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In questa stanza nessuno è sbagliato (seconda parte) 

Il mistero della differenza e dell'incontro. E della terapia. E del tipo coi capelli verdi.

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Riassunto

Per spiegare una considerazione che condivisi alcuni mesi fa (Abre numa nova janela) a proposito di un aspetto che chiamavo “politico” della terapia, nella prima parte di questo articolo (Abre numa nova janela) ho descritto alcuni passaggi (inventati) di una seduta (inventata) con una famiglia (inventata: ho chiamato Ricky e Joanie i figli, Howard e Marion i genitori). Nella peculiare modalità di lavoro della terapia sistemica si vede come ciascun membro della famiglia sia contemporaneamente osservato e osservatore, narrato e narratore, e ognuno abbia voce in capitolo nelle descrizioni che emergono. Il senso è quello di disegnare una rappresentazione della famiglia fatta di punti di vista diversi, dove tutti i contributi sono legittimi e buoni. In questa seconda parte si chiude il cerchio.

Mistero e comunicazione

Il punto, dunque, non è conoscere davvero la realtà effettiva di quella famiglia, il punto è costruire descrizioni che risultino da una molteplicità di racconti, tutti con uguale diritto di cittadinanza e legittimità. La discussione su torti e ragioni è molto meno interessante.

La metafora del “diritto di cittadinanza” delle storie — che rimanda a un tema di convivenza, all’essere straniero o nativo — mi fa pensare a uno studioso che non c’è più da quindici anni, Barnett Pearce, autore di fondamentali studi sulla comunicazione, cioè sui modi in cui le persone costruiscono forme di coordinazione reciproca nello scambiarsi messaggi sulle rispettive esperienze, sulle rispettive visioni, su quello che pensano e quello in cui credono. Pearce si è interessato soprattutto al modo in cui le persone proteggono o, al contrario, mettono a rischio le proprie premesse personali e culturali nell’incontro con l’altro, con il nativo di un’altra cultura.
Per capire come questo si salderà, fra un po’, col discorso che abbiamo cominciato, teniamo presente questo: Pearce si riferisce all’incontro fra culture, e lo fa in quegli anni ‘90 in cui anche noi in Italia conosciamo importanti flussi migratori. I servizi pubblici e la clinica in generale si misurano con modi di costruire il mondo talvolta incomprensibili, ma che non possono essere liquidati come sbagliati. Valutare comportamenti di "non nativi” della nostra cultura attribuendo a quei comportamenti significati che daremmo noi è un atteggiamento comprensibile ma ingenuo. E oltre che ingenuo, pericoloso: immaginate cosa succederebbe se la scuola, o un servizio sociale, o comunque un soggetto che ha a che fare con la salute dei più deboli, trovandosi a confrontare forme di organizzazione familiare e di cura dei piccoli con un modello che ritiene normale, decidesse che quella tale famiglia, che so, immigrata dal Maghreb, merita di essere messa sotto osservazione. O se dei professionisti della salute mentale, davanti a persone con ideazioni magari a sfondo religioso, decidessero che di diagnosticarle come delirio mistico o come manifestazioni psicotiche. Dicevo “immaginate cosa succederebbe”, ma di fatto succedeva. Per questo in quegli anni abbiamo familiarizzato con l’etnopsicologia, l’etnopsichiatria, la psichiatria culturale e in generale con un filone di idee che metteva in discussione un pensiero che era, nei fatti, colonialista e del tutto impreparato ad accogliere la differenza.

La differenza culturale è il grande tema di quel periodo. Ma, eccoci qua, in qualche misura ciascuno di noi costruisce il mondo in una maniera e in base a premesse che possono essere incomprensibili e incommensurabili per il dirimpettaio, o anche per un familiare, o per il partner — che è una persona formata in una storia differente, in una cultura familiare che forse solo in parte assomiglia all’altra.
Il lavoro di Pearce contribuì ad alimentare una sensibilità e un quadro concettuale per descrivere quel grado di alterità che esiste, irriducibile, anche nell’incontro fra quanti si sentono ugualmente “nativi”. La stanza di terapia, e al sommo grado quella della terapia della famiglia, è un luogo di incontro fra differenze.

