Ciao, questa è la newsletter Albedo, e io sono Sebastiano Santoro, scrittore di Duegradi. L’albedo è la capacità di un corpo di riflettere i raggi solari. I cambiamenti climatici stanno provocando, tra le altre cose, lo scioglimento dei ghiacciai; e la scomparsa di queste estese superfici chiare sta alterando l’albedo terrestre. L’obiettivo di questa newsletter è creare uno spazio condiviso in cui idee e storie sull’Antropocene e sui cambiamenti climatici possano sedimentare e, allo stesso tempo, riflettersi e diffondersi un po’ ovunque. Come i raggi solari quando colpiscono il nostro pianeta, appunto. Uno spazio utile perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di cambiamenti, non solo climatici. Albedo cercherà di raccontarli, in tutte le forme possibili, dalla fiction alla non-fiction, e lo farà in cinque parti.
La prima è una sorta di editoriale;
la seconda è un consiglio di lettura;
nella terza c’è un piccolo promemoria sugli ultimi articoli pubblicati da Duegradi;
la quarta contiene link per offerte di lavoro e corsi di formazione, perché anche il mondo del lavoro sta cambiando;
l’ultima, la quinta parte, è un tentativo di misurare in cifre i cambiamenti che stiamo vivendo.
Quando la tecnologia ci spaventa

Ralph Fasanella - Modern Times - Oil on canvas [1966]
Questo mese ho letto un piccolo saggio dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård dal titolo “L’incantesimo della tecnologia (Abre numa nova janela)” (tradotto e pubblicato da poco sulla collana tascabile Internazionale Extra Large). Non è la prima volta che leggo Knausgård e mi è già capitato di citarlo in un articolo uscito un po’ di tempo fa su Duegradi (Abre numa nova janela). Il motivo è che condivido due ossessioni con lo scrittore norvegese, ovvero il rapporto tra essere umano e Natura, e quello tra Letteratura e Natura. A queste due però, nel breve saggio menzionato, Knausgård ne ha aggiunta un’altra: il rapporto tra essere umano e tecnologia.
Riassumo con parole mie la tesi di Knausgård. Oggi la tecnologia, a causa di un’altissima componente di astrazione, virtualità e complessità, ci ha progressivamente alienato dall’esperienza del mondo: riempiendoci di suoni, immagini e fotogrammi riproducibili a nostro piacimento e all’infinito, non ha fatto altro che allontanarci dal mondo “vero”, renderlo estraneo. L’esperienza, che per definizione è unica e irripetibile, si è assottigliata, impoverita, fino a diventare pseudoesperienza; nei casi più estremi: l’esperienza del mondo si è svuotata del tutto.
Bene, ora, fermo restando che di norma, a causa di una certa predisposizione laica, provo allergia per discorsi sulle origini e sul primato dell’“autenticità”, è pur vero che i ragionamenti dello scrittore norvegese hanno alcune sfumature indubbiamente interessanti. Secondo Knausgård altra conseguenza di un sistema tecnologico così invasivo è quella di assoggettare tutto il mondo alle esigenze e agli interessi umani, spesso interessi di controllo (aggiungerei io). Ma soprattutto, visto che l’azione del controllo ha sempre un oggetto da controllare, un processo simile è avvenuto con la Natura: “la vediamo come immagine, qualcosa di cui non facciamo parte e che è al di fuori di noi ma allo stesso tempo abbiamo interiorizzato e ci risulta vicino, familiare”. Se facciamo fatica a pensare che l’estinzioni delle specie viventi, lo scioglimento delle calotte polari, il riscaldamento degli oceani o il loro innalzamento ci riguardano, dice Knausgård, è perché questi fenomeni hanno un sentore di astrazione, come se gli esseri umani fossero osservatori esterni di qualcosa di cui, fino in fondo, non fanno parte.
Vivere dunque in società dove la tecnologia è qualcosa di enorme, dove esistono sistemi tecnologici molto vasti e complessi che nessuno capisce davvero e a cui tutti cercano di non pensare, non ha fatto altro che allargare la distanza tra noi e le cose, tra noi e il mondo, tra noi e la Natura. Ma allora il problema è la tecnologia in sé?, si domanda Knausgård. Certo che no. Ma apriamo un attimo una parentesi prima di continuare.
