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“Tutti stranieri, nessuno estraneo”

Educare all’alterità: la storia del professore che ha “inventato” il Capodanno cinese a Prato e di chi oggi continua quella scuola di incontro.

È iniziato l’anno del Cavallo di Fuoco (Abre numa nova janela). E allora questa settimana lascio la parola a Caterina Francesca Guidi, che racconta una storia di scuola, di migrazioni e di una città che negli anni Novanta stava iniziando a cambiare pelle.

È una storia che parte da un professore che ha “inventato” il Capodanno cinese a Prato e arriva fino alle classi di oggi. Ma è anche un modo per continuare un filone di approfondimenti che mi sta a cuore: quello che prova a raccontare da dove veniamo. Come nel pezzo dedicato al Piano Secchi (Abre numa nova janela), anche qui l’idea è fermarsi un momento e capire non solo cosa succede adesso, ma quali intuizioni e quali persone hanno contribuito nel loro piccolo, magari lontano dai riflettori, a costruire la Prato in cui viviamo.

Alcuni nomi li ricordiamo poco. Forse troppo poco. Anche per questo vale la pena tornarci.

Se sei arrivata/o qui per caso, ti spiego cos’è Buzz Prato (Abre numa nova janela).

Buona lettura e buon anno del Cavallo di Fuoco.

Lorenzo


“Tutti stranieri, nessuno estraneo”

Educare all’alterità: la storia del professore che ha “inventato” il Capodanno cinese a Prato e di chi oggi continua quella scuola di incontro.

Di Caterina Francesca Guidi

Due anni fa, all’Anfiteatro del Museo Pecci, è stato proiettato “Yizhongren”, documentario dell’associazione WUXU, fondata a Bologna da artisti e ricercatori cinesi e impegnata nello studio della realtà sociale italiana e degli scambi culturali tra Europa e Asia orientale. La proiezione di questa pellicola nelle sale del museo di Prato era uno dei tanti appuntamenti culturali proposti dagli organizzatori del Festival Seta - Dialoghi sulla Cina contemporanea (Abre numa nova janela), che si occupa di raccontare le trasformazioni socioculturali sino-italiane, con particolare attenzione a Prato. Tra gli organizzatori di Seta, insieme a Matteo Burioni, ideatore del Festival, figura anche il professor Roberto Pecorale, docente di Lingua Cinese al Liceo Convitto Nazionale Statale “Francesco Cicognini”.

Mi auguro che anche chi legge possa recuperare presto la visione dell’opera di Jin Fansong, Wang Yihan e Zheng Ningyuan che racconta una passeggiata tra le strade di Prato, dal centro al Macrolotto Zero, più noto come Chinatown. Durante il cammino, alcune persone cinesi e sino-discendenti, intervistate dai documentaristi, raccontano parti della loro esperienza migratoria, restituendole alla camera e al resto del gruppo.

Il tono del racconto si fa struggente quando una signora racconta la normalità di quei giorni lontani, di qualche decennio prima, quando avevano a disposizione appena dieci minuti a settimana per parlare con la famiglia, presso i call center che affollavano le due principali direttrici del quartiere. Ricordo quelle file umane: sembra quasi fantascienza raccontarlo oggi, nell’epoca che ci vede perennemente fusi con il nostro cellulare e connessi con il mondo intero.

Il professor Pecorale sembra essere soltanto una delle persone che partecipa alla passeggiata, ma nel corso del documentario si scopre che Felicia Jin, una delle interpreti principali, è anche una sua ex studentessa del Convitto, luogo dove si girano alcune delle scene più belle. Ed è proprio in questo momento che molte e molti di noi possono identificarsi nelle parole di Felicia, quando racconta l’impegno messo nello studio per cercare sé stessa e ricordare così figure apicali come quella di Roberto nella nostra vita.

Riccardo Consorti: il professore che guardava più avanti

Alla visione di quelle strade in cui sono cresciuta, il mio ricordo è volato subito al professor Riccardo Consorti, pratese illustre - come lo ricorda il sito (Abre numa nova janela) del Comune di Prato - che ci ha lasciato troppo presto il 4 marzo del 2008. Un docente che ha lavorato nelle scuole pratesi tra la fine degli anni ‘70 fino ai primi anni del Duemila, avanti anni luce rispetto a molte persone della sua generazione, la cui visione e pensiero andrebbero riscoperti e celebrati ben oltre l’assegnazione delle borse di studio in sua memoria.

