“Mio fratello che guardi il mondo
E il mondo non somiglia a te
Mio fratello che guardi il cielo
E il cielo non ti guarda
Se c’è una strada sotto il mare
Prima o poi ci troverà
Se non c’è strada dentro il cuore degli altri
Prima o poi si traccerà”
E il mondo non somiglia a te
Mio fratello che guardi il cielo
E il cielo non ti guarda
Se c’è una strada sotto il mare
Prima o poi ci troverà
Se non c’è strada dentro il cuore degli altri
Prima o poi si traccerà”
da Ivano Fossati, Mio fratello che guardi il mondo
Non so se avete mai provato a fare autostop. Ci si mette sul ciglio della strada, si allunga la mano con il pollicione e si aspetta che qualche automunito si fermi.
E’ un modo di spostarsi lanciato dalla Beat Generation nel secondo dopoguerra.
“Jack Kerouac (Abre numa nova janela) ha introdotto l'espressione Beat Generation nel 1948 (Abre numa nova janela), per caratterizzare quel movimento giovanile anticonformista emergente dell’underground (Abre numa nova janela) newyorkese (Abre numa nova janela). ”
Questa è parte della descrizione del termine Beat Generation che trovate su Wikipedia (Abre numa nova janela) e, in fondo, ha molto a che fare con quello di cui sto scrivendo ovvero l’emblema della libertà, la possibilità di spostarsi senza limiti e confini.
“Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo.”
Jack Kerouac, Sulla strada
Anche io ho praticato l’autostop nei miei viaggi. Appena maggiorenni partimmo in cinque con un biglietto Interrail a testa; un magnifico biglietto ferroviario con cui potevamo viaggiare in tutta l’Europa, ovviamente solo quella occidentale, e su ogni treno. Viaggiando prevalentemente di notte potevamo risparmiare anche sui pernottamenti. Una formula niente male per dei giovani squattrinati come noi. Ed è anche decisamente sostenibile.
Eravamo uno strano quintetto: Beppe, Paolo, Matteo, Marco e io, iscritti in tre scuole milanesi diverse, con la stessa età anagrafica, tre dei quali erano boy scout.
Quest’ultima divisione pesava in modo da me non previsto sulle decisioni. Arrivammo fino in Irlanda e, proprio in quel Paese così piovoso, dormimmo prevalentemente in tenda. Avevamo un programma di viaggio e, nonostante questo, la prima mattina in cui ci risvegliammo, dopo una notte di pioggia, Beppe e io ci girammo nel sacco a pelo per continuare a dormire. I tre boy scout, invece, vollero votare per alzarsi lo stesso e riprendere il cammino. Finimmo in minoranza. C’è da aggiungere che in Irlanda le linee dei treni erano veramente scarse, così decidemmo di attraversarla in autostop.

La mattina in cui prevalse il voto degli scout, laici e cattolici uniti, mentre camminavo con il pollicione fuori, in attesa di un’auto che si fermasse, sentendo tutto il peso della tenda bagnata sulle spalle, riflettei molto sui limiti della democrazia. Meno male che gli irlandesi sono un popolo pieno di solidarietà e, al contempo, di carità; infatti ci caricavano sempre, anche se facevo coppia con Beppe, ben piazzato, e io avevo decisamente un aspetto poco raccomandabile.
E sempre di democrazia è intrisa l’altra storia che voglio raccontarvi sul viaggiare estraendo il pollicione.
E’ il racconto di come incontrai Marek, il mio amico di Praga che, tra l’altro, ha anche suggerito il titolo a questi racconti, i Talking hands.
Doveva essere tra agosto e settembre del 1991. Il Tartaro faceva qualche lavoretto per Smemoranda, l’agenda che in quegli anni andava per la maggiore tra gli studenti e che era il frutto del lavoro di un gruppetto di compagni della nuova sinistra milanese.
Avevo da poco chiuso l’esperienza delle mie travagliate scuole superiori e lavoravo temporaneamente al Mercatino dei libri usati di Democrazia Proletaria.
Ecco ritornare la parola democrazia che fa da filo conduttore a questa narrazione, insieme al viaggiare con il pollicione, di questo racconto. Certo ci sono varie interpretazioni di questa importante parola. La versione demoproletaria si rifaceva a quella che segue:
“La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé.”
da Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917-1918
La “dittatura del proletariato” è centrale nel definire la società comunista e, soprattutto, nella sua modalità di realizzazione nel corso del XIX e XX secolo. L’interpretazione più o meno rigida, con diverse gradazioni che vanno da dittatura a democrazia, segnala la quantità di autoritarismo che si sarebbe usata nel passaggio tra socialismo, ovvero quando lo Stato avrebbe dovuto abolire i privilegi della borghesia e la proprietà privata dei mezzi di produzione, al comunismo quando lo Stato si sarebbe dissolto in quanto raggiunta la possibilità che “ciascuno” desse alla società “secondo le sue capacità” e che la società desse “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Diciamo che, a parte la breve esperienza nel 1871 della Comune di Parigi, non si è mai realizzata questa formula di giustizia in Terra, ma, invece, si sono viste molte forme autoritarie di Stato socialista.
