
Michela Barzi
Jane Jacobs ha sottolineato l'importanza dei marciapiedi nella vita urbana, descrivendone il ruolo fondamentale nei contatti sociali e nella costruzione della comunità. Il contrasto era, secondo lei, tra il «progettista dei marciapiedi», che si affida all'esperienza diretta, e il progettista che opera da una distanza accademica. Il marciapiede svolge un ruolo cruciale in un ambiente urbano sano, perché garantisce la sicurezza dei pedoni e favorisce la creazione delle relazioni sociali, che sono caratterizzate dalle interazioni quotidiane e non dall'architettura. Secondo il dogma moderno, invece, l’architettura doveva essere funzionale e isolata dal suo contesto. Come ha osservato in seguito Michel de Certeau, nelle mappe degli urbanisti non c’è spazio per la vita quotidiana.
Le donne sono spesso state cancellate dalla scena urbana: nel 1963, Betty Friedan ha denunciato il ruolo subordinato delle donne sancito anche dalla pianificazione urbana che cercava di isolarle nelle espansioni suburbane. Quasi trent'anni dopo, Elizabeth Wilson invita le donne a riappropriarsi delle città, a smettere di considerarle luoghi pericolosi e disordinati da cui dovevano escludersi, ma ad affrontare le contraddizioni e l'intensità della vita urbana come qualcosa che potesse liberarle dalla loro condizione subordinata. Camminare per le città è quindi un atto di liberazione.
Morte della strada
Nel luglio 1960 lo scrittore afro-americano James Baldwin notava, con un certo disappunto, che al posto del portone d'ingresso della casa dove era cresciuto si trovava uno di quegli «striminziti alberi urbani» delle aree verdi realizzate attorno ai nuovi complessi residenziali. Le vecchie strade di Harlem su cui si affacciava anche l’edificio in cui aveva trascorso la sua infanzia - edificio che era finito nell’elenco del complesso delle aree definite slum dalle autorità newyorchesi - erano state sostituite da ciò «che nel gergo odierno delle gang si chiamerebbe "il territorio" [the turf]», termine che rappresenta anche i tappeti erbosi sui quali si innestano le caserme multipiano dell'edilizia popolare. Scriveva Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città, pubblicato l’anno dopo, a propossito della sostituzione delle strade con le aree verdi (in inglese turf): «Non c'è molta scelta: ovunque una parte di città venga «ristrutturata», nascerà ben presto la barbarie dei turfs. Sopprimendo una funzione essenziale della strada urbana, la città ristrutturata perde anche, necessariamente, la propria libertà».
Le Corbusier - uno dei più celebri maestri del Movimento Moderno in architettura - affermava nel 1929 che la prima tappa nell’evoluzione della città sarebbe passata dall’abolizione della rue corridor. La strada, con gli edifici su di essa allineati e le attività che vi si affacciano, con il traffico pedonale misto a quello viabilistico, nella città contemporanea non aveva più motivo di esistere. Al suo posto andavano realizzate infrastrutture per gli spostamenti in automobile e gli spostamenti a piedi andavano tolti dalla strada. L’allineamento degli edifici doveva essere determinato dall’esposizione al sole e all’aria ed essi sarebbero stati circondati da aree verdi. L’immaginario urbano di Le Corbusier è rappresentato dalla Ville Radieuse, manifesto della città contemporanea che nel 1933 si tradurrà nei principi urbanistici della Carta d’Atene. Essi sono stati utilizzati per i progetti di ristrutturazione dei quartieri degradati delle grandi città americane. Tramite le disposizioni degli Housing Act del 1949-54 sono stati costruiti complessi residenziali che non si affacciano più sulla strada ma su aree verdi.