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L’unica festa di Natale alla quale avrei voluto partecipare

Quella che fu finanziata dalla baronessa Marie-Hélène de Rothschild ed ebbe come direttore creativo Salvador Dalì. Dove chissà se qualcuno mangiò dai piatti contornati da pelliccia con le tartarughe imbalsamate sul tavolo, ma dove di sicuro si divertirono tutti.

Sono giorni nei quali la moda riempie il suo calendario di gala, feste di Natale, cene di Natale, aperitivi di Natale, pranzi di Natale, come se non ci si vedesse tra noi abbastanza la restante parte dell’anno, come se non ci dovessimo rivedere per almeno tutto l’anno successivo, come se vedersi, tra noi che si lavora nello stesso settore, sia sempre un grandissimo piacere (i colleghi, come la famiglia, mica te li scegli).

Nei primi anni di lavoro, quando farsi conoscere dai tuoi simili è cosa buona e giusta, ognuno di questi inviti funziona come gettone istantaneo di validazione sociale: “se mi hanno invitato, sono importante”, squittisce il giovane virgulto, invitato da questo o quell’ufficio comunicazione dei brand, rispondendo con foga a quell’RSVP. Andando avanti, viene meno l’eccitazione della novità, si scatena l’angoscia dell’ “oddio, anche quest’anno” . Facendo la doverosa premessa che si parla sempre dal detestabile punto di vista di persone privilegiate invitate a cene ed eventi gratis spesso in posti bellissimi, con chef stellati etc etc, se ne è consapevoli, si invita però anche alla riflessione successiva: e se da metà ottobre in poi il vostro calendario sociale fosse costantemente puntellato da cene sontuose in posti che con il vostro stipendio non potreste mai permettervi, e però non sempre circondati dagli amici che vi siete scelti, e quindi obbligati a rispettare una serie di severissime norme sociali, fare attenzione ad equilibri lavorativi strategici, magari vi hanno seduto pure accanto a quello/a che neanche tanto segretamente trovate abbastanza detestabile, come la vivreste? Insomma, smette di divenire un esotico piacere e diviene semplicemente un lavoro.

Io sono abbastanza fortunata da poter declinare più o meno dignitosamente la maggior parte di certi inviti adducendo a giustificazione la mia geolocalizzazione fiorentina (Firenze non ti ringrazierò mai abbastanza) ma c’è stata, storicamente, una festa di Natale alla quale avrei partecipato con grande piacere, e che fa vergognare qualunque Met Gala con le sue regole stringenti di non portare i cellulari e non far foto alla cena (per preservarne l’esclusività, certo, ma forse anche per non svelarne la noia, quella che attanaglia i bellissimi e ricchissimi del sistema che si siedono attorno a un tavolo e, esaurite le formalità su chi ti ha vestito e quanto sei ringiovanita grazie al facelift o alla blefaroplastica o alla bichetomia non sanno però cosa raccontarsi)

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