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La vergogna di essere genere

C'è una regola non scritta del cinema italiano ambientato a Napoli: in qualsiasi storia, prima o poi, deve esserci la camorra. Non importa il genere, non importa l'epoca. Puoi partire con un horror vampirico e ritrovarti comunque con famiglie mafiose, criminalità giovanile e delinquenza.

Mettiamoci l'anima in pace.

Mimì, principe delle tenebre (Brando De Sica, 2023) non fa eccezione. La storia racconta l'incontro tra Mimì, giovane pizzaiolo affetto da una grave deformità ai piedi, e Renata alias Carmilla, minorenne codognese scappata di casa e approdata a Napoli.

Mimì è il classico puro di cuore: nonostante le avversità della vita mantiene uno sguardo limpido sul mondo.

Forse troppo limpido.

È per questo che finisce vittima dei giovani eredi di una famiglia camorrista, ed è per questo che non trova per nulla strana la situazione di Renata/Carmilla. Non si stupisce nemmeno quando lei lo coinvolge nella sua ossessione per i vampiri. Del resto, come sanno tutti gli amanti di Napoli, la città non è estranea al tema: è famosa per ospitare le spoglie di Vlad Tepes, altrimenti noto come Dracula, nella chiesa di Santa Maria la Nova.

Tra i due nasce una relazione disfunzionale che Mimì fraintende, perché è il suo primo amore e i primi amori si fraintendono sempre.

Le cose precipitano con la morte del capofamiglia camorrista, l'unico che teneva a freno i propri figli. Liberi da qualsiasi controllo, questi vanno a cercare Mimì e lo trovano in un sotterraneo dove, insieme a Renata/Carmilla, stava evocando Dracula.

Quello che succede in questa scena si chiarirà solo nel finale: noi abitiamo il punto di vista di Mimì e assistiamo all'apparizione di un vampiro che ricorda il Nosferatu di Murnau.

La creatura morde Mimì.

È successo davvero, o è tutto nella testa del ragazzo?

Ed ecco la prima scelta pavida.

A metà strada tra paura e vergogna

Il cinema italiano di genere ha un vizio antico: non si fida di se stesso. Inserisce sempre una porta di uscita razionale, una plausibile spiegazione alternativa, un'ambiguità che non è inquietudine ma è qualcos'altro. C’è la paura del ridicolo, il timore di essere giudicato "di serie B", il bisogno di una via di fuga verso il “cinema serio”.

Il risultato, nel caso di Mimì, principe delle tenebre, è un ibrido che non convince né come horror né come dramma: troppo soprannaturale per chi vuole il realismo, troppo razionale per chi vuole avere paura.

La cosa curiosa è che questa timidezza convive con una delle tradizioni di genere più ricche d'Europa. Mario Bava ha inventato l'estetica del giallo all'italiana prima ancora che il giallo all'italiana avesse un nome. Dario Argento ha portato il cinema horror a un livello di elaborazione visiva che Hollywood guardava con rispetto e un po' d'invidia. Lucio Fulci ha spinto il corpo cinematografico fino a limiti che ancora oggi risultano difficili da raggiungere. Erano autori che abitavano il genere senza vergogna, anzi con una specie di orgoglio artigianale: sapevano esattamente cosa stavano facendo e lo facevano fino in fondo.

Quella stagione è finita.

Quello che è rimasto è una gerarchia culturale che continua a trattare il cinema di genere come forma minore di cinema, degna di esistere solo se nobilitata da qualcosa d'altro: il realismo sociale, la critica politica, la profondità psicologica.

Il genere da solo non basta, non è sufficiente a giustificarsi.

Deve scusarsi di esistere.

Mimì sconta questo debito due volte. La prima con l'ambiguità sul morso (forse è un vampiro, forse è un trauma…). La seconda è ancora più rivelatrice: Renata/Carmilla, la ragazza ossessionata dai vampiri, è in realtà affetta da problemi mentali e in cura con psicofarmaci.

Il soprannaturale si dissolve nella psicopatologia, il perturbante diventa caso clinico.

Non è una scelta narrativa coraggiosa, è una ritirata.

Horror, alla fine

Eppure Mimì non è un film da liquidare.

Mimì si sveglia dal coma, scopre che Renata/Carmilla è sparita, e decide di farsi vendetta da solo. Il film tenta una virata verso il revenge movie, ma Mimì non è John Wick e le uccisioni dei suoi avversari avvengono in maniera casuale, caotica.

Non c'è niente che lasci presupporre una trasformazione: il ragazzo non ha perso la propria ingenuità, il suo sguardo rimane quello di prima. È una scelta coerente con una certa tradizione — il vampiro che non sa di essere un vampiro, più Intervista col vampiro che Dracula — ma che esclude a priori qualsiasi repertorio soprannaturale. Niente poteri, niente magia. Solo un ragazzo che uccide e non capisce perché.

Renata/Carmilla non è nel covo dei camorristi. Lui la raggiunge comunque a Codogno, a casa dei suoi, e assistiamo a un confronto doloroso per entrambi: da una parte Mimì convinto di essere diventato un vampiro, dall'altra una ragazza che vuole seguire la terapia e tornare a una vita normale.

Quello che segue, una strage famigliare, ricorda vagamente alcuni episodi di cronaca nera.

Mimì viene arrestato.

E in un fugace passaggio davanti a uno specchio, arriva la prima conferma: stiamo guardando un horror.

Lo diventa del tutto nel finale, quasi liminale: una strada di campagna illuminata dai lampeggianti della polizia.

È forse la parte più bella del film, e non a caso è quella in cui il film smette finalmente di avere paura di se stesso.

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