Sul rapporto tra società umane e tecnologia ha scritto molto anche Tim Ingold, altro antropologo che ho già menzionato in passato (Abre numa nova janela). Uno dei saggi che compongono il suo Ecologia della cultura (Abre numa nova janela) (Meltemi, 2016) è dedicato al tema della tecnica. Secondo Ingold tendiamo a pensare che esseri umani in società industrializzate facciano un uso complesso della tecnologia, che permette loro di imprimere una certa padronanza sulla Natura; viceversa, pensiamo che le società nomadi pre-moderne di cacciatori raccoglitori abbiano tecnologie semplici e siano succubi dei fenomeni naturali. In realtà, come nota l’antropologo britannico, questa affermazione non è poi così vera. O meglio: che noi esseri umani industrializzati usiamo la tecnica per controllare la Natura e piegarla ai nostri fini e alle nostre esigenze, è vero; che abbiamo un uso più complesso o che siamo più abili degli esseri umani nomadi, probabilmente no.
Di sicuro, fa notare Ingold, che ha studiato per lungo tempo le società nomadi, soprattutto quelle del nord Europa (i Sami in Finlandia), rispetto a noi industrializzati i cacciatori raccoglitori hanno un rapporto molto diverso con la tecnologia. Facciamo un esempio. Per noi potrebbe sembrare controintuitivo, eppure durante la caccia un cacciatore non considera la freccia o la trappola come strumenti per raggiungere un fine (quello di assoggettare un animale alla volontà umana di cacciarlo), bensì come dei veicoli per instaurare una relazione tra esseri viventi, il cacciatore e la preda. Le società nomadi di cacciatori e raccoglitori spesso sono società allargate che comprendono anche gli animali, pertanto l’utensile serve a rivelare se in quel preciso istante l’animale che si intende cacciare ha intenzione di “donarsi” al cacciatore: se la freccia manca il colpo o se la trappola rimane vuota, questi eventi non dicono nulla sullo strumento in sé (è un utensile giusto? l’ho usato bene?), bensì significa semplicemente che l’animale non ha intenzione di stabilire una relazione con il cacciatore, permettendogli di catturarlo. In pratica, la tecnica per i cacciatori raccoglitori ha una valenza di relazione e, soprattutto, divinatoria: svela all’uomo le intenzioni di un essere non umano, intenzioni che altrimenti sarebbero rimaste inespresse e nascoste.
Se per noi umani industrializzati gli utensili servono a plasmare il mondo a nostro piacimento, per le società nomadi invece sono uno strumento di conoscenza: attraverso le relazioni tecniche il mondo si rivela. In pratica, scrive Ingold:
I cacciatori-raccoglitori usano gli utensili, non perché cercano senza successo di emanciparsi da un mondo di natura alieno a loro, ma piuttosto perché cercano con successo di attirare il mondo non umano di animali, piante e paesaggio nell’ambito familiare dell’essere sociale.
Molti secoli dopo questa immaginaria scena di caccia, a inizio Novecento, in pieno clima razionale e positivista, l’antropologo e geologo statunitense William John McGee scriveva (per davvero):
La conquista della natura, cominciata con il controllo progressivo del suolo e dei suoi prodotti e passata poi a quello dei minerali, si sta estendendo alle acque al di sopra, al di sotto e al livello della superficie terrestre. […] La conquista non sarà completa fino a quando non sarà completo il nostro controllo su queste acque.
Ecco, la differenza è evidente.
Tra l’altro, sostiene Ingold, per comprendere la raffinatezza tecnica di una popolazione non è sufficiente osservarne gli utensili: bisogna comprendere il loro grado di conoscenza. Di solito, più gli utensili o i macchinari complessi rimpiazzano il lavoro di mani abili, più la loro conoscenza lascia il posto ai principi obiettivi del funzionamento meccanico, i quali sono incorporati nella macchina stessa, e quindi indipendenti dall’abilità dell’essere umano. Come un cane che si morde la coda, il risultato è una progressiva separazione tra società e tecnologia, dice Ingold; o tra essere umano e mondo, sosterrebbe Knausgård; o tra essere umano e mondi, visto che società diverse fanno esperienze di mondi molto diversi tra loro.
Si capisce quindi che il punto non è la tecnologia, ma come gli esseri umani si relazionano con essa. Insomma, ciò che accomuna i testi di Ingold e Knausgård è la tesi secondo cui le relazioni tecniche non possono essere sconnesse dall’intero contesto di relazioni all’interno del quale vengono poste in essere e vivono. Detto in altre parole: la tecnica non può essere separata dalla società in cui si sviluppa; ovvero: le relazioni tecniche non sono altro che un aspetto della socialità umana. E per capire oggi che tipo di rapporto abbiamo noi, esseri umani industrializzati, con gli strumenti tecnici che abbiamo a disposizione è necessario guardarsi allo specchio e capire che tipo di società siamo.