Nel novembre del 1989 partecipai come delegato al congresso di Rimini di quella organizzazione politica che associava la democrazia, che significa governo del popolo, a proletaria, parola che, richiamando la teoria marxista-leninista, significa essere parte di quella classe che ha come unico patrimonio la prole, i propri figli.
Da poco caduto il muro di Berlino, si stava chiudendo la Guerra Fredda che aveva contrapposto il mondo Occidentale, capitalista, a quello Orientale, socialista.
D.P. faceva parte di quella galassia che, pur richiamandosi anche nel nome alla tradizione comunista, non si riconosceva nel Socialismo realizzato. Un momento storico discriminante per definire questa posizione fu proprio la Primavera di Praga del 1968, quando il tentativo di democratizzazione del socialismo in Cecoslovacchia fu represso dai carri armati sovietici.
Nonostante questa posizione di distanza dal Socialismo reale, quella organizzazione non beneficiò dell’avvenuto crollo del Muro di Berlino e, proprio nel congresso del 1989 iniziò il processo che poi portò l’esperienza della nuova sinistra italiana nell’alveo della Rifondazione Comunista, purtroppo.
Dico purtroppo perché da allora l’ingiustizia si è sempre più diffusa, riportando la crudeltà della guerra in molte parti del mondo e realizzando il pieno potere del capitalismo nella nostra quotidianità. A mio avviso, sarebbe servito come antidoto a questa regressione sociale, espandere le esperienze più libertarie del movimento operaio, piuttosto che chiudersi nel riferimento alla rifondazione del comunismo.

Uno degli strumenti su cui si attuava – e continua ad attuarsi – la selezione di classe nella nostra società è quello che si concretizza nei percorsi formativi, anche attraverso il costo applicato ai libri scolastici. Ogni anno i genitori devono spendere ingenti cifre per manuali che cambiano appositamente di poco l’edizione precedente in modo da obbligarli a comprare quella nuova. Diversi Partiti di sinistra organizzavano, ancora nei primi anni ‘90, i mercatini dei libri usati in Piazza Vetra a Milano, proprio per offrire un’alternativa meno costosa contro questa strategia commerciale e, così, combattere la selezione di classe nella scuola. Era anche un’occasione per autofinanziare l’organizzazione stessa e per fare lavorare i militanti. Si ritiravano i libri usati, si confrontavano le edizioni, si riprezzavano i volumi scendendo del 40% rispetto al nuovo e si rivendevano a genitori e studenti, in modo che spendessero molto meno di quello che avrebbero desiderato le case editrici.
La parte che mi piaceva di più di questa esperienza, però, era il montaggio della struttura in cui poi ritiravamo e rivendevamo i libri. Il Mercatino di D.P. era un vero esempio di autocostruzione. D’altronde eravamo posizionati nei pressi dell’Istituto per geometri Cattaneo, da dove provenivano molti dei “vecchi” del gruppo giovani; in parte lo stesso gruppo di cui ho parlato nel precedente Talking hands “Questa terra ci basterà (Abre numa nova janela)”.
La struttura si componeva di una parte metallica prefabbricata, dove ritiravamo e riprezzavamo, e una autocostruita dove, invece, vendevamo i libri. Chi faceva il turno di sorveglianza notturno rimaneva a dormire nel prefabbricato e, la mattina, veniva svegliato dai compagni che battevano rumorosamente sulla lamiera. L’unico che comunque non si svegliava era il Rosso, un ragazzo dal sonno veramente pesante.
La parte di vendita era costruita con cassette della frutta, posate per file sovrapposte, alternate come mattoni e collegate da chiodi. Non erano cassette qualunque; erano Peras Argentinas, cassette fatte come Dio comanda: lati in pioppo pieno, almeno 1 cm abbondante di spessore, erano perfette per l’autocostruzione. Non le ho più viste; nel frattempo le cassette di legno sono quasi sparite dal mercato, si usano solo quelle di plastica e non credo sia un progresso.
Insomma in quell’estate del 1991 il Tartaro mi domandò se volevo accompagnarlo a Monte Carlo per una consegna per Smemoranda. Gli chiesi se, per caso, se la cavava con il francese e mi disse di non preoccuparmi. Prendemmo la Ritmo della Smemo e ci muovemmo verso il confine di Ventimiglia. Facemmo la consegna, anche con un bell’exploit di grammelot (Abre numa nova janela) milanese-francese del Tartaro per chiedere indicazioni nella città di Monaco, nello Stato di Monte Carlo.
Uscimmo dalla città e, all’imbocco dell’autostrada, vidi due ragazzi alti e mal vestiti fare autostop. Dissi al Tartaro di fermarsi. Credo che, al solito e amorevolmente, mi rispose con una bestemmia, ma si fermò a caricarli.