Di recente, infatti, tra le mani mi è capitata un libro della Libreria Cattolica di Prato dal titolo Quando fare diventa essere: Riccardo Consorti nei ricordi degli amici, edita nel 2009 ma ad oggi purtroppo fuori catalogo. Ho ritrovato in quelle pagine preziose il mio, il nostro, professor Consorti che, dopo la mia famiglia, è stato senza alcun dubbio il primo educatore che mi abbia aperto gli occhi sull’alterità, intesa non soltanto come i miei compagni di classe stranieri, ma come una cultura da studiare con rispetto e curiosità.

Riccardo Consorti era nato a Prato nel 1947. Era uno studente di Architettura, entomologo, educatore, chitarrista appassionato di Beatles, Rolling Stones e Dylan, un capo scout, un amico sempre pronto ai viaggi ed avventure, un padre e un marito. Così come emerge dalle parole delle molte persone che hanno voluto partecipare al libro in sua memoria, il professor Consorti è stato tante cose nella sua vita, e tra queste è stato senza dubbio un formatore insostituibile per le alunne e gli alunni della scuola primaria “Fabio Filzi” e della scuola secondaria di I grado “Ser Lapo Mazzei” (era di ruolo nella seconda, ma era un punto di riferimento anche nella prima scuola, parte allora dello stesso comprensorio).

A pochi passi da piazza San Domenico e dalla Porta Pistoiese, si aggirava questo professore gentile e arguto, con gli occhi sorridenti dietro i suoi occhiali tondeggianti, leggermente barbuto e dalla figura snella. Leggendo il libro ho scoperto, ad esempio, che Riccardo Consorti aveva imparato da autodidatta la lingua cinese, impresa che già ne connota una certa eccezionalità, e che l’aveva imparata così bene da diventare il responsabile del Centro di Ascolto Cinese presso la Caritas diocesana cittadina.

La scuola e le nuove “frontiere”

Il primo ricordo che ho di lui è quello del suo sorriso largo come il suo abbraccio, mentre ci spiegava che, in parte delle ore dedicate all’insegnamento di educazione civica, avremmo fatto dei laboratori dedicati all’apprendimento della lingua e cultura dei nostri compagni di classe. Erano gli anni in cui, dal 1989 in poi, noi bambine e bambini dei quartieri di Casarsa, Chiesanuova e San Paolo vedemmo arrivare nelle nostre classi di queste scuole di frontiera tantissime alunne e alunni cinesi, quasi tutti da Wenzhou, città situata nella provincia dello Zhejiang, totalmente privi di qualsiasi conoscenza della lingua italiana e provenienti da un paese allora distante e sconosciuto ai più. Di colpo ci trovammo con classi per metà italiane e per metà cinesi: una composizione oggi attuale, ma che allora rappresentava uno spaesamento radicale, prima ancora che didattico.

Chi era realmente preparato ad accogliere queste nuove studentesse e studenti nel percorso scolastico? Come si poteva assicurare un apprendimento equo, capace di includere tutte e tutti?

Le risorse e le competenze disponibili erano sufficienti?

E, pur riconoscendo le difficoltà, quali opportunità di crescita potevano nascere da questa sfida educativa? Il professor Consorti provò a dare delle risposte.

Le provò a dare forgiando le nostre lezioni curriculari nel cercare soluzioni per quelle sfide che avrebbero travolto il nostro tessuto cittadino di lì a poco. Il Capodanno cinese, oggi evento tanto celebrato della città, sin dal febbraio del 1992 divenne realtà per noi bambine e bambini della Filzi-Mazzei e un’occasione di concelebrazione, con dragoni e lanterne di cartapesta autoprodotte, piccole messe in scena teatrali e dimostrazioni di kung-fu ideate dal professor Consorti.

Come ricorda il suo ex studente Matteo-Ye Huiming, di fatto, potremmo a pieno titolo definire Riccardo come il padre del Capodanno cinese a Prato.

Per sua iniziativa, ogni anno quelle nostre scuole venivano riempite da scritte di benvenuto in diverse lingue, così che visivamente chiunque potesse sentirsi accolto. Disegnare la mappa della Cina e saper collocare Wenzhou nella parte sud-orientale, rispetto alla nostra prospettiva, divenne esercizio di routine per noi bambine e bambini il cui orizzonte fino a poco tempo prima si esauriva in una geografia fatta più di abitudini che di mappe.

