Tre pillole rosse per uscire dall’algoritmo.

Aprite l'applicazione di streaming che avete sul telefono in questo momento. La prima cosa che vedrete non sono canzoni, generi o artisti. Vedrete stati d'animo. Cose come "Deep Focus", "Chill Vibes", "Peaceful Piano", "Canzoni per addormentarsi" e via dicendo. Su quello schermo si consuma un furto d'identità silenzioso da parte di un alter ego dopaminico che si spaccia per musica.
La usiamo per tollerare il traffico, per anestetizzare l'ansia da prestazione in ufficio, per costringere il nostro cervello a produrre più dopamina mentre fissiamo un foglio di calcolo. Le grandi multinazionali dello streaming hanno studiato la nostra mente e sono arrivate a una conclusione agghiacciante, riassunta perfettamente in una frase scovata dalla giornalista musicale Liz Pelly nelle linee guida di sviluppo di questi giganti: l'obiettivo del design dell'applicazione deve essere quello di «ridurre la frizione e il lavoro cognitivo»1.
Tradotto: farci pensare di meno.
L'interfaccia "frictionless" (senza attrito), dove il brano successivo parte da solo senza che tu debba muovere un dito, è un dispositivo di addomesticamento mascherato da comodità. Riducendo l'ascolto a un flusso passivo e indistinto, le piattaforme hanno sottomesso la musica alle leggi della produttività e del capitale. E nel frattempo, per risparmiare sui diritti d'autore da pagare ai veri musicisti, riempiono quelle stesse playlist di "chillout" con musica d'ambiente creata da artisti fantasma, algoritmi o ghost-writer, scollegando del tutto il legame tra chi crea e chi ascolta.
Ma in questa deriva, che ruolo abbiamo avuto noi? Siamo davvero solo vittime, o abbiamo barattato la nostra capacità critica con una comodità che ci ha resi complici? È innegabile che siamo diventati pigri. Abbiamo accettato che la musica ci venisse servita come un prodotto precotto, smettendo di cercare, di scavare, di meravigliarci. Questa pigrizia non è un difetto naturale, è il prodotto di un sistema che ha imparato a premiare la nostra inerzia. Ma riconoscerla è il primo passo per smettere di esserne schiavi.
Smettere di usare (o usare meno) questi servizi non è una questione di "supportare gli artisti" (quella è la retorica del senso di colpa che scarica la responsabilità del sistema solo – o soprattutto – sul consumatore). È una questione di autodifesa cognitiva. È il rifiuto di far tracciare ogni nostra emozione da mercanti di profilazione.
Se volete fare uno sciopero della mente e ridare all'arte il potere di disturbarvi, meravigliarvi e cambiarvi, dovete cercare rifugio altrove. Non in nuove "piattaforme", ma in veri e propri avamposti di resistenza etica ed estetica. Eccone tre.
Rock And Ink: Bassa Fedeltà ora si può indossare
Se segui questo progetto, sai bene che ogni numero porta con sé un pezzo di artigianato visivo, le illustrazioni fatte a mano. Da oggi quel mondo esce dallo schermo per trasformarsi in inchiostro su tessuto.
È nato ufficialmente Rock And Ink, lo spin-off e store ufficiale di Bassa Fedeltà. Uno spazio indipendente nato per dare una forma fisica all'universo grafico del progetto, a partire dai loghi ufficiali fino all'archivio delle copertine originali.
Per celebrare il lancio, trovi già disponibile la t-shirt ufficiale con la copertina di questo numero.
https://rock-and-ink.hoplix.shop/1288293-maglietta-unisex-the-sound-matrix--sabotages--64226.htm (Öffnet in neuem Fenster)Cantilever: l’elogio della sosta
Sulle app tradizionali siamo costantemente sopraffatti da cataloghi sterminati da 100 e passa milioni di brani, che ci portano a saltare freneticamente da una traccia all'altra senza mai assimilare nulla. La risposta a questo caos arriva dal Regno Unito con Cantilever (Öffnet in neuem Fenster), una piattaforma di streaming che si definisce esplicitamente "anti-Spotify".
