Chi era Bernardo Secchi, perché Prato a metà degli anni 90 diventò un laboratorio urbano e cosa resta oggi di quel lavoro.

E adesso quindi tocca fare qualche premessa. In tante e tanti si sono iscritti a questo canale negli ultimi giorni, dopo una vicenda che riguarda me, il mio lavoro e la Procura di Prato. Ma non parleremo di questo.
Benvenute e benvenuti: mi chiamo Lorenzo Tempestini, faccio il giornalista da diversi anni e cerco modi nuovi per raccontare la città in cui vivo.
Buzz Prato (Abre numa nova janela) è l’ultimo di questi tentativi.
Al momento il progetto si muove soprattutto all’interno di due spazi. Il primo è un canale WhatsApp (Abre numa nova janela), dove dal lunedì al venerdì, intorno alle 7.30, trovate una rassegna stampa mattutina, rapida ma ragionata.
Il secondo è qui su Substack, con alcune newsletter di approfondimento: alcune aperte a tutte e tutti (come quella del venerdì che contiene un articolo e qualche rubrica settimanale), altre riservate a chi ha deciso di abbonarsi e sostenere a Buzz Prato. Siete in tante e tanti, e vale la pena dirlo: grazie.
In questo spazio rallentiamo un po’, ci prendiamo del tempo per fare riflessioni un po’ più lunghe (n.b. l’applicazione per telefono di Substack permette la lettura dell’articolo con un sintetizzatore vocale che non è male, se non avete voglia di leggere tutto).
Intorno a tutto questo stiamo anche provando a costruire una piccola comunità dal vivo, con un appuntamento mensile.
L’approfondimento di questa settimana l’avevo scritto prima di venire a conoscenza della vicenda che mi ha coinvolto in questi giorni. Si inserisce in un filone che potremmo chiamare “da dove veniamo”: l’idea è che ci siano pezzi del passato di Prato, anche recente, che meritano di essere rimessi in fila e riletti alla luce di oggi. Per capire meglio quello che siamo diventati.
Direi che per il momento è tutto.
Buona lettura.
L.
Cosa può ancora insegnarci il piano Secchi, trent’anni dopo

Per capire perché, a metà degli anni Novanta, Prato decise di affidare il proprio futuro urbanistico a Bernardo Secchi, bisogna prima capire chi fosse Secchi e in che momento storico arrivò in città.
I sindaci Claudio Martini e poi Fabrizio Mattei (che di Martini era assessore all’urbanistica) non chiamarono Secchi a “mettere ordine” in una città in difficoltà. Era uno dei più importanti urbanisti europei del secondo Novecento (il suo testo più importante è “ (Abre numa nova janela)La città dei ricchi e la città dei poveri” (Abre numa nova janela)), noto per aver messo in discussione l’idea stessa di piano regolatore così come si era consolidata nel dopoguerra. Nei suoi lavori, da Milano a Pesaro, da Siena al Belgio, aveva costruito una reputazione molto precisa: quella di un progettista che prima di disegnare si fermava a capire, e che considerava la città un fenomeno complesso, sociale, culturale, prima ancora che spaziale.
Quando Prato lo chiama, all’inizio degli anni Novanta, non è una città in declino. È una città ricca, produttiva, attraversata da una crescita che sembra ancora reggere. Proprio per questo è difficile da leggere. Non ha una forma urbana classica, non ha un centro che organizza tutto il resto, non ha confini netti tra fabbrica e abitare, tra lavoro e vita quotidiana. È una città che funziona per addizioni, sovrapposizioni, compromessi continui.
Secchi capisce subito che Prato non può essere interpretata con gli strumenti tradizionali dell’urbanistica. E che, se si vuole progettare qualcosa di sensato, bisogna prima costruire un enorme lavoro di conoscenza condivisa.
Perché Prato diventa un laboratorio
Da qui nasce il LaboratorioPratoPrg. Non un ufficio tecnico allargato, non una serie di consulenze settoriali, ma un vero e proprio dispositivo culturale che dura oltre un anno e mezzo, dal 1994 al 1995, e che accompagna passo passo la costruzione del nuovo piano regolatore, quello che diventerà il famoso “Piano Secchi”.
L’idea è semplice e radicale: prima di decidere cosa fare della città, bisogna descriverla. Descriverla da molti punti di vista, con linguaggi diversi, accettando che le descrizioni non coincidano e che spesso entrino in conflitto.
Il laboratorio coinvolge urbanisti, architetti, sociologi, fotografi, economisti, studiosi dell’ambiente e anche amministratori e cittadini. Si tengono in città per mesi interi seminari, workshop di progettazione, mostre, convegni internazionali. Prato diventa, per un periodo, un luogo di osservazione privilegiato della città contemporanea.
Secchi, ormai innamorato della città, lo dice chiaramente: l’urbanistica europea è in crisi perché ha smesso di capire le città che pretende di governare. È rimasta legata a modelli teorici rigidi, a immagini novecentesche della forma urbana, mentre la realtà è diventata frammentata, eterogenea, instabile.
Prato, proprio perché non è “esemplare” nel senso monumentale del termine, diventa il caso perfetto per mettere alla prova nuove strategie cognitive.
Ascoltare, rilevare, descrivere

