letto.

Qui abbiamo l’altra faccia del progresso ovvero la completa alienazione del vivere in città.

Perché racconto di questo film? Qualche settimana fa ho avuto due brutte notizie, sono deceduti due miei amici, due persone con cui ho condiviso la scelta di abbandonare la città e tornare a vivere in campagna, il percorso inverso di Artemio. Il primo è Romolo Gobbi, di cui ho scritto in Storie vere di uscita dal vicolo cieco (Si apre in una nuova finestra). L’altro è Walter Sassi, un amico di tanti anni fa con cui ho vissuto, senza rendermene pienamente conto, dei passaggi fondamentali.

Uomo con salopet e stivali di gomma che da un biberon ad un agnellino, fuori da una stalla
Walter Sassi nel suo casolare in Umbria foto di Nadia Casadei

Con Walter, compagno di Democrazia Proletaria, nonché oste del Camarillo brillo, realizzammo anche il primo prodotto multimediale, di diffusione internazionale, che abbia mai fatto.

In una cascina del chivassese, la Ghiaia, luogo che Walter conosceva perché seguiva le associazioni che si occupavano di solidarietà internazionale, per un periodo furono ospitate delle ragazze salvadoregne. Allora il Salvador era in guerra civile (Si apre in una nuova finestra), si fronteggiavano l’esercito nazionale e il Fronte Farabundo Martì. Erano i primi anni ‘90. Le ragazze erano in Italia per essere formate da Lina, un’insegnante popolare della Ghiaia, affinché, al loro ritorno in Salvador, facessero a loro volta le maestre.

Mi recai un paio di volte in cascina per dare una mano a raccogliere il fieno o per altri lavori pratici, ma mi chiesero di portare del materiale utile alle formazione delle ragazze.

Ero da poco iscritto alla Facoltà di Storia della Statale di Milano e feci una breve ricerca. Trovai un documentario sulla rivoluzione francese e pensai che poteva essere utile alla causa.

Lo riversammo a casa di Lorenzo, il mio amico allora iscritto alla Bocconi, che aveva due registratori VHS. Mentre copiavamo la cassetta, Walter, che sapeva lo spagnolo, traduceva il filmato. Uscì un lavoro molto artigianale, con rumori di fondo dalla strada e altri disturbi vari, ma ne ero orgoglioso. Lo portai tutto fiero alla Ghiaia e solo lì mi resi conto che il sistema VHS non era utilizzato in America, dove usavano il Betamax. Ingenuità che rese la diffusione di quel lavoro impossibile nel continente americano.

Ho cercato di recuperare quel video in questi giorni ma, purtroppo, è andato perso (anche in Europa).

La Ghiaia fu per Walter e Nadia, il luogo della loro formazione in qualità di neo contadini, cercata per concretizzare la scelta di abbandonare la città.

Quello che iniziarono a riacquisire, con qualche visita nella cascina piemontese, furono i saperi tradizionali; quelli più legati al mondo naturale e a come l’homo sapiens imparò nei millenni a trasformarlo per antropizzarlo, per renderlo a sua misura.

Nadia e Walter si trasferirono in Umbria, in un vecchio casolare isolato. Un posto molto bello dove andai a trovarli un paio di volte molto tempo fa, ancora nello scorso millennio.

Al ricordo di Walter che c’è stato pochi giorni fa in Bovisa, a Milano, Nadia ha raccontato che, in una sosta in autogrill durante il trasporto, i compagni che li aiutarono a fare il trasloco fecero loro un ironico regalo: acquistarono una videocassetta di Shining (Si apre in una nuova finestra). E’ il film di Kubrick, tratto da un romanzo di Stephen King, che racconta di come un uomo, nel film uno splendido Jack Nicholson, impazzisca nel momento in cui rimane completamente isolato dalla civiltà urbana.

Eppure era una sua scelta quella di vivere con la famiglia lontano dagli altri. Era una migrazione volontaria, in fondo.

C’è una frattura che attraversa le storie personali delle migrazioni, frattura tra l’essere cresciuti in un luogo e scegliere di vivere in un altro. Gli studi dicono che veniamo tutti da una grande migrazione avvenuta circa 65-75 000 anni fa dall’Africa, con buona pace di quelli che propongono la remigration (Si apre in una nuova finestra). Dovremmo essere predisposti a questo genere di spostamenti, eppure non è così e lo è ancora di meno da quando viviamo in una società basata sull’accumulazione della ricchezza da parte di pochi e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Vi è molta differenza, ad esempio, tra gli spostamenti dell’uomo preistorico e di quello contemporaneo. Basti dire che la velocità della migrazione preistorica è stata calcolata in 1 km all'anno via terra e 3/4 km annui lungo le coste. Soprattutto quegli spostamenti erano fatti prevalentemente da intere comunità in cerca di cibo o di luoghi più salubri.

