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Tra l'acqua e il palcoscenico

Due storie di città: le piscine che non ce la fanno e il teatro Metastasio che riparte.

Eccoci. Un po’ di cose che sono successe questa settimana.

Intanto ho fatto partire insieme a una persona che ho conosciuto grazie a Buzz Prato e che si occupa proprio di questo, qualche sponsorizzazione sui social legata al progetto. Mi è sembrato il momento giusto per farlo conoscere a un po’ più di persone.
Se scrollando su Instagram vi compare la mia faccia, quindi, abbiate pazienza.
Ma la cosa positiva è che siamo parecchi in più, e tocca fare un minimo di presentazione.

Iniziamo da una premessa: si pronuncia “BAZZ”. Non “BUZZ”. Se non avevi bisogno di questo chiarimento, bene, altrimenti il messaggio era proprio per te. Questo è lo spazio degli approfondimenti di Buzz Prato: ogni settimana arriva una newsletter con un po’ di letture per il fine settimana o quando volete. Alterno argomenti più seri (questa volta parliamo delle piscine a Prato) ad altri più leggeri. E chiudiamo sempre con una canzone, per tenere il ritmo.

Buzz Prato per ora è completamente gratuito e accessibile a tutte e tutti.
Presto ci saranno contenuti esclusivi per abbonate e abbonati, ma se nel frattempo vi sembra un progetto utile o interessante potete sostenerlo (Öffnet in neuem Fenster): 5 euro al mese o 50 l’anno. L’obiettivo è arrivare a 250 abbonamenti entro fine anno. Altrimenti chiudiamo baracca e riprendo a dormire un’ora in più la mattina, senza rancore. Ci ho provato.

Intanto abbiamo aperto anche la community di Buzz Prato, un luogo per discutere, confrontarsi e far nascere nuove idee. Su Telegram (Öffnet in neuem Fenster).

E poi sta nascendo un documento sull’identità pratese, nato dopo l’incontro dal vivo di Buzz al Terminale: lo stiamo scrivendo insieme alle persone che hanno partecipato. Sta diventando una riflessione collettiva, e credo sarà un bel contenuto (probabilmente il primo esclusivo per chi sostiene il progetto, così iniziamo a dare qualcosa indietro a chi sostiene).

Infine sto pensando ad un nuovo incontro dal vivo, questa volta di sabato mattina, per provare a incrociare persone nuove.

Quasi 2000 iscritte/i al canale Whatsapp, 500 a Substack, più di 70 sostenitori e sostenitrici. Insomma: ci muoviamo, cresciamo. Viva.


Prato e l’acqua che manca

Perché le piscine cittadine sono sempre in emergenza

Il nuoto è uno sport completo. A Prato il problema non è la mancanza di passione per questo sport, infatti, ma di acqua disponibile. O meglio: di piscine funzionanti.
Chi fa nuoto, pallanuoto o sincro lo sa bene, la città vive da anni in una condizione che chi lavora negli impianti definisce «emergenza permanente».
Dietro l’immagine delle vasche che aprono e chiudono a intermittenza c’è un intreccio di ritardi, manutenzioni rimandate, vincoli tecnici e decisioni politiche mai condivise fino in fondo.

Via Roma, il centro del problema

Il cuore del nuoto agonistico pratese è la piscina comunale di via Roma, costruita negli anni Settanta con una vasca olimpionica scoperta da 50 metri. È l’unica in città adatta a discipline come la pallanuoto e il nuoto sincronizzato, ed è da decenni il punto di riferimento di centinaia di atleti e atlete.

D’inverno, però, via Roma sopravvive sotto un grande pallone pressostatico che la trasforma in piscina coperta: una soluzione provvisoria diventata permanente, e sempre più fragile. Negli ultimi anni il pallone è collassato o volato via diverse volte per il vento; ogni volta l’impianto ha chiuso per settimane, con allenamenti sospesi e società costrette a spostarsi altrove.

Quest’anno la situazione è ancora più complicata. Il presidente dell’ASD Azzurra Nuoto Prato Alessandro Bartolozzi spiega che il pallone «doveva essere rimontato a fine settembre, ma il cantiere della piscina riabilitativa si è sovrapposto e la ditta incaricata ha chiesto nuovo materiale di sicurezza che non è mai arrivato. Senza quello non può certificare l’impianto né montare la copertura».
Nel frattempo, sotto la vasca principale, sono caduti calcinacci nella sala macchine: «Pareva l’antro delle streghe prima, ora con i calcinacci è anche peggio», racconta. L’impianto è chiuso per verifiche strutturali e si attende di capire se il piano vasca regge il peso del pallone. «Se non si potrà rimontare, via Roma ce la possiamo scordare».