È soprattutto in Comunicazione e condizione umana che Pearce ci racconta come tutto questo diventa comunicazione. C’è un passaggio in quel libro in cui l’autore descrive quello che accade quando ci troviamo davanti a un comportamento e lo approviamo o disapproviamo presumendo di conoscerne il significato. Scrive Pearce:

“Cosa significa avere i capelli verdi, indossare calzini bianchi o orecchini? Quando trattiamo gli altri come se fossimo del posto, li giudichiamo in base ai nostri standard e diamo per scontato che ciò significhi per loro la stessa cosa che significherebbe per noi se fossimo noi a farlo”.

Questo ha conseguenze evidenti e concrete: se davanti al tipo con i capelli verdi decidiamo che quello è un segnale di ostilità o aggressività, lo tratteremo di conseguenza. Ma sospendere il giudizio, pensare “forse per lui significa qualcosa di diverso da quello che significa per me” è una possibilità che ci concediamo difficilmente, perché comporta accettare una quota di mistero che fatichiamo a tollerare. Addirittura quello che non comprendiamo potrebbe non essere incomprensibile ora, perché non ne sappiamo abbastanza, ma potrebbe esserlo e basta. Perché quell’atto appartiene a una cornice, e io osservo il mondo dentro la mia cornice. Valutarlo in base alla mia cornice può produrre al massimo un giudizio moralistico, e non mi permette di aprire alla molteplicità dei significati. E tutti noi ci troviamo nella condizione di accettare che potremmo convivere fianco a fianco con modi di costruire il mondo, con atti, comportamenti e riti che non possiamo capire. E di accettare che convivere non significa condividere tutti i significati, o capire alla perfezione quelli dell’altro, ma pensare l’individuo con cui stiamo conversando come un mistero.
Chi di voi avverte un piccolo groppo alla gola in questo momento?


Questo conto aperto col mistero lo saldiamo in modi diversi, e lo facciamo nella comunicazione. Gruppi culturalmente omogenei condividono ad esempio uno stile di comunicazione monoculturale: prevede un’unica visione del mondo e chi comunica è convinto che il proprio modo di vedere le cose sia l’unico “naturale”. Non esiste diversità, e quando la si incontra la si ritiene una manifestazione di bizzarria o di malattia. Zero mistero, le proprie convinzioni restano al sicuro. La comunicazione etnocentrica, invece, è tipica di culture che pure si confrontano con la diversità, ma dividono il mondo fra noi (quelli giusti, quelli superiori) e loro: i cattivi, gli inferiori, quelli che non condividono i nostri valori, ma se decidessimo di “esportarli” non c’è ragione per cui non dovrebbero accoglierli e comprendere che sono oggettivamente superiori; se questo avviene al prezzo di qualche vita, beh, la verità varrà pure qualche sacrificio. Sebbene con un po’ più fatica rispetto al monoculturalismo — ma sempre al prezzo di essere ciechi senza sapere di essere ciechi — si può restare nelle proprie certezze ed evitarsi l’impiccio di qualunque forma di mistero.
Le cose si complicano nei contesti in cui vige la comunicazione modernista: nella società occidentale industrializzata il continuo cambiamento è una specie di feticcio, il confronto con la diversità è ricercato, è una forma di progresso che viene perseguita al costo di rinunciare a qualcosa delle proprie premesse, in nome della convivenza: questa è possibile, ed è fondamentalmente una questione di buona volontà; se accetti di perdere qualcosa puoi fare spazio all’altro.
Infine la comunicazione cosmopolita è la forma di comunicazione più consapevole in un mondo pluralista; contempla l’esistenza di molteplici visioni del mondo, tutte valide per chi le vive; così le differenze possono convivere senza che nessuno rinunci a nulla, in cambio di una certa disponibilità ad accettare l’esistenza del mistero.
Nella comunicazione cosmopolita per stare insieme non abbiamo bisogno che le nostre idee siano coerenti, abbiamo bisogno della curiosità di raccontarcele a vicenda. Evidentemente questa forma di comunicazione è l’unica che eviti conflitti distruttivi e favorisca convivenze pacifiche e sostenibili.
Certo, è complicato. È la differenza che passa fra staccare dalla parete della stanza il crocifisso (che è il modo in cui la cultura modernista si pone il problema della convivenza) e, per esempio, appendere alla stessa parete tutti i simboli religiosi cari alle persone che quella stanza frequentano. È una posizione che genera una quantità di problemi: ad esempio quello di definire “religioso” in un modo valido per tutti, o come fare per chi una fede religiosa non ce l’ha. Ma la comunicazione cosmopolita assomiglia a una condizione a cui tendere, più che a un set di soluzioni o a una forma istituzionalizzata e “perfetta” di comunicazione. “Perfetto” è il monoculturalismo, “perfetto” è l’etnocentrismo, che costruiscono mondi chiari, comprensibili e col minimo possibile di mistero. Non hanno difetti. Anzi, uno ce l’hanno: ci stanno conducendo al disastro.

