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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

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Cos’è veramente la Brianza?

Abito in Brianza da ormai più di un anno e ho capito che, appena varcati i confini di Milano, niente è come sembra. O meglio, niente è come pensiamo che sia. 

Il mito della capitale morale, dell’accoglienza, dell’efficienza, della cultura e del progresso semplicemente smettono di esistere. Chi vive a Milano sta dentro una gigantesca bolla che arrivati all’altezza di Usmate Velate esplode come il palloncino di una Big Babol, la gomma da masticare dal sapore irresistibilmente chimico simbolo degli anni ‘80. 

Il nome Brianza pare derivare dal celtico Brig che vuol dire altura, collina ma che dà anche origine alla parola briccone, una persona scaltra, astuta, chiusa ma divertente. La stessa radice dà anche vita alla parola brigante che indicava gli abitanti delle alture ma poi è passata a significare ladri di viandanti. Insomma dei montanari, scaltri e un pò ladri.

Dopo essere stata per secoli territorio agricolo di proprietà di poche famiglie ricche milanesi, oggi la Brianza forma la parte inferiore della Banana Blu, un’area che parte dall’Inghilterra, attraversa Paesi Bassi e Germania e arriva nel Nord Italia, delimitando la parte industrialmente più avanzata e ricca d’Europa. 

Anche se in Brianza ci sono la Star che fa sughi pronti, la Galbusera che fa formaggi, la Rovagnati e la Beretta che fanno salumi, agricoltura e allevamento da queste parti non sono più essenziali. Industrializzazione e urbanizzazione da fine 800 hanno cambiato in maniera radicale il paesaggio brianzolo. È il regno della siderurgia, della farmaceutica, della chimica, del tech ma anche dei mobili e del tessile. In Brianza si produce di tutto e ci si arricchisce spaventosamente. Il prodotto interno lordo pro-capite è più alto di quello francese, inglese e tedesco attestandosi a 48.175 euro annui mentre la media dell’Eurozona è di 38.145. Il motore dell’Italia.

Eppure la Brianza è una specie di deserto socio culturale che esprime quasi solo alte siepi di bosso intorno a ville grandi o piccole ed enormi centri commerciali piuttosto fatiscenti. 

I capannoni che hanno invaso ogni spazio visibile raccontano molto bene l’ansia di produrre, contenere, stoccare e poi rivendere, intrecciando rapporti di scambio solo con chi ha altri oggetti da produrre, contenere, stoccare e poi rivendere.

La Brianza gode di una fama così pessima che Paolo Virzì decide di ambientarci Il Capitale Umano, film del 2013 che parla di corsa al successo, mancanza di etica e legami familiari malati e che nel romanzo originale di Stephen Amidon era ambientato in Connecticut. Solo che in Connecticut c’è anche l’Università di Yale, dove è ambientato l’ultimo film di Guadagnino After The Hunt.
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