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Nessuno ha visto Galib Gassanoff arrivare

Insomma, io un po’ sì. L’ultima sfilata del designer georgiano con il suo brand, Institution, è la riprova che la nuova generazione ha molto da dire sullo status quo.

Galib Gassanoff è un giovane georgiano (di origini azere), cresciuta nella periferia di Tiblisi, e poi arrivato giovanissimo a Milano per studiare moda. La sua impresa artistica precedente era all’interno del duo di Act N°1, insieme a Luca Lin: conclusasi quella parentesi, Gassanoff ha deciso di affrontare l’impervio mondo della moda a volto scoperto, e con un suo brand, Institution, di cui la sfilata andata in scena qualche giorno fa rappresenta la quarta iterazione (e la seconda mostrata su una passerella, a voler essere precisi).

Institution di Galib Gassanoff, S/S 2026, courtesy Institution press office

Partendo dalla tradizione artigiana locale, e facendosi produrre gli abiti da una filiera corta, cortissima, di collaboratori, Gassanoff ha iniziato realizzando su misura abiti che sembravano fatti per rivivere indosso a qualche raffinata gallerista di arte contemporanea a Berlino. Con il proseguire delle stagioni e forse l’esperienza accumulata, quel progetto non è più solo divenuto un’espressione estetica legata ai suoi natali (anche se avrebbe avuto abbastanza dignità già così). Galib Gassanoff con questa collezione del suo Institution ha deciso di abbinare gli abiti a dei significati, e anche a dei significati assai precisi, ed è forse questo il motivo per il quale anche i titolati editor in chief seduti in prima fila – che, di solito, alle sfilate delle nuove leve di Milano, si presentano malvolentieri – erano evidentemente compiaciuti. Tra loro c’era Imran Ahmed, direttore del Business of Fashion, così come Caroline Issa, editor in chief della rivista londinese Ten e presenza fissa di tutte le rubriche di streetstyle che si rispettino (anche se poi chi le guarda più, le gallery di streetstyle).

Il titolo della collezione per la s/s 2026, verte intorno all’idea di “Su”, parola derivata dalla lingua ancestrale turca, il cui significato etimologico preciso è “acqua”, che riflette la spiritualità come specchio dell'anima. Un concetto antico e affascinante e che però ha trovato il suo contrappunto moderno nelle videocamere nelle quali ci specchiamo e invitiamo il mondo a guardarci, “allegramente inconsapevoli” dei rischi che quella protervia comporta. E così sfila un top senza maniche con baschina sul fondo, decorato da Go-pro che registrano e riprendono il pubblico in sala, ribaltando il punto di vista e forse, mettendoci di fronte al fattore “cringe” del nostro voler essere costantemente visibili e visti.

Institution di Galib Gassanoff, S/S 2026, courtesy press office

Al di là della riflessione sul contemporaneo, che rappresenta l’essenza della collezione, c’è però anche molta forma: le giacche sartoriali sono ispirate al tradizionale Chepken, il caftano indossato anticamente in Turchia e poi anche dai cosacchi. La loro trama in lana e bouclé è tessuta a mano dalle comunità femminili di Masallı e Lankaran, distretti sud-orientali dell’Azerbaigian. E quelle stesse comunità si sono adoperate per realizzare gonne a ruota – fortemente ispirate al New Look di Dior degli Anni 50 e più in generale al concetto primigenio di eleganza europea – utilizzando la Typha Latifolia, cioè, banalmente, il giunco, storicamente usato lungo il Mar Caspio per realizzare cesti e oggetti per la casa. Inoltre, quella stessa tecnica, usata dalla comunità azera in Georgia per realizzare i tappeti in lana di Borchaly, viene applicata a pezzi realizzati con lacci di cotone, DNA del marchio. Questo è il momento di ricordare che, avendo notato quei top con lacci di cotone con delle vibrazioni assai “Margeliane” la scorsa stagione, ho chiesto al designer di indossare un suo outfit in occasione della prima stagione di Front Row (Opens in a new window) (la puntata con Pieter Mulier nello specifico).

Finito il momento di narcisistica vanagloria, è giusto però sottolineare come questo progetto recuperi in maniera intelligente tecniche artigianali che rischiano di scomparire (i prodotti sono realizzati da quelle stesse comunità nelle quali quelle tecniche si originano, non parliamo qui di huarache nati in Messico e poi però prodotti in Cina), adattandole alla complessità dei tempi che viviamo. Quel savoir faire centenario si dimostra in questo caso adattabile, privo della patina polverosa che ammanta molte maison europee, con direttori creativi che si appigliano alle “reference” per celare la loro mancata visione.

Institution di Galib Gassanoff, S/S 2026, courtesy press office

Lo sguardo di un giovane, che non ha la formazione estetica – con i limiti e i paletti ideologici – della Vecchia Europa, si dimostra però più efficace di molti, nel prendere quegli stilemi e rivoluzionarli, pur rispettandone le metodologie. Dimostrando che nel mondo di oggi, l’unico sguardo nel quale è interessante specchiarsi, non è quello di una telecamera, ma di un altro essere umano. Magari sarà diverso da noi per localizzazione geografica e tradizioni, ma sarà più sincero nel prendere i nostri limiti e tramutarli in nuove e inesplorate potenzialità.

We are the fashion pack

Torniamo presto, prestissimo con una versione normale della newsletter, nel frattempo andiamo a Parigi perché siamo (io e le mie molteplici personalità) invitati allo show più importante di tutti: quello di Chanel. Ci risentiamo da lì.

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