Un esempio luminoso di comunicazione etnocentrica l’ho trovato in una recente intervista al ministro dell’Istruzione. Alla domanda di un giornalista che muove da una tesi non dimostrata (“molti episodi di cronaca vedono come protagonisti i cosiddetti italiani di seconda generazione”: il pensiero etnocentrico ha ragione per definizione, non deve dimostrare nulla né portare statistiche) risponde che “ciò che serve è integrazione, che significa qualcosa di più esigente, e reciproco”. Ma il ministro dell’Ossimoro non vede che non c’è niente di “reciproco” in una idea di “integrazione” intesa in senso unidirezionale: è lo straniero che deve integrarsi, cioè diventare tutt’uno coi nativi. Ma cosa rende difficile l’integrazione? Il fatto che “l’Occidente ha rinnegato se stesso”, e dunque se non ha una identità forte, non sa cosa chiedere, anzi esigere, dallo straniero. Non solo l’integrazione che il ministro ha in mente prevede una forte distinzione di noi e loro, ma il problema è che noi non è scritto tutto in maiuscole e grassetto come dovrebbe essere. È un noi “relativista”, un noi smidollato che avendo smarrito la propria verità (anzi: la verità, che è la stessa cosa) non sa come insegnarla a chi non la conosce.

Quando si parla di queste cose, a volte la discussione si chiude con l’epiteto di buonista o illuso, rivolto da uno dei partecipanti all’altro. Ma per come la vedo, se in una cornice modernista la vicinanza e il dialogo sono una questione di impegno e dedizione, un contesto cosmopolita semplicemente prende atto che l’altro è lì dietro l’angolo, e che la convivenza semplicemente è una necessità. Non è questione di buoni sentimenti, è la considerazione che puoi anche piallare complessità e differenze, ma ti assumi la responsabilità del fatto che il mondo vada in fiamme. La comunicazione cosmopolita non ha a che fare con l’avere ragione o torto, è una pratica che rende possibile il coordinamento senza richiedere un accordo tra i partecipanti: possiamo restare diversi, possiamo continuare a credere in cose diverse. Sono ragioni di ordine differente che ci fanno stare vicini.
Ma dicevamo della terapia della famiglia…

Torniamo da Ricky, Joanie, Marion e Howard

Pearce sostiene che non abbiamo esempi del tutto soddisfacenti di comunicazione cosmopolita. Essa è una necessità che ha cominciato a mostrarsi in tempi relativamente recenti. Nella vita quotidiana assistiamo più frequentemente a modalità etnocentriche o, quando va bene, moderniste.
Fa però alcuni — pochissimi — esempi di contesti in cui forme seppure imperfette di comunicazione cosmopolita esistono e si evolvono. In particolare dice:

Un’équipe di terapeuti familiari di Milano, in Italia, sviluppò un metodo di intervento che rappresenta un esempio di comunicazione cosmopolita.