Le migrazioni moderne hanno cause economiche, climatiche, passando anche attraverso guerre ed epidemie, ma non spostano interi villaggi o se lo fanno è per portare tutti, senza distinzione di luogo specifico di provenienza e per un tempo più o meno limitato, in grandi campi profughi. Normalmente avviene piuttosto che il villaggio scelga chi ritiene in grado di potercela fare, investe su di loro per averne come ritorno le “rimesse” una volta che saranno giunti alla meta.

Si tratta di un grande processo di sradicamento dove si lascia la cultura in cui si è cresciuti, per trovarsi da soli in luoghi dove domina la società dei consumi, connotata dall’idolatria del denaro e dell’individuo. E’ avvenuto anche nelle migrazioni che noi italiani abbiamo fatto verso l’America, o anche in quelle interne da Sud a Nord.

Non andò così per la scelta di Walter e Nadia. Quello fu un processo di riappropriazione culturale. Vollero riacquisire delle capacità perse nella vita metropolitana. Sapere come coltivare un orto, come allevare i maiali e farne cibo per tutto l’anno solare, come scaldarsi con la legna e via così.

Qualcosa di simile a quello che vorremmo avvenisse con la Scuola Senza pareti della Trappa di Sordevolo (Si apre in una nuova finestra).

Una “scuola” dove si impara insieme l’arte del coltivare, allevare, recuperare, trasformare; che non occupa ma crea spazi, che non chiude ma apre, che non preclude ma include, rivolta a tutti gli “spaesati” in cerca di un “paese”, di una “casa comune” in cui ri-conoscersi.

Una scuola “tentativa”, non un fine ma uno strumento, fluida e complementare alle istituzioni formative, potenziale e pronta ad attivarsi quando il terreno è fertile, come un seme che improvvisamente germoglia, resiliente e resistente.”

Per realizzare la conversione ecologica, il passaggio dalla società industriale a quella che la seguirà, serve un rapporto diverso con madre terra, che rispetti i limiti e i tempi di Gaia. Come sosteneva Alexander Langer, questa conversione non può essere un'imposizione o un sacrificio cupo, ma “potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”.

Nei primi anni ‘90 ancora non avevo maturato la scelta di ritornare in campagna e, ai tempi della Ghiaia, prima di andarsene da Milano, Walter mi passò il suo lavoro da fattorino in un’agenzia di viaggi. Giravo in bici per le compagnie aeree a prendere i biglietti, andavo in banca a depositare gli assegni e i contanti, facevo piccole commissioni.

Fu uno dei miei primi lavori, prima che mi arrivasse la proposta di andare a fare l’assistente restauratore in bottega e mi occupassi di legno per il resto dei miei giorni.

Tutto iniziò durante il servizio civile. Lo feci quando decisi che studiare in un’università nozionistica e massificata non era per me. Nonostante i primi esami dessero delle ottime votazioni prevalse la necessità di uscire di casa e di cercare uno, o più di un, lavoro.

Soprattutto non mi trovavo in quel tipo di studio, tanti volumi, poca ricerca, pochissime relazioni.

Così feci il mio anno di servizio civile. Vi era allora ancora la leva obbligatoria, c’era però l’opzione obiezione di coscienza per coloro che si dichiaravano contrari all’uso delle armi. Scelsi questa ultima opzione e chiesi di prestare servizio presso la Cooperativa Don Milani, invece mi assegnarono al Don Gnocchi.

Sempre di Don si tratta, in fondo. Diciamo che Don Milani, però, scrisse la Lettera contro i cappellani militari (Si apre in una nuova finestra) che citai nella mia domanda di obiezione, e Don Gnocchi fu un cappellano militare. Ma andò bene così… ciap’istess, dicono a Milano. Anzi fu un’esperienza molto importante per me e ve la racconterò in un altro momento.

Qui vi anticipo che, insieme ad alcuni dei disabilitati della comunità di via Paravia, facemmo una mostra fotografica sulle barriere architettoniche. La esponemmo presso il Centro Sociale Micene, in via Micene, ora via Pino Pinelli (Si apre in una nuova finestra), a San Siro.

Per esporre le foto costruii una struttura in legno di abete, tinto con mordente nero, e della tela grezza tipo sacco tra montante e montante per appendere le foto.

struttura in legno tinto ebano con tela grezza. Espositore di foto.
foto interno centro sociale Micene di Ettore Macchieraldo

L’allestimento deve essere piaciuto a colui che poi mi prese a bottega, restauratore ed esperto di mobili intarsiati, se, proprio in quella occasione, mi chiese se fossi interessato a lavorare come assistente da lui.

Andare a lavorare a bottega, non solo ma anche fare per tre anni la scuola di intaglio del CFO “Terragni” di Meda, fu il mio modo per riacquisire delle competenze perse nella migrazione della mia famiglia.

In realtà mio padre conservò delle capacità, tanto che molti dei lavori in casa li faceva da sé e molti di questi erano in legno. Questo fu tra noi il nostro unico e vero terreno di relazione.

E fu il mio strumento per andarmene da Milano.




Argomento Talking hands

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