
I geni ribelli, ricchi, anticonformisti, anarchici e dotati di una bussola morale imprecisa sono sempre più frequenti nella società occidentale. Penso a Elon Musk, ma prima di lui a Steve Jobs. La loro è una posa interessante: incarnano un archetipo che trovo curioso, soprattutto nel campo in cui si muovono – la tecnologia – così vicino alla fantascienza.
Gli epigoni di questo tipo di personaggi sono numerosi e disseminati nella narrativa di genere. Oggi vorrei parlare di Tio Holtzman.
Non tutti sanno che Holtzman è il vero deus ex machina dell’intera saga di Dune. Come molte cose fondamentali nell’universo di Herbert, è una figura appena accennata. Compare nell’Enciclopedia di Dune come un nome associato a un curioso effetto fisico capace di manipolare la gravità.
E anche chi non è un fisico capisce che una tecnologia in grado di interferire con la gravità è la chiave di volta della conquista dell’universo.
L’effetto Holtzman permette infatti alle navi di piegare lo spazio, accorciando le distanze tra un punto A e un punto B. Non come in Star Wars o Star Trek: le navi di Dune restano immobili, è lo spazio che si piega attorno a loro.
Come funzioni davvero non lo sappiamo, e non è importante.
Perché Tio Holtzman quell’effetto non l’ha scoperto.
Non l’ha inventato.
Ha rubato le ricerche di una collega: Norma Cenva. Una scienziata infinitamente più brillante di lui, destinata a fondare la Gilda Spaziale e a sviluppare capacità quasi divine di previsione.
Holtzman invece era un animale da party. Uno che frequentava i salotti giusti. Arrivista, ossessionato dalla propria immagine pubblica, invidioso del genio altrui. Il tipo che mette il proprio nome su tutto – “effetto Holtzman”, “scudi Holtzman”, “motore Holtzman” – tanto per non correre il rischio di essere dimenticato.
Sosteneva la schiavitù. E morirà proprio durante una rivolta di schiavi, ucciso mentre si nasconde nella sua villa, distrutto dalla stessa tecnologia (esplosione del suo scudo personale) che aveva contribuito a rendere celebre.
È una parabola che fa riflettere.
Sulla fragilità dell’ego umano, oggi come tra diecimila anni.
Sul fatto che la storia ricorda i nomi, ma spesso dimentica chi ha davvero fatto il lavoro.
E sull’effetto più potente di tutti: quello della narrazione.
Perché alla fine non vince chi scopre qualcosa.
Vince chi riesce a scriverci sopra il proprio nome.