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Tutte le colpe del mondo

Il sistema della finanza che guida i brand ha fatto molto male all’editoria, ma non è uno stillicidio di cui è l’unico colpevole, e il caso di The Face lo dimostra

Nella camera dell’eco del mio Instagram (dove seguo e sono seguita da miei colleghi, afflitti dai miei stessi interrogativi sullo status quo della moda) la scorsa settimana è stata molto condivisa una notizia che è sembrata riempire tutti di giubilo. Il magazine inglese The Face, seminale prodotto cartaceo degli Anni 80, chiuso e poi riaperto otto anni fa con una nuova gestione, e poi nuovamente chiuso solo un mese fa, ha annunciato dal suo profilo IG, ovviamente ripulito da ogni traccia del passato, che si stava preparando a un secondo ritorno. Per rimanere informati sui dettagli era necessario (OVVIAMENTE) iscriversi alla newsletter dedicata, di modo da profilare subito i futuri lettori, definendone abitudini di consumo, provenienza, età, etc etc.

Il giubilo del fashion system è arrivato insieme a una certa stizza, la stessa con la quale si imputava le infinite difficoltà del mondo dell’editoria indipendente, non allineata, di valore, all’unico villain possibile, che in questo caso è una sorta di dea Kali, un corpo unico che si muove attraverso più braccia: il sistema delle maison di moda, colpevoli di inseguire l’algoritmo e i content creator, invece di sostenere l’editoria di qualità. Una posizione errata, ignorante, e pure abbastanza auto-assolutoria, perché per quanto i conglomerati abbiano le loro colpe, questa crisi non sono gli unici autori. Ma parliamone meglio.

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