Anche nel migliore dei casi la riapertura non avverrà prima dell’inverno 2025 inoltrato. Le società sportive si allenano nelle vasche più piccole — Viale Galilei e Capezzana — che però non permettono attività agonistica di alto livello, almeno per gli adulti. Con i disagi provocati alla riduzione degli orari per gli altri corsi e il nuoto libero.
«Rimpiazzare otto corsie da 50 metri significa toglierne sedici da 25: non c’è verso», dice Bartolozzi. «Ci si allena peggio e meno: la prima parte della stagione agonistica è compromessa.»
Le stime parlano di circa duemila persone che praticano nuoto in maniera agonistica che ruotano attorno alle piscine cittadine, di cui la pallanuoto è la più penalizzata: «Se il pallone non si rimonta dovremo chiederci se ha senso continuare».

L’altra promessa: la piscina olimpionica di Iolo

L’alternativa doveva essere la piscina olimpionica di Iolo, il grande progetto annunciato dal sindaco Matteo Biffoni nel 2015 e rilanciato con i fondi PNRR nel 2022. Doveva essere una struttura moderna, coperta, con vasca da 50 metri, tribune e servizi. Un piccolo “stadio dell’acqua” in grado di riportare Prato ai livelli delle grandi città toscane.

Il progetto — 16 milioni di euro, affidato all’azienda Ferraro S.p.A. — è rimasto fermo. A ottobre 2025 i lavori sono ancora in fase di validazione del progetto esecutivo, e il rischio concreto è di perdere i fondi europei se il cantiere non parte entro l’inizio del 2026. Negli ultimi giorni il commissario Sammartino si è mosso affinché questa ipotesi non debba verificarsi.
Nel frattempo, l’area è un campo chiuso da un cancello, con i resti della vecchia piscina degli anni Settanta, vandalizzata e distrutta.

«Via Roma doveva reggere fino al 2026 — dice Bartolozzi — quando sarebbe arrivata la nuova piscina. Poi quella sarebbe diventata solo estiva, senza pallone. Ma senza Iolo tutto resta sospeso.»

La cupola dimenticata

Foto: marcomeozzi.com

Quella di Iolo non era una piscina qualsiasi: era stata costruita nel 1976 con una cupola in cemento ideata dall’architetto Dante Bini, uno dei pochi esempi di “Binishell” ancora esistenti. Per un periodo si era pensato di integrarla nel nuovo impianto, poi l’idea è stata abbandonata. Quando la questione è tornata d’attualità, la struttura era già chiusa e devastata. Oggi non resta nulla da salvare.

Un tecnico che lavora negli impianti commenta con amarezza: «La scintilla politica c’è stata, ma non è mai stata alimentata. Sono passati più di dieci anni e siamo ancora a zero.»

Le società sportive e la vita in emergenza

Mentre Iolo resta sulla carta, via Roma si deteriora. Le società si dividono fra le piscine più piccole: Mezzana, Comeana, Galilei, Gescal e San Paolo. Tutte vasche da 25 metri, utili per corsi e attività di base ma inadatte per l’agonismo, specie quello adulto.
Gli atleti nuotano la sera tardi o si spostano fuori provincia; le famiglie cambiano orari di continuo; molti ragazzi lasciano o migrano verso Firenze e Livorno, dove trovano impianti stabili.

Un operatore riassume la situazione con una frase che ormai è un ritornello: «Si lavora sempre in emergenza. Si rompe il pallone, si ripara il pallone. Si spacca una piastrella, si cambia la piastrella. Non c’è mai una pianificazione.»

La politica: manutenzioni, risorse e conflitti

Chi ha gestito il settore sport negli ultimi anni riconosce la difficoltà. L’ex vicesindaco Simone Faggi delle giunte Biffoni e Bugetti, ricostruisce così il percorso:

«Nel 2018 abbiamo stanziato circa quattro milioni per ristrutturare gli impianti esistenti: Viale Galilei, Mezzana, San Paolo e parte di via Roma. Con il PNRR abbiamo completato Galilei, installato le nuove caldaie e avviato il progetto della piscina olimpionica di Iolo.»

Ma la questione, dice Faggi, è diventata un conflitto tra esigenze sportive e tempi amministrativi:

«I soldi per ristrutturare via Roma sono stati messi, anche in periodi difficili, ma le società non hanno mai accettato di chiuderla temporaneamente. Senza quella vasca non avrebbero potuto continuare l’attività agonistica, e così ogni tentativo di lavori è stato rinviato.»