Al tempo, quando ancora il cibo da fuori entrava con una certa disinvoltura dentro le scuole, ricordo che intorno a febbraio tornavo a casa entusiasta dai miei nonni (nati negli anni Venti del Novecento) raccontando che per merenda avevamo mangiato involtini cinesi e struffoli.

Se ci penso ora, sorrido all’idea di quanta pratesità ci fosse in quella combinazione di alimenti, e sorrido anche un po’ dell’esotismo con cui i nonni gioivano delle mie esperienze sensoriali.

Costruire un terreno di incontro

Ricordo un bellissimo laboratorio ideato dal professor Consorti sull’importanza dell’acqua nello sviluppo delle civiltà. Come si fa a paragonare il Fiume Giallo, che corre per più di 5.000 chilometri dall’altopiano del Tibet fino al Mar Giallo, all’importanza del fiume Bisenzio, con i suoi ben più modesti 47 chilometri, e a quella del sistema di gore per Prato? Bisognava avere una forza immaginifica dentro, e spingere anche le proprie alunne e i propri alunni a trascendere i confini mentali e geografici, confrontandosi l’una con l’altra, imparando a conoscere il luogo in cui in quel momento si vive ma raccontando quello in cui affondano nel terreno le proprie radici.

Come scrive nel libro la sua collega Lilia Quarantotto, bisogna essere innamorati - essere cioè in quello stato di grazia, fatto di entusiasmo e speranza - del proprio lavoro, come lo era il professor Consorti per costruire quel terreno di incontro.

Riuscite a immaginare nel 1994 in Via del Seminario un gruppo di preadolescenti di 11 anni, con estrazioni e nazionalità varie, in religioso ma attentissimo silenzio a guardare I sette samurai di Akira Kurosawa, in lingua cinese ma con sottotitoli in italiano? Oggi, al tempo delle piattaforme online tutto sembra possibile, ma più di trent’anni fa il professor Consorti ci traghettava verso un futuro che ci appariva incredibile, pescando dalla tradizione. Abituarci, infatti, al suono della pronuncia della lingua era di stimolo quando in classe ripetevamo i primi rudimenti linguistici (imparare a presentarsi, i numeri, etc.) in lingua cinese ed è stato di stimolo per molte e molti di noi a studiare seriamente l’idioma, poi, nel prosieguo delle proprie esistenze.

Mi ricordo molto bene, anzi benissimo, l’imbarazzo da orsolina che mi pervase a 13 anni quando fu chiesto a tutte e tutti noi compagni di classe italofoni di accompagnare nella preparazione delle materie d’esame di terza media i nostri compagni cinesi. Il professor Consorti mi chiese se me la sentissi di aiutare tre compagne di classe cinesi nella preparazione del programma di scienze: il tema era il sistema riproduttivo umano, e si trovarono le parole giuste per affrontare, con metodo e scienza, la faccenda.

Leggo che, anche in anni più recenti, l’attività febbrile di Riccardo Consorti dentro la scuola non si fermò mai. Ad esempio, attraverso il laboratorio “Favorisca il Documento”, spinse i suoi alunni a fare una ricerca su testi e filmati dedicati all’esperienza dei migranti italiani che nel secolo precedente avevano lasciato il paese in cerca di fortuna oltremare, spesso attraverso percorsi caratterizzati da una certa sofferenza. Riteneva, infatti, e a ragione che è rivivendo in prospettiva storica l’emozione di chi ci ha preceduto, che possiamo sentire l’esperienza simile dell’altro - seppur straniero - non più come estraneo.

