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Il Salone di Torino è un posto strano se ami i libri

Il rituale burocratico per ottenere l’accredito stampa al Salone del libro di Torino è sempre lo stesso, caricare una foto ad alta risoluzione del tesserino giornalistico che metta bene in evidenza i bollini annuali dell’iscrizione all’albo. Come ogni anno, e come ogni operazione noiosa che si rispetti, lo faccio solo qualche giorno prima dell’inizio effettivo della fiera. È andata così anche per questa edizione.

È l’unica settimana dell’anno in cui pronuncio (o invio) un indefinito numero di volte parole e mezze frasi del tipo “Sono nell’Oval”, “Troppa coda ai bagni”, “Ci vediamo davanti al bosco Aboca”, “Qual è Via Mattè Trucco?”, “Sono in sala stampa”, “Pad 2 tu?”. Si ripetono perché ogni evento ha la sua lingua transitoria. Ma c’è un altro pensiero che ritorna puntuale e mi invade la testa “Quest’anno passo”, e passo ha una doppia subdola valenza qui, quella del dire “no, questa volta resto a casa, faccio altro”, e quel passo che mi riconduce puntuale davanti all’ingresso D. Casco sempre nella seconda, per un motivo o per l’altro, che sia effettivamente per lavoro o per curiosità personale, letteralmente ci casco dentro.
Dimenticavo, c’è anche “Ci vediamo nella bolgia”, un’altra frase molto mitizzata e utilizzata durante le cinque giornate. Effettivamente è un’immagine che regge bene l’impatto appena varchi la soglia di tutti gli accessi che hanno messo a disposizione negli anni. 

Per chi ama la letteratura e i libri il Salone di Torino è un posto strano, avrebbe tutte le carte in regola per essere il centro naturale delle proprie passioni, eppure finisce per sfiancare e mettere solo una certa ansia se sei una persona che scrive. Almeno questo vale per me, ma non è sempre stato così.

La prima volta che ci sono andata era il 2011, ero al primo anno di università e non mi sembrava vero di poter vedere tanti Adelphi insieme o di recuperare con tale facilità titoli che non avrei mai trovato nelle piccole librerie già infiacchite e schiacciate da novità piuttosto dimenticabili della mia città.
Avevo preso il treno insieme a un paio di amiche con lo stesso entusiasmo con cui si prende un volo per una città che si desidera visitare da tempo: e quella volta, dico davvero, non volevo più uscire dal Lingotto. Avevo un budget piuttosto basso, ma ricordo di aver sfogliato di tutto e di essermi segnata sulle note del telefono i nomi di alcune case editrici che mi avevano lì per lì entusiasmata al punto da indurmi a fantasticare: se fosse, vorrei pubblicare con loro. Che ingenuità.

All’epoca scrivevo tantissime poesie e improvvisavo saggi brevi decisamente saccenti e discutibili sulla caducità dell’esistenza, più che altro per impressionare il professore di filosofia a cui li sottoponevo, ma le poesie le avevo raccolte in un file Word con un preciso ordine, un titolo che desse loro una coerenza e scelto una possibile copertina. Era pronta perfino l’epigrafe, una frase di Nizan, J'avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c'est le plus bel âge de la vie.

Quelle poesie in particolare poi non le ha pubblicate nessuno, ma negli anni successivi ho scritto con più consapevolezza e lavorato ad altro ma, soprattutto, sono entrata nel variegato (e precario) mondo del giornalismo culturale, dei festival e delle riviste letterarie e la mia percezione del Salone è completamente cambiata. All’entusiasmo delle prime visite si è sostituita un certo tipo di ansia performativa che non so né davvero decifrare né, qualche volta, celare. 

L’anno scorso allo stand di un noto editore, il direttore di collana salutandomi mi ha chiesto se stessi lavorando a un romanzo o, in generale, a qualcosa che potessi fargli leggere: sono andata nel panico, ho cominciato a farfugliare la sinossi più orrenda e sgangherata che si possa augurare a un testo e tutto perché ci tenevo a fargli capire quanto tenessi a quel romanzo in costruzione, credo abbia anche cominciato a sudarmi la faccia e altre diverse parti del corpo, sudorazione acuita dal particolare microclima del Salone stesso, ecco, ma penso anche di aver perso credibilità durante quella conversazione, perché ho lasciato il discorso a metà e ho sentito la necessità di andare via, di prendere aria.

Mi sono percepita come una persona decisamente poco interessante e, soprattutto, mi sono sentita diversa da come appaio nei pezzi che scrivo, sulla pagina o davanti a un pc non mi devo preoccupare dell’esistenza corporea (sì, oggi si chiede molto corpo agli autori e anche questo è un tema), quando scrivo il senso pulsante di disadattamento psicofisico che provo in certi contesti pubblici scompare completamente ed è la mia salvezza.
La verità è che non so gestire conversazioni rapidissime sulla visione del mio lavoro e nel contesto Salone sarebbe bene saperlo fare, anzi, sembra che tutti sappiano farlo meglio di te.
È una centrifuga. È il paradosso di chi ama i libri ma si sente svuotato dagli eventi sui libri. Perché di eventi ce ne sono tantissimi, se non hai il programma a portata di mano ci sarà sempre il profilo Instagram dell’autore o dell’autrice di turno a ricordartelo fra un tag e l’altro.

E mentre l’editoria è letteralmente congestionata, satura di pubblicazioni che in libreria evaporano nel giro di poche settimane, ogni anno ho la sensazione che il Salone funzioni come una gigantesca prova collettiva di disinvoltura, una sorta di networking performativo in cui tutti parlano dei propri progetti con precisione, tutti protagonisti di un evento, tutti inseriti, tutti brillanti, tutti che sembrano sapere già dove andare dopo, a quali leggendarie feste partecipare

E allora una domanda più che lecita sarebbe: ma perché andarci, se questo è il sentiment? Non ho una risposta univoca, anche perché ognuno di noi ha le proprie contraddizioni e i propri piccoli personali sadismi, ma una possibile risposta mi porta a dire che forse ci andiamo per incontrarci. Per incontrare soprattutto chi, al di là degli eventi patinati, continua a orbitare dentro questo vortice di autorappresentazione: colleghi, uffici stampa, editor, persone che leggono, persone che scrivono e non pubblicano perché si perdono da qualche parte (spesso le più interessanti).

Quest’anno, più che in passato, ho avuto la sensazione che questa fatica fosse molto più condivisa di quanto sembri. E riconoscersi a vicenda in questo, anche solo per poche ore, mi ha fatto bene. 

Giulia Bocchio

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