Per l’ex assessore, la proposta era chiara: un anno di chiusura, allenamenti spostati a Firenze per gli adulti (i ragazzi, secondo lui avrebbero potuto continuare ad allenarsi nella vasca da 25 metri) e lavori strutturali per restituire un impianto nuovo alla città. «Proposta che oggi non si può più attuare perché a Firenze i lavori per la manutenzione della piscina olimpica sono in corso», dice Faggi.

«Era un sacrificio pesante ma necessario. Invece si è scelta la strada del pallone: costosa, fragile e ormai insostenibile»

Oggi Faggi si dice convinto che il pallone non verrà più rimontato: «La piscina non è più agibile, i costi di montaggio e riscaldamento sono fuori scala. Ma se Iolo parte e via Roma diventa estiva, oltre che parco acquatico della città, Prato avrà finalmente un sistema natatorio moderno. Il problema è arrivarci.»

Una governance che non decide

Alla base di tutto, secondo molti, c’è un meccanismo amministrativo lento e poco produttivo. Le piscine comunali appartengono al Comune ma sono gestite dal CGFS, una partecipata dello stesso Comune.
«È come se il controllore e il controllato fossero la stessa persona», osserva un operatore. Bartolozzi, dal canto suo, ribatte che il problema è soprattutto la mancanza di manutenzione costante: «Non esiste una piscina in fin di vita, esiste la manutenzione che non si fa».

La realtà è che i due piani — quello politico e quello gestionale — non si sono mai davvero incontrati. Il Comune ha investito a tratti e per lotti, il CGFS ha gestito l’ordinario, le società hanno difeso gli spazi. Nessuno, negli ultimi quindici anni, è riuscito a imporre un piano comune.

Il rischio concreto

Oggi Prato ha una sola vasca olimpionica parzialmente funzionante, un progetto fermo e un’intera filiera sportiva in bilico.
Il rischio, se la situazione non si sblocca, è doppio: perdere i fondi PNRR e contemporaneamente chiudere via Roma per motivi di sicurezza.
In quel caso, la città resterebbe senza un impianto agonistico per almeno due anni, compromettendo l’attività di pallanuoto, nuoto sincronizzato e le altre discipline.

Una città che ha sempre amato l’acqua

Paradossalmente, Prato è sempre stata una città d’acqua: dai canali che alimentavano le industrie tessili alle società sportive nate attorno alle vasche comunali.
Negli anni Novanta aveva ospitato gli Europei femminili di pallanuoto e prodotto atleti arrivati fino alle nazionali. Città in Toscana con il numero di impianti che ha Prato ce ne sono pochissime. Oggi il movimento sopravvive tra orari frammentati, trasferte e impianti che invecchiano.

L’impressione, ascoltando tutti — tecnici, dirigenti e amministratori —, è che nessuno menta e nessuno abbia pienamente torto: la politica rivendica di aver messo le risorse, i gestori chiedono programmazione, le società temono di perdere un pezzo del loro lavoro.
Ma il risultato è lo stesso: un sistema paralizzato, dove ognuno difende la propria parte e l’incontro fra le parti non avviene mai davvero.

E il tempo, intanto, scorre.
Se la nuova piscina non partirà entro pochi mesi, Prato rischia di perdere insieme i fondi, la vasca e una parte della sua storia sportiva.


Una nuova stagione per guardare la realtà da vicino

La stagione 2025/26 del Teatro Metastasio

Ieri, giovedì 23 ottobre il Teatro Metastasio ha inaugurato la nuova stagione con Prendre Soin, prima nazionale dello scrittore e regista britannico Alexander Zeldin, definito da molti “il Ken Loach del teatro”.
Lo spettacolo racconta la vita di alcuni lavoratori notturni in una macelleria industriale, tra contratti precari e invisibilità sociale: una storia di marginalità che, più che aprire la stagione, ne anticipa il tono.

Perché la nuova stagione del Metastasio continua a essere, come nelle intenzioni del direttore artistico Massimiliano Civica, un percorso dentro il presente.
Non solo un cartellone di titoli, ma una mappa di temi: la disuguaglianza, il lavoro, la cura, la memoria, le relazioni, la fragilità.

Un teatro che si interroga

Il Metastasio resta uno dei pochi teatri italiani con una progettualità diffusa su più spazi e linguaggi (Metastasio, Fabbricone, Magnolfi).

In questa stagione le scelte spingono ancora di più verso la drammaturgia contemporanea e gli sguardi internazionali, con una particolare attenzione alle nuove generazioni di autori e interpreti.
Ci sono grandi nomi, ma anche molte “voci di ricerca”, provenienti da contesti diversi, spesso lontani dalle logiche produttive più consolidate.