Albedo di dicembre termina qui. Se provieni dal lato europeo/occidentale del mondo, lo strumento tecnico più chiacchierato dai bambini durante il Natale è la slitta, con cui Babbo Natale sfrutta la forza motrice delle renne e va a consegnare loro tutti i doni desiderati. Ecco, senza sfruttare alcun animale puoi fare un regalo anche a noi di Duegradi, offrendoci qualche caramella e iscriverti a uno dei nostri piani di membership (Abre numa nova janela), o seguendoci sui social (Instagram (Abre numa nova janela) o Facebook (Abre numa nova janela)o LinkedIn (Abre numa nova janela)) o condividendo i nostri contenuti (ad esempio questa newsletter (Abre numa nova janela)) o semplicemente consigliandoli a qualche persona che conosci. Ultimamente il traffico del nostro sito web ha risentito dell’introduzione di un altro strumento tecnico, l’AI Overviews di Google. Non è successo solo a noi, ovviamente. Ma tranquillo, per adattarci a questi rapidi cambiamenti stiamo escogitando nuove strade da percorrere. Questa newsletter, che irrompe nella tua casella mail, tra messaggi di lavoro e altre mail private, di sicuro è un modo intimo che abbiamo per dirti grazie!, grazie a te che leggi la nostra rivista e la nostra newsletter, e anche per augurarti buon Natale, o buone feste se tu Natale non lo festeggi, o comunque buona vita! Di questi periodi ne abbiamo bisogno. Noi con Albedo ci risentiamo l’anno prossimo, sperando che sia migliore di questo che ci stiamo lasciando alle spalle. Ciao!
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Consigli di lettura
COP30 ha deluso le aspettative. Più si va avanti, più ci domandiamo se questo strumento multilaterale (che purtroppo è l’unico che abbiamo) sia veramente efficace con una crisi così urgente e così sistemica. Comunque, se vuoi un’analisi sul testo finale di Belém, Italian Climate Network ne ha pubblicata una abbastanza dettagliata (Abre numa nova janela).
Anni fa me ne occupai per un giornale in lingua spagnola (Abre numa nova janela): gradualmente l’insufficienza renale cronica dovuta a cause non tradizionali sta diventando la prima malattia cronica causata dal cambiamento climatico (Abre numa nova janela).
Un reportage dalla corrispondente in Italia del New York Times: il clima sta cambiando, le mucche sono stressate e i casari italiani fanno fatica a coprire la domanda interna di latticini (Abre numa nova janela), specialmente di burrata.
In Iran, la capitale Teheran sta arrivando a un punto critico di bancarotta idrica, e rischia di dover essere spostata (Abre numa nova janela).
Le recenti alluvioni in Asia hanno provocato la morte di più di mille persone (Abre numa nova janela), migliaia di feriti, dispersi e centinaia di migliaia di sfollati.
Gli ultimi articoli di Duegradi
Il clima che cambia è una questione di giustizia sociale, ne scrive Federica Cappelli (Abre numa nova janela).
Plenitude organizza corsi di formazione per raccontare la transizione energetica (Abre numa nova janela). È un problema, di cui se n’è parlato poco. Ne scrivono per Duegradi Stefano Cisternino e Nina Zibetti.
Tommaso Masi ha cominciato una serie di articoli in cui descriverà come, quando, dove e perché è nata la questione climatica. Lo scorso mese è uscito il primo numero (Abre numa nova janela).
Ne abbiamo parlato in passato anche qui su Albedo (Abre numa nova janela) ma Iris Andreoni aggiunge un ulteriore tassello interpretativo allo scottante e attualissimo tema dell’overtourism (Abre numa nova janela).

Lavoro e formazione
È molto specifico, ma ci proviamo: se hai recentemente scritto una tesi di laurea sulle caratteristiche storico-archeologiche, architettoniche, paesaggistiche e naturali del territorio lentinese, anche se sei in procinto di farlo, c’è questo premio (Abre numa nova janela) che potrebbe interessarti.
Se stai pensando di scrivere su “the importance of air in the climate crises, its role in environmental history and activism, and its future on a transformed planet”, iscriviti su Bluesky perché c’è la rivista The Break-Down (Abre numa nova janela) che accetta pitch (Abre numa nova janela).
A Brunico, l’azienda Patagonia sta cercando un/a interim community marketing & impact coordinator (Abre numa nova janela).

Riflessi: qualche numero dal pianeta Terra
585 Gigawatt (GW),
la capacità rinnovabile aggiunta nel mondo nel 2024 (su un totale di energia rinnovabile prodotta di 4.448 GW).