Cantilever applica una limitazione alla nostra libertà di scelta per costringerci a rallentare. Infatti, sulla piattaforma non troviamo una barra di ricerca infinita, ma solo 10 album selezionati alla volta.
Ogni album ha una "scadenza" e rimane disponibile all'ascolto per soli 30 giorni prima di ruotare fuori dal catalogo.
Non esistono playlist per lo studio, shuffle o riproduzioni casuali guidate da algoritmi. C'è solo l'album, da ascoltare dall'inizio alla fine come è stato concepito dall'artista.
Definito dal suo fondatore Aaron Skates come "una rivista musicale che si può ascoltare", Cantilever arricchisce ogni disco con saggi editoriali approfonditi, interviste e note di copertina scritte da giornalisti e dagli artisti stessi.
Inoltre, adotta un modello di pagamento user-centric. Al netto delle commissioni e dei costi di gestione, l'intera quota rimanente (dei 5,99 € al mese dopo 14 giorni di prova gratuita) viene ripartita esclusivamente tra gli artisti che abbiamo effettivamente ascoltato, anziché finire nel calderone comune delle grandi popstar mondiali.
Crates: il rifugio anti-sorveglianza
Ogni volta che pigiate "play" sulle piattaforme tradizionali, quel clic viene registrato, impacchettato e venduto a terzi per capire che tipo di consumatori siete quando siete tristi, allegri o stressati. La vostra identità musicale viene data in pasto a una macchina predittiva.
Crates (Öffnet in neuem Fenster) è un atto di sabotaggio a questo sistema di sorveglianza. Non vende musica e non ha un suo catalogo. È un'applicazione che funge da "lavagna vuota" e privata per l'ascoltatore. Vi permette di mappare la vostra intera collezione musicale in un solo posto, importando i vostri file MP3 locali, i vostri acquisti su Bandcamp, i vinili catalogati su Discogs e persino i link di Youtube o Soundcloud.
Utilizzare Crates significa dire alle multinazionali: «La mappa della mia musica non è in vendita». Qui la scoperta non avviene perché un algoritmo ha calcolato la vostra prossima mossa, ma perché state esplorando manualmente i profili e le collezioni reali di altri esseri umani, accettando l'imprevedibilità e il disordine del gusto vero.
Faircamp: il ritorno all'eremitaggio digitale
Tutte le piattaforme, persino quelle indipendenti, cercano di trattenervi al loro interno. Vogliono che creiate un profilo, che lasciate una recensione, che guardiate quanti "follower" ha un artista. È la ludicizzazione dell'esistenza.
Faircamp (Öffnet in neuem Fenster) rifiuta questa logica partendo dalle radici. Non è un sito web in cui registrarsi, ma un software che permette ai musicisti di generare il proprio sito web statico, autogestito e isolato dal resto della rete.
Per noi ascoltatori, imbatterci in un sito Faircamp è l'equivalente di camminare in un bosco e trovare una cappella abbandonata con un registratore a cassette acceso. Non ci sono cookie che ci tracciano, non ci sono sezioni "potrebbe piacerti anche", non ci sono metriche di popolarità. C'è solo una pagina web spartana, un player pulito e la musica che suona nel vuoto. È l'esperienza d'ascolto più indipendente e pura che possiate fare oggi su internet.
Il valore politico della fatica
Reclamare la complessità del nostro ascolto richiede uno sforzo intenzionale, di accettare l'attrito. Significa accettare che, per trovare qualcosa che valga la pena ascoltare, a volte bisogna fare la fatica di cercare, di connettersi a un server indipendente, di leggere un testo o di pagare direttamente un artista.
Ma è proprio in quell'attrito che risiede il valore dell'arte. Finché useremo la musica solo come un anestetico per sopportare il rumore di fondo del mondo, non faremo altro che addormentare la nostra capacità critica. Svegliarsi significa, prima di tutto, ricominciare a scegliere dove posare le proprie orecchie.
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🔭 Se vuoi seguire cosa combino tra un ascolto e l'altro, mi trovi qui: Lo Zio Quandy (Öffnet in neuem Fenster)
Intervista a Liz Pelly: When Music Becomes Data: Author Liz Pelly Speaks at Sanford (Öffnet in neuem Fenster) ↩