Il cuore metodologico del laboratorio sta in tre verbi che tornano continuamente nei testi: ascoltare, rilevare, analizzare.
“Ascoltare” significa dare voce alla città, lasciare che emergano i racconti degli abitanti, accettare che esistano punti di vista inconciliabili. Secchi insiste molto su questo aspetto: i conflitti sono un dato strutturale della città contemporanea.
“Rilevare” significa camminare, osservare con il corpo, fare esperienza diretta dello spazio. Non solo misurazioni tecniche, ma sguardi, fotografie, percorsi, descrizioni minute degli oggetti urbani. Si racconta di squadre di giovani urbanisti che camminando facevano le planimetrie della città a mano.
“Analizzare” significa collegare ciò che si vede alle pratiche sociali, ai modi di abitare, di lavorare, di muoversi. La città non è solo spazio fisico, ma anche “macchina territoriale” e “corpus” di testi, immagini, immaginari.
Questo metodo produce una quantità enorme di materiali: mappe, fotografie, scritti, schemi progettuali. Tutto contribuisce a costruire un sapere condiviso.
Prato come città della mixité e l’invenzione del “Macrolotto Zero”
Uno dei concetti chiave che emerge dal laboratorio è quello di mixité, che oggi conosciamo abbastanza bene ma che all’epoca era una sintesi nuova. Prato non è una città divisa in zone nel senso classico. Fabbriche e abitazioni convivono, spesso nello stesso isolato, anche vicino al centro storico. Il lavoro entra nelle case, e la vita quotidiana entra negli spazi produttivi.
Questa mescolanza è una caratteristica strutturale della città. Secchi rifiuta l’idea che la soluzione stia nel separare di nuovo le funzioni. Al contrario, il piano cerca di governare la mixité, riconoscendola come risorsa e come problema allo stesso tempo.
È in questo contesto che nasce, di fatto, l’idea di Macrolotto Zero. Un nome che allora non era ancora ufficiale, ma che descriveva bene una parte di città interna, produttiva, centrale e allo stesso tempo isolata. Un’area industriale non più periferia esterna, ma “periferia interna”, che richiedeva strumenti nuovi.
Nel lavoro sul Macrolotto Zero il piano propone micro-trasformazioni, nuovi percorsi, spazi pubblici, servizi, nuove possibilità d’uso degli edifici industriali. Si parla apertamente di nuovi modi di abitare e lavorare, di sovrapposizione tra funzioni, persino di loft, quando il termine era ancora poco usato.
I cinesi, Prato e la città che cambia
Nel laboratorio di Secchi la presenza cinese a Prato non viene trattata come un’emergenza né come un capitolo a parte, ma come uno dei segnali più evidenti della trasformazione della città contemporanea. Nei testi raccolti nel volume a conclusione del laboratorio la comunità cinese è già descritta come “parte integrante della popolazione pratese”, un dato strutturale e non transitorio. È una scelta di sguardo tutt’altro che scontata per l’epoca, soprattutto in una città dove l’immigrazione cinese stava diventando sempre più visibile proprio negli spazi della produzione e dell’abitare.
Le ricerche coordinate da Bernardo Secchi si concentrano sugli effetti urbani concreti di questa presenza: l’uso intensivo degli spazi produttivi, la sovrapposizione tra lavoro e residenza, i tempi di vita compressi, la difficoltà di riconoscere come propri gli spazi pubblici tradizionali. È emblematico, in questo senso, il lavoro sui bambini cinesi, da cui emerge una città vissuta soprattutto come luogo di lavoro e di passaggio, più che come spazio di gioco o di appartenenza: giardini e piazze spesso non vengono riconosciuti come tali, perché non fanno parte dell’esperienza urbana quotidiana.
Per Secchi questo non è un “problema di integrazione” da risolvere con interventi sociali generici, ma una questione di forma urbana: una città che non produce riconoscimento, che non offre spazi leggibili e condivisi, tende a essere abitata in modo funzionale, chiuso, difensivo.
La città come sistema ambientale
Un altro asse fondamentale del lavoro riguarda l’ambiente, altro tema che parla all’oggi, trenta anni dopo.
Il piano analizza il territorio pratese come un sistema ambientale complesso: colline, pianura, corsi d’acqua, aree agricole, spazi aperti urbani. Vengono introdotti concetti come “cinture naturali”, “connessioni ambientali”, “penetranti verdi”, “capisaldi del verde urbano”.
L’obiettivo è mettere in relazione i grandi spazi aperti con la città costruita, usare il verde come infrastruttura ecologica e sociale, non come semplice arredo.
Dentro questo quadro trova spazio anche un lavoro molto approfondito sul rischio idrogeologico. Il territorio di Prato viene studiato dal punto di vista idrologico e idrogeologico con un livello di dettaglio allora raro: corsi d’acqua, falde, rete fognaria, impermeabilizzazione del suolo.
Il rischio viene trattato come conseguenza strutturale del modo in cui la città si è sviluppata. La crescita urbana, l’occupazione di suolo, la canalizzazione delle acque aumentano la complessità del sistema di deflusso. Da qui la necessità di pianificare aree di espansione, casse di laminazione, strategie di mitigazione integrate nel disegno urbano.
Le periferie, senza chiamarle così
Nel lavoro di Secchi a Prato le periferie non sono mai un capitolo a parte, né un problema da isolare. Al contrario, sono il punto da cui partire per capire la città contemporanea. Prato, vista dall’esterno, appare a lungo come una grande periferia industriale: il centro non organizza più gerarchicamente il resto della città.
Fabbriche, case, infrastrutture e spazi aperti si sono stratificati nel tempo senza una forma complessiva riconoscibile, producendo quella che Secchi definisce una condizione di frammentarietà ed eterogeneità: una città fatta di materiali diversi accostati tra loro con pochi vincoli, più che di grandi figure urbane.
È in questi spazi, che oggi chiameremmo periferici, ma che per Secchi sono semplicemente città, che si manifestano prima le trasformazioni sociali, economiche e ambientali: la mescolanza tra lavoro e abitare, la mixité funzionale, i conflitti d’uso, ma anche le fragilità legate all’ambiente e al rischio idrogeologico.
Le periferie sono il luogo in cui la città mostra più chiaramente il proprio funzionamento reale, e dove l’urbanistica è chiamata non a semplificare o “abbellire”, ma a osservare, descrivere e accompagnare processi già in atto.
Un piano che è anche una critica all’urbanistica