Erano Marek e un suo amico sempre di Praga. Quando salirono gli chiesi da quanto tempo stavano aspettando che qualcuno li caricasse e mi risposero che avevano aspettato sei ore. Gli dissi che dovevano imputare quel tempo perso al Capitalismo; a Monte Carlo, luogo di vita e villeggiatura delle élite internazionali, non poteva andare diversamente. Il tutto in uno scambio tra l’ottimo inglese di Marek e il mio pessimo grammelot anglofono. Alla fine di quel viaggio, in cui continuammo a discutere dei mali del Socialismo reale e del Capitalismo, il Tartaro ci portò fino a Milano.
Ovviamente avevano bisogno di dormire e mangiare. Dormirono al Mercatino di Democrazia Proletaria dove sventolavano bandiere rosse e pugni chiusi. Non solo ma in quel periodo ospitavamo, in tutta Piazza Vetra, anche una numerosa comunità pakistana da poco sgomberata da una casa occupata. I pakistani cucinavano con abbondante cipolla e con tutte le spezie della loro tradizione, lasciando un perenne aroma di cucina orientale.
Marek si incuriosì molto di questo strano mondo che faceva fatica a comprendere e si costruì un legame forte e duraturo tra noi. L’ospitai a Milano per un paio di estati per cercare lavoro. Imparò in soli due mesi l’italiano. Lui nega, ma è così.
Un’estate lavorò al montaggio del Festival dell’Unità, a San Donato Milanese. Quella successiva cercammo lavoro vicino a dove avevano preso casa i miei, a Bertignano, frazione di Viverone (BI). Ancora non ero ben introdotto tra i produttori locali e non trovammo un posto in cui potesse raccogliere l’uva o qualche altro frutto di stagione. Poi ci perdemmo un po' di vista.
Ci rincontrammo, casualmente, in un mio viaggio a Praga con Lorenzo, l’allora studente della Bocconi di cui ho già scritto. Una di quelle coincidenze che fanno della casualità un disegno. In seguito occasionalmente ci scrivemmo.
Quando mia mamma fece una gita a Praga con la scuola di cui era preside, Marek, da me contattato, le fece generosamente da guida e lo fece anche per i miei suoceri, quando anni più tardi andarono nella capitale ceca.
Negli ultimi anni, per più di un estate, mi cercò per rivederci in occasione dei ritorni a casa, in Italia, di sua moglie Anna; ma, in quei periodi, ero sempre via con la famiglia. Così fino all’estate scorsa, quando è venuto e finalmente mi ha trovato. L’ho portato con me alla Trappa (Abre numa nova janela)a fare Scuola senza pareti (Abre numa nova janela).

Mi ha aiutato nei laboratori di autocostruzione e in alcuni lavori di manutenzione. E’ stato come se ci fossimo salutati pochi giorni prima, un’intesa perfetta.

In seguito finalmente, questo inverno, insieme a mia moglie Serena, siamo riusciti ad andare a trovare Marek e la sua consorte Anna a Praga. Ci avevamo già provato 19 anni prima quando D., nostro figlio, aveva 1 anno. Avevamo comprato un biglietto lowcost, frutto della deregulation neoliberale, e dovevamo decollare da Orio al Serio. Peccato che in Comune, a Roppolo, l’impiegato ci avesse assicurato che per recarci con D. nella repubblica Ceca (la Slovacchia si era già da tempo separata) sarebbe bastata la Carta d’Identità valida per l’espatrio. In realtà, scoprimmo solo all’aeroporto di Bergamo, non era così. Per l’espatrio del minore, serviva ancora il Passaporto. Non erano ancora validi per i minori gli accordi UE che, invece, erano già validi per i loro genitori. Un’assurdità, ma era così. E per noi il Diritto non “vale fino a un certo punto”, è Legge, se non pura procedura burocratica. La Polizia e i Carabinieri si fecero in quattro quando al check in ci dissero che D. non poteva partire, ma non c’era modo per prendere in tempo il volo lowcoast di cui avevamo i biglietti e dovemmo rimanere in Italia e rinunciare al viaggio a Praga. Non avevamo i soldi per acquistare un volo successivo che ci sarebbe costato molto di più di quello che avevamo già pagato.
Perdemmo, così, i soldi del volo e anche l’occasione di essere ospiti di Marek e, invece, andammo da amici sul Lago di Lecco.
Questa ultimo racconto di tentativo di viaggio, fermato dalla differenza che passa tra Carta d’Identità valida per l’espatrio e Passaporto del minore comunque accompagnato dai genitori, dimostra quanto sia molto più democratico e proletario il “pollicione” rispetto al volo aereo, per quanto lowcost.
D’altronde, come recita la canzone di Fossati che ho posto a incipit di questo racconto:
se non c’è una strada dentro il cuore degli altri, prima o poi si traccerà
di Maketto