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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

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COSA SUCCEDE SE JOHN GALLIANO VUOLE VENDERCI UNA T-SHIRT FATTA IN BANGLADESH

I direttori creativi superstar hanno la capacità di rileggere la realtà, rendendola meno complicata.

Galliano
Willy Chavarria, uno dei pochi rappresentanti del pensiero indipendente nella moda americana, ha fatto una collezione per Zara. Con Zara ha anche firmato un accordo nientedimeno che John Galliano. Pieter Mulier ha ufficialmente terminato la sua collaborazione con Alaïa, mentre si aspetta di sapere chi lo sostituirà e si rimane in grande attesa di vedere cosa farà da Versace. In molti dicono che sarà Nicolas Di Felice, appena uscito da Courrèges, a sostituirlo mentre al suo posto è arrivato Drew Henry, ex Phoebe Philo e JW Anderson. Courrèges è un marchio della galassia Kering ma non sta nel segmento del lusso, è vicino alla fascia contemporary, quella dove ci sono Jaquemus e Ami. Christopher Kane, una vecchia gloria della moda inglese uscito di scena da qualche tempo, è diventato direttore creativo di Mulberry. Tomorrow ltd., proprietaria di Martin Rose e Coperni è stata venduta al fondo italiano The Level Group. Luisa Via Roma, uno dei più grandi e-commerce del mondo sta attraversando un periodo di crisi molto forte e il piano di ristrutturazione non convince i sindacati che hanno recentemente indetto uno sciopero.

Tutto questo è successo negli ultimi giorni ed è una parte infinitesimale delle informazioni che bombardano costantemente chi come me (e anche voi) segue la moda. Per ognuna di queste notizie c’è spesso anche un dibattito sui social che ne allarga la portata, costruendo conflitti o consensi e creando ulteriore rumore. L’instancabile flusso informativo che arriva sui nostri telefoni e rimbalza nei nostri cervelli è una parte ormai essenziale del racconto della moda, mantiene alta l’attenzione, crea continue tensioni tra poli opposti, fa sembrare tutto un videogame, rendendo tutto molto rumoroso, molto complicato, molto difficile.

Cosa comprare, sia un vestito o un’auto o un viaggio, è una decisione sempre più difficile perché costringe a mettere insieme il piano economico con quello estetico, sociale, politico e quindi morale, a valutare e rivalutare. Tutto ciò ha delle conseguenze.

La moda è sempre stata un grande esempio di spettacolarizzazione dei contenuti e di personalizzazione del messaggio. I designer sono sempre stati celebrity onniscienti e incontestabili e le sfilate sono sempre state l’incontrovertibile esplosione della loro visione. Questo meccanismo è molto vicino al cinema o al teatro, due medium che offrono brevi momenti di allontanamento dalla realtà senza la fatica necessaria di capire il contesto, di conoscere l’autore, di condividerne il significato. Certo, si può intellettualizzare tutto ma si può anche non farlo e godersi un film in pace.

Fino a poco tempo fa si poteva semplicemente desiderare tantissimo uno splendido abito di seta viola, comprarselo e sentirsi felici indossandolo. Si potevano seguire allegramente le mode senza domandarsi da dove venissero o se avessero significati nascosti. Si potevano anche spendere più soldi del previsto senza cadere dentro i sensi di colpa. Insomma si poteva fruire della moda come si guarda una serie televisiva, a volte per mero divertimento, a volte con intelligente risolutezza.

Oggi il discorso intorno alla moda, come direbbe Roland Barthes, è così esteso e complesso da aver scacciato per sempre la componente istintiva, la sorpresa, la gioia di pancia. Tutti sappiamo cosa aspettarci quando entriamo in un negozio, quando apriamo un sito, quando clicchiamo su una sponsorizzata su Instagram. Siamo tutti coscienti del fatto che difficilmente il nostro acquisto sarà istintivo, che valuteremo il prezzo, il luogo di produzione, la stagione, il designer, la provenienza e decine di altri fattori. Faremo una veloce scansione di tutti gli allegati che quel pezzo di stoffa cucita si porta dietro prima di andare verso la cassa. Cercheremo di capire se il prezzo è giusto rispetto al prodotto, se la confezione è avvenuta in maniera sostenibile o no, se quel particolare capo l’abbiamo già visto fotografato o indossato da qualcuno, se lo stiamo genuinamente desiderando o se siamo vittime di campagne di marketing feroce e infine cercheremo dentro di noi un attaccamento emotivo a quel marchio, una ragione profonda, qualcosa di più spesso e pesante che non una semplice voglia di comprare qualcosa.

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