I temi: lavoro, memoria, corpo, comunità

Il filo conduttore che lega gli spettacoli in stagione è quello di una ricerca sul modo in cui il teatro può raccontare la complessità: il lavoro che cambia, le forme di intimità, i corpi come luoghi politici.

Zeldin, con la sua trilogia sulla disuguaglianza, apre una stagione che riflette su come viviamo insieme. Ma ci sono anche spettacoli che interrogano la memoria collettiva e la storia recente, produzioni che attraversano la danza, la performance, il racconto, e progetti speciali pensati per coinvolgere la città, le scuole, i giovani artisti.

È una stagione che alterna realismo e sperimentazione.

Un teatro che vuole restare necessario

Dopo anni in cui la programmazione ha consolidato una linea coerente e riconoscibile, il Metastasio continua a lavorare su una domanda semplice ma impegnativa: a cosa serve oggi un teatro pubblico?

A offrire intrattenimento o a costruire senso? A rappresentare la realtà o a metterla in discussione?

Questa stagione prova a rispondere con un equilibrio tra profondità e accessibilità, confermando il Metastasio come un luogo in cui si va non solo per “vedere uno spettacolo”, ma per prendere parte a una conversazione sul presente.

Da segnare in agenda

Tre spettacoli in stagione da vedere da qui alla fine del 2025, secondo me.

Alexander Zeldin – Prendre Soin
23–26 ottobre, Teatro Metastasio
Prima nazionale del regista britannico che apre la stagione con un racconto corale e realistico sul lavoro invisibile e la dignità di chi lo svolge. Non ne so molto di più ma credo che non sia scontato avere un regista internazionale che fa una prima nazionale in città.

Gli Omini – La famiglia campione
13–16 novembre, Teatro Fabbricone
Una storia familiare che diventa ritratto collettivo, nata da un lungo lavoro di indagine nei territori e tra le persone. Ironia, malinconia e realismo sociale, come nello stile degli Omini. Gli Omini un volta l’anno almeno vanno visti per ridere. Tanto.

Kepler-452 – A Place of Safety
4–7 dicembre, Teatro Metastasio
Un viaggio nel Mediterraneo centrale, tra missioni di soccorso e testimonianze vere di Sea-Watch ed EMERGENCY. Teatro documentario e impegno civile che racconta l’Europa dai suoi confini. Con i Kepler-452 ho un rapporto complicato: di solito non mi convincono, ma a molti sì, e molto, specialmente per l’attualità e la messa in scena dei loro racconti (l’ultimo spettacolo era sulla GKN). Per onestà intellettuale ve li segnalo: io ci vado lo stesso, anche solo per vedere se riescono a farmi cambiare idea. Finora non è successo (ma si va a teatro anche per questo).


L’agenda

Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.

Cinema (vi metto link che anche questa volta sono andato un po’ lungo e Substack mi brontola): Terminale (Öffnet in neuem Fenster), Eden (Öffnet in neuem Fenster), Pecci (Öffnet in neuem Fenster), Garibaldi (Öffnet in neuem Fenster).


I matti della città di Prato

Ecco i tre matti di Prato della settimana scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos) un libretto, nato da un laboratorio con Paolo Nori. Storielle brevi di persone pratesi eccentriche. Per fare un sorriso.

Uno, sull’Ape su cui trasportava le rocche di filato, aveva attaccato un adesivo con su scritto: “è inutile che tu soni, tanto più forte di così non vo”.

Uno ha fatto il comico perché, quando diceva da bambino che voleva fare il papa, tutti si mettevano a ridere.

Uno diceva di essere uno scrittore ma scriveva solo sui muri. L’avevano colto sul fatto mentre scriveva in via Settesoldi: “Se Dante si fosse trombato Beatrice non avremmo la Divina Commedia”.


Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter

“Sastanàqqàm” dei Tinariwen (non spaventatevi e lasciatevi stupire). Un gruppo nato nei campi profughi del deserto del Sahara negli anni ’80, tra musicisti tuareg in esilio dal Mali. Le loro prime chitarre erano spesso autocostruite con lattine e cavi dei freni delle biciclette.

Il loro stile, chiamato spesso “blues del deserto” (il più celebre in questo genere è Bombino), mescola ritmi tradizionali tuareg con il blues americano, creando un suono ipnotico e profondamente legato alle sabbie del Sahara.

Potete ascoltarla anche su Spotify (Öffnet in neuem Fenster).

https://www.youtube.com/watch?v=vACZA9dGvV4 (Öffnet in neuem Fenster)

Kategorie Società

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