Cioè: la modalità di lavoro che vi ho illustrato nella prima parte (Abre numa nova janela) di questo articolo è nel novero delle poche, incompiute forme di quella modalità di comunicazione che dobbiamo pensare come necessaria per il futuro di una convivenza fra individui e gruppi. Cercare soluzioni ai problemi in quella comunicazione anziché nel chiuso della scatola cranica di un individuo fa parte delle possibilità che quel futuro si dà. Ascoltare i pazienti non come persone che “hanno” problemi, ma come persone che “presentano” problemi apre a un vocabolario che descrive non delle cause, ma dei modelli di coordinazione delle relazioni Considerare le storie delle persone chiamando ad una responsabilità condivisa tutti i membri del sistema ha a che fare nientedimeno che — lo scrivo consapevole della sproporzione — con la pace.

Ecco, l’aspetto politico a cui mi riferisco è questo. Un’idea di cura condivisa, di responsabilità nel sistema più ampio, di rifiuto di qualunque definizione di un sintomo come qualcosa che sta accadendo a qualcuno che è strutturalmente “fallato” e dev’essere ricondotto a comportamenti accettabili. Quel modo di fare domande intorno alla scelt di Ricky non cerca cause né colpe, ma tende a descrivere il modo in cui le persone si compongono fra loro intorno a quello che definiscono problema: quest’ultimo ricava senso a partire non dalla domanda “perché?”, ma dalla domanda “come si connette con la rete delle comunicazioni e dei significati di tutti?”.

In questo modo si invita tutti i membri a stabilire connessioni che in precedenza non vedevano, a rileggere il significato di certe azioni e di certi problemi. Si chiede alle persone, confidando che possono e sanno farlo, di porsi in posizione di osservatori delle proprie azioni e contemporaneamente in una posizione da cui dar credito agli altri, ad esempio a una persona che descrive la percezione che una seconda persona ha di una terza. È una posizione che "comporta un insieme diverso di diritti e doveri", dice Pearce.
L'atteggiamento del o della terapeuta in questa rete è una posizione che un tempo chiamavamo neutralità: ma neutralità è una parola che fa pensare a un atteggiamento di ricezione passiva, di accettazione inerte di qualunque cosa venga detta. Così nel tempo abbiamo preferito definire curiosità quell'atteggiamento, perché curiosità implica la posizione attiva di chi non si limita a dire "va bene questo e va bene quello", ma si fa domande: "in quale contesto possibile va bene questo e va bene anche quello? Che responsabilità mi richiede immaginare quel contesto e provare a costruirlo?".

È evidente come qualunque ritorno al “sintomo” individuale, qualunque riduzione della sofferenza alla sua base neurologica, qualunque esaltazione di aspetti taumaturgici della cura a scapito del lavoro paziente di coordinamento delle voci coincide con il liquidare per sempre la ricchezza di un pensiero che, come si comprende, va assai oltre la sua applicazione nella clinica. È la rinuncia definitiva a dire qualcosa di minimamente complesso sul mondo e sulla salute delle relazioni. Ma è incoraggiante che, al di là degli sparuti esempi indicati allora da Pearce, oggi possiamo raccontare lo sviluppo di pratiche dialogiche, di contesti di mediazione in vari generi di conflitto, di esperimenti arditi come la giustizia riparativa o come progetti internazionali di riconciliazione. La stessa terapia relazionale, mentre si abbandona a forme di riflusso verso un pensiero diagnostico e oggettivante, altrove si assume le conseguenze epistemologiche ed etiche del continuare ad aprire vie alla complessità per prendersi cura delle relazioni umane e di quelle fra gli umani e i loro contesti.

Tópico Psicoterapia