Nelle conclusioni del laboratorio, Secchi è molto esplicito. Il lavoro fatto a Prato non è solo un piano per una città, ma una critica pratica all’urbanistica contemporanea.
Secondo Secchi, la città europea è diventata difficile da governare perché è diventata difficile da capire. La frammentazione dello spazio, la riduzione dei vincoli, la moltiplicazione degli attori hanno reso inefficaci i modelli basati su grandi figure e regole rigide.
Da qui l’urgenza di tornare a descrivere la città, di osservare le pratiche quotidiane, di ascoltare l’immaginario collettivo. Non per nostalgia, ma per costruire nuove grammatiche del progetto.
Prato, scrive Secchi, è una città che ha costruito prosperità senza voler guardare fino in fondo le proprie trasformazioni. Il laboratorio ha cercato di colmare questo scarto, mettendo in discussione certezze, rallentando i tempi, accettando il conflitto.
Non promette risultati immediati. Ma rivendica il valore di un processo che ha coinvolto centinaia di persone, decine di incontri pubblici, gruppi di lavoro tematici, e che ha provato a costruire una conoscenza collettiva della città.
Trent’anni dopo
Molte delle scelte del piano Secchi sono state modificate, adattate, in alcuni casi dimenticate, anche grazie all’ingerenza che tanti industriali pratesi avevano nei confronti della politica. È normale, forse non si capiva ancora a metà degli anni 90 una visione così all’avanguardia.
Quello che resta, trent’anni dopo, è soprattutto il metodo. L’idea che progettare una città significhi prima di tutto costruire uno sguardo. Che la complessità vada attraversata. Che l’urbanistica sia racconto, ascolto, interpretazione.
In un’epoca in cui il dibattito urbano tende di nuovo a semplificare, a contrapporre, a cercare soluzioni rapide, il lavoro fatto a Prato da Bernardo Secchi e dal LaboratorioPratoPrg resta una lezione ancora aperta. Perché ha avuto il coraggio di fermarsi e fare la cosa più difficile: capire davvero la città che aveva davanti.
L’appuntamento della settimana: al Terminale tornano i documentari di Internazionale

Dal 19 gennaio torna al Cinema Terminale Mondovisioni. I documentari di Internazionale: quattro lunedì per guardare il mondo da vicino, attraverso storie che aiutano a capire conflitti, disuguaglianze e trasformazioni del presente. La rassegna è realizzata in collaborazione con il Comitato 25 aprile.
Il programma attraversa l’Europa orientale, il Medio Oriente, l’Africa e il Messico: dai rifugiati bloccati al confine tra Polonia e Bielorussia (The Guest), all’industria globale dei saggi universitari (The Shadow Scholars), fino alla guerra a Gaza (The Life That Remains) e a un racconto di adolescenza e identità di genere (Niñxs).
La programmazione degli altri cinema: Terminale (Abre numa nova janela), Eden (Abre numa nova janela), Pecci (Abre numa nova janela), Garibaldi (Abre numa nova janela).
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
“Sound and Vision” di David Bowie. Si sta concludendo per me: allora avevo bisogno di una canzone che non viene mai a noia e fa muovere un po’ il collo mentre l’ascolti. E questa va sempre bene.
https://www.youtube.com/watch?v=Fzf0JxUW2HM (Abre numa nova janela)La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (Abre numa nova janela). Sì, esiste pure una playlist con le canzoni che uso per scrivere.