“Sono tanti uomini che camminano insieme a creare le strade”

Nel 1997, il professor Consorti, invitato al convegno nazionale A passo d’uomo. Per una città a misura di bambino, scriveva:

“Penso che sia importante altresì puntualizzare la situazione di coloro che saranno i futuri abitante di queste città sane: i bambini; e aggiungo anche che non ci saranno città sane se non riprenderemo a cuore l’educazione, se noi non educheremo “bambini sani”, persone cioè che potranno dire da adulti di essere stati felici, perché sono stati “bambini”. E allora, è giusto interrogarsi su cosa significa “essere sano”. [..] Sarà urgente allora per tutti quelli che lavorano con i bambini, operare, per esempio, per recuperare la capacità di meravigliarsi. Oggi non abbiamo più dei bambini, ma abbiamo solo dei “vecchi” che non si meravigliano più di niente, perché tutto è già stato consumato; stasera ci sarà la cometa, vediamo quanti bambini con i loro genitori andranno a vedere questo evento meraviglioso e si meraviglieranno. I bambini che avranno avuto la capacità di meravigliarsi, da grandi potranno guardare il mondo in maniera meno prosaica e forse con occhi più poetici, perché la poesia fa parte di questo mondo e ci aiuta a vivere meglio.”

O ancora in Lessici Familiari pubblicato su Toscana Scout nel dicembre dello stesso anno:

“Basta attraversare questa frontiera che si diventa immediatamente stranieri, senza alcun diritto e con un’infinità di doveri, compresi quelli che ogni giorno ci dimentichiamo bellamente. Lo straniero ci inquieta perché è incomprensibile; colui che era “fuori”, extra moenia, ora è dentro, pronto a rovinare con una nuova invasione la nostra identità culturale italiana. [..] La logica delle mura però non giova a nessuno, perché la risposta sul piano politico è la chiusura totale delle frontiere, con scenari apocalittici di maree di diseredati che cercheranno di forzarle per reclamare la condivisione della nostra abbondanza. [..] Nella società tollerante puoi fare quello che vuoi, basta che la tua presenza non entri in rapporto con il mio territorio. Ma se non si entra nel territorio dell’altro, se non c’è il confronto, il contatto con l’altro, cosa me ne faccio di una società tollerante ma priva di umanità!

Questo è il problema; il termine umanità (ren) in cinese è un chiarissimo viatico: esso è composto di due parti, una significa uomo, l’altra due, tutto ad indicare che solo l’uomo che si confronta con un secondo uomo, cioè l’altro da sé, acquisisce umanità. Gli educatori sono dunque chiamati a questo interagire. È certamente un obiettivo di lungo termine, ma l’unico in grado di rendere finalmente reale e popolato di uomini questo villaggio globale esistente oggi solo nella virtualità del mondo multimediale. Il cammino è lungo ma è già iniziato; [..] ma esiste davvero la speranza di un mondo diverso? Mi piace allora terminare questa riflessione con un pensiero di Lu Xun, uno dei più grandi scrittori cinesi contemporanei: “Non si può dire che la speranza esiste o non esiste. È come per le strade: prima non esistevano, sono tanti uomini che camminano insieme a creare le strade”.

Un indimenticabile maestro di vita

Se guardo oggi gli esiti educativi e professionali degli allora miei compagni di scuola, ma soprattutto dei miei coetanei del quartiere, i percorsi intrapresi sono stati tra i più disparati. Non tutti hanno potuto studiare ciò che volevano o seguire le proprie inclinazioni: spesso sono state le necessità materiali, il lavoro, la crisi del tessile, a orientare, e spesso limitare, le scelte. Tuttavia sono certa che i corsi - non di acqua, stavolta, ma di vita - di tante e tanti di noi siano stati influenzati dall’incontro con questo Professore che ha instillato l’amore per le migrazioni, per le lingue orientali, per il continente asiatico e per la Cina in generazioni intere di pratesi.

Leggo tra le pagine del libro che di fatto non ha mai esercitato la professione di architetto, ma mi domando invece se non l’abbia esercitata nella sua declinazione maggiore: quella di aiuto nella costruzione ed abbellimento delle esistenze altrui.

Degli insegnanti che si incontrano nel proprio percorso scolastico si conservano spesso ricordi polarizzati, incensando i pregi o esasperando i difetti di chi con noi, per qualche anno, condivide un quotidiano non scelto ma casuale data la composizione delle classi. Durante il suo funerale, un suo studente cinese, ricordandolo tra le lacrime dall’altare, ha detto “Non ti dimenticheremo mai, non come Professore, ma come maestro di vita” e questo penso che dica molto di chi è stato Riccardo Consorti per la scuola.

Anche per me, il professor Consorti è stato un indimenticabile maestro di vita, tra i più incisivi che porto nel mio bagaglio personale dell’idea stessa di scuola pubblica. Un pilastro integrato nella società, che crea interazione, che insegna a rispettare ed essere rispettati, riconoscendo l’unicità individuale in un contesto collettivo.

