
Lupin the IIIrd funziona secondo una formula che chiunque abbia visto anche solo un episodio sa riconoscere: nella prima metà della storia appare un villain che sembra imbattibile. Ha risorse, ha potere, ha una qualche forma di superiorità militare, tecnologica, criminale o aristocratica. Lupin viene messo all'angolo, spesso umiliato. Poi, nella seconda metà, la situazione si rovescia. Il villain viene sconfitto, e la sconfitta ha quasi sempre una componente di ridicolizzazione. Non solo il villain perderà, ma la sua superiorità si rivela fragile, grottesca, spesso frutto di un mescino inganno. In una parola sola: sopravvalutata.
Quello che rende interessante questa struttura è la sua funzione specifica. In una storia convenzionale il villain serve a creare suspense e conflitto. In Lupin la suspense derivante dal sapere se sopravvivrà o meno, non esiste. Sappiamo che ce la farà. La funzione del villain in questo schema è quella di rendere possibile un rito narrativo, che deve compiersi.
Il piacere che offre Lupin è il piacere della conferma. Ogni storia è una promessa che sappiamo già verrà mantenuta.
La sovversione contenuta

C'è un paradosso al cuore del personaggio. Lupin è un ladro, un bugiardo, un seduttore seriale. Vive fuori dalla legge, sbeffeggia le istituzioni, non rispetta niente e nessuno. Eppure è uno dei personaggi più rassicuranti dell'animazione giapponese.
Il motivo è che la sua anarchia è perfettamente contenuta “in vitro”. Lupin non sovverte davvero niente: opera in un universo narrativo costruito apposta per accogliere la sua trasgressione, dove il potere esiste per essere ridicolizzato e la legge esiste per essere aggirata.
Non c'è rischio reale.
Non c'è conseguenza vera per lui e per il suo gruppetto di comprimari.
La sovversione è ritualizzata, si ripete ogni volta con le stesse coordinate, gli stessi ruoli, la stessa direzione.
Questo è ciò che distingue Lupin da un personaggio genuinamente anarchico. Un personaggio genuinamente anarchico destabilizza il lettore insieme al sistema che attacca. Lupin destabilizza solo il villain.
Noi siamo al sicuro.
Possiamo assaggiare la sua trasgressione senza che ci venga chiesto nulla in cambio, possiamo goderne senza subirne le conseguenze, reali o narrative.
È una forma di evasione sofisticata, non ingenua.
Takeshi Koike e la radicalizzazione della formula

Di recente mi è capitato di vedere i lavori dedicati a Lupin del regista e animatore Takeshi Koike.
Koike ha fatto qualcosa di facile solo in apparenza: ha capito la logica profonda della formula e l'ha portata all'estremo.
Il suo contributo più visibile è estetico e recupera lo stile grafico di Monkey Punch, l’autore originale del manga. I villain di Koike sono figure visivamente abnormi, hanno corpi distorti, proporzioni sbagliate, una presenza fisica che comunica minaccia attraverso il grottesco. È una scelta narrativa precisa: più il villain è mitologico nell'aspetto, più la sua caduta finale risulta teatrale. L'ipercinetismo della sua regia serve la stessa logica. Tutto viene portato a una tensione visiva così alta che la risoluzione diventa ancora più necessaria e preziosa.
I tre lavori che ho visto di Koike dedicati all'universo di Lupin formano un trittico con funzioni diverse. Lupin the Third: La donna chiamata Fujiko Mine è il più ambizioso e il più anomalo: il villain non è una figura esterna ma si annida nella struttura stessa della storia, nel passato di Fujiko e nel modo in cui quel passato viene raccontato. La formula subisce qui la sua torsione più radicale, si sposta su un piano metanarrativo. Il potere che Lupin deve smontare non è quello di un avversario, ma quello di una narrazione che cerca di definire un personaggio contro la sua volontà. Fujiko, per diventare il personaggio che tutti conosciamo, ha bisogno di trovare identità e funzione. Deve accettare di essere una ladra che usa il proprio corpo per i suoi fini e deve imparare a convivere con i suoi rivali e alleati della banda di Lupin.
La lapide di Jigen Daisuke e Ishikawa Goemon getto di sangue sono invece la cristallizzazione della formula nel suo stato più puro. I villain (il cecchino Yael Okuzaki nel primo, il mercenario Hawk nel secondo) sono figure archetipiche: incarnano una competenza portata a un livello sovrumano e una perfezione tecnica che dovrebbe rendere impossibile la sconfitta. Koike li costruisce con cura maniacale, li rende credibili come minacce, e poi li smonta con la stessa precisione. La soddisfazione finale è proporzionale alla solidità della costruzione iniziale.
Cosa rivela il rito

Se Lupin funziona ancora non è per nostalgia. È perché il bisogno a cui risponde è ancora ben presente.
Le strutture di potere reali non collassano per l'astuzia di un singolo individuo. I villain in carne e ossa non vengono smontati con eleganza nel secondo atto. Lupin offre qualcosa che la realtà non garantisce: la certezza che il potere abbia sempre un punto cieco, che l'intelligenza e la leggerezza possano sempre trovare una via, che la sovversione sia sempre possibile.
È una menzogna confortante.
Ma le menzogne confortanti che durano cinquant'anni di solito dicono qualcosa di vero su chi ancora ci crede.