È in questo bagaglio di amore per i luoghi di frontiera che riconosco anche il luogo in cui sono nata, e l’ho ritrovato nel modo in cui oggi le sue classi raccontano il professor Pecorale, che invece il professor Consorti non ha mai conosciuto.

Un filo rosso che continua

Con il mutare dei tempi, oggi alcune studentesse e alcuni studenti delle scuole superiori di Prato organizzano gite in Cina, annullando, seppur temporaneamente, anche fisicamente l’idea di confine.

Di recente ho assistito alla restituzione del lavoro svolto da queste classi insieme al professor Pecorale e all’associazione China Files (Abre numa nova janela), un collettivo di professioniste e professionisti della comunicazione specializzati nel raccontare la Cina dall’Italia. Insieme alle e ai liceali italo-cinesi del Convitto, China Files ha infatti pubblicato un numero del proprio mensile dedicato al percorso di giornalismo d’inchiesta realizzato con alcune classi che studiano cinese a Genova, Prato e Torino. Il progetto mirava a stimolare una riflessione su come superare gli approcci binari e antagonisti proposti quotidianamente dai mass media, attraverso la preparazione autonoma di interviste, rassegne stampa e servizi giornalistici.

Il risultato (che si può leggere gratuitamente qui (Abre numa nova janela)), corredato anche del lavoro fatto sui nuovi media, spazia dal reportage sui rapporti economici odierni tra Stati Uniti e Cina oggi, alla pressione prodotta dal sistema scolastico cinese sulla popolazione studentesca, fino all’indagine sul successo della skin care coreana. È vero, questo livello di interazione culturale non è ancora un’esperienza per tutta la popolazione studentesca di Prato, ma è già realtà per una parte di essa in città.

Ripensando al documentario che citavo all’inizio, mi sono ritrovata, trent’anni più tardi, nelle parole che Felicia, spende per la sua esperienza scolastica, per i suoi insegnanti, i compagni di classe, a cui decide di dedicare una canzone, dal titolo Piccola Fortuna. Bisogna immaginare mondi che ancora non esistono per spingere avanti quello in cui viviamo, nonostante i limiti e le difficoltà. Lo dovremmo fare cavalcando il solco di chi ci ha preceduto, per preparare per chi verrà domani un tempo migliore, fuori da ogni retorica.

Grazie dunque al professor Pecorale, perché insieme a tante e tanti altri docenti in questa città, tiene viva anche l’esperienza insostituibile che ci ha lasciato il professor Consorti. E in quel filo rosso che, forse inconsapevolmente, li unisce, c’è un patrimonio di cultura e visioni che Prato ha prodotto e che dovrebbe ricordare, e che è pure la somma di tante nostre piccole fortune.



L’appuntamento della settimana: il capodanno cinese

Foto: Mirko Lisella

Sabato 21 e domenica 22 febbraio tornano le sfilate del Capodanno cinese per l’ingresso nell’Anno del Cavallo di Fuoco, organizzate dall’Associazione cinese del Tempio Buddista Pu Hua Si.

Sabato 21 il corteo nel Macrolotto 1 e 2 si terrà dalle 9 alle 13.30 (con pausa pranzo) e poi dalle 14 alle 18. Domenica 22 la partenza sarà alle 9 dal tempio di piazza della Gualchierina: il dragone attraverserà Macrolotto Zero e centro storico e arriverà intorno alle 11.30 in Piazza Santa Maria delle Carceri, dove è prevista la danza del Leone. Qui il dettaglio delle sfilate (Abre numa nova janela).

La programmazione dei film al cinema: Terminale (Abre numa nova janela), Eden (Abre numa nova janela), Pecci (Abre numa nova janela), Garibaldi (Abre numa nova janela).


Una canzone che ho ascoltato mentre preparavo la newsletter

“Arrivederci a questa sera” di Lucio Battisti. Battisti canta l’attesa e il desiderio con un ritmo che fa sballettare tra malinconia e speranza. C’è mancato poco che vi toccasse Bad Bunny pure stavolta, perché da queste parti non ascoltiamo praticamente altro.

La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (Abre numa nova janela).

https://www.youtube.com/watch?v=QfWrc1Y6LSI (Abre numa nova janela)

Tópico Società

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