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Le vacche sacre

Svolta a sinistra, lunga strada con ai lati uliveti e aranceti; gli ulivi possenti e contorti, gli aranci più composti e piccolini. Vacche libere, grosse e, per la maggior parte, nere, che attraversano i campi altrui. Nessuno le cura, vagano ovunque.

Uliveto con Vacche sacre allo stato brado
Scroforio, Uliveto con vacche. Foto di Salvatore

La terra è bella, c’è però molta terra e poca erba. Chissà cosa mangiano le vacche libere? Ma, poi, saranno veramente libere?

Dopo meno di un km dalla svolta di cui sopra, si arriva alla frazione di Scroforio, piccolo agglomerato di case tra Taurianova e Terranova. Siamo in Calabria, la terra di mia mamma. In realtà Maria Modaffari, un errore all’anagrafe deve aver trasformato una e in a perché tutti i nostri parenti sono Modafferi, era di un’altra frazione che inizia sempre per la S. Si tratta di Sitizano, frazione di Cosoleto.

Da Scroforio a Sitizano ci sono 28 km; dalla Piana di Gioia Tauro ci si inerpica verso l’Aspromonte. Mia nonna Grazia – il nome che poi fu dato a mia sorella - con i figli che erano rimasti con lei, Raffaele e Carmela, fecero il tragitto al contrario, dall’Aspromonte alla Piana. Mio zio prese i voti e gli affidarono la parrocchia di Scroforio. Girava con una 127 bianca e ricordo bene che guidava malissimo.

La prima cosa che vedevi arrivato a Scroforio, lasciando il lungo corridoio di ulivi e aranci, era la chiesa.

Una volta, appena arrivato dal viaggio allucinante - guidava solo mio padre e non si fermava mai - che facevamo da Milano a Scroforio, vidi il mio cugino calabrese preferito che restaurava il portone della chiesa.

Se volgiamo lo sguardo alla riparazione, allora Peppe, il mio cugino preferito, era un grande riparatore.

Riparare è l’atto più rivoluzionario della contemporaneità.

Lo è per più ragioni. Il consumo ha creato una sovrabbondanza di offerta di prodotti a basso costo. Più il costo è basso e più alta è l’impronta ecologica, ovvero l’indicatore utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Questa è la ragione principale per cui ci sono le guerre: la scarsità di risorse e la necessità, da parte delle grandi compagnie e con il sostegno delle nazioni, di accaparrarsele.

All’opposto c’è invece il riuso, il recupero e il restauro. Nella riparazione comprendo anche l’autoproduzione, soprattutto se si concretizza nella cura di un orto. E’ un modo di riparare la terra.

Un uomo felice mostra quello che ha raccolto nel suo orto: melanzane, cetrioli e peperoncini.
Giuseppe detto Peppe Perri con i prodotti del suo orto. Foto di Paola Perri

Peppe era diplomato in agraria, se non ricordo male. Quando io ero piccolo, avevamo almeno quindici anni di differenza, veniva spesso da noi a Milano, in via Maiocchi 28, la casa dove vissi fino a metà degli anni ‘80.

Venne da noi prima da soldato, durante il servizio militare, poi perché si iscrisse alla facoltà di agraria.

Già questa è una riparazione. Avere interesse per la terra, negli anni ‘70, era avere la vista lunga, non farsi catturare dal pensiero dominante.

Mi raccontò, anni dopo, che lasciò l’università anche perché non capiva le azioni di protesta, come le interruzioni delle lezioni, da parte dei compagni del movimento. Credo fosse il 77. Non doveva essere facile, per un ragazzo dell’estremo sud, entrare nelle dinamiche politiche generate da 10 anni di tentativi di liberazione e eccessi di repressione, il lungo ‘68 italiano.

Tornò al Sud. Un’altra cosa che lo rende un anticipatore.

“un restare che richiede sofferenza e non compiacimento, impegno e non apatia, voglia di creare una nuova comunità, un nuovo luogo abitabile, con nuovi rapporti, possibilmente con un legame con il mondo di prima “

Così definisce la restanza Vito Teti, antropologo calabrese, in un’intervista (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)a Vita.it (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) fattagli quando uscì il suo libro “La Restanza”, appunto, nel 2022.

C’è un altro libro importante per decolonizzare il nostro modo di intendere il meridione d’Italia. E’ “Terroni” di Pino Aprile. Ne consiglio vivamente la lettura.

Racconta di un pezzo di storia nazionale rimosso, colpevolmente, dalla versione ufficiale. Racconta di una lunga e violentissima repressione dei piemontesi per annettere il Sud e per depredarlo.

Tra le cose che racconta vi è anche che l’Unità d’Italia sancì la vittoria del latifondo sugli usi civici della terra anche e soprattutto in Calabria.

“L’Unità d’Italia a spese del Sud non debellò il brigantaggio, ma lo generò, quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione; come guerra civile, fra i cafoni derubati delle terre demaniali liberamente coltivabili e i galantuomini che le avevano usurpate”.

In Italia la riforma agraria, che limitò il latifondo a prezzo di lotte contadine durissime, arrivò poi troppo tardi. Arrivò, e fu solo parziale, nel 1950, all’inizio del decennio che tolse le braccia e, soprattutto, le teste migliori al Sud.

Rubo le parole di Paolo Pezzino da “La riforma agraria in Calabria”, Feltrinelli, 1977:

“Scrisse Rossi Doria che i contadini […] , per quante speranze possano aver concepito con le assegnazioni, una volta occupata la propria quota, dopo averla coltivata per uno o due anni, o si trovano nella necessità di abbandonarla perché troppo poco remunerativa, o si trovano isolati di fronte al padrone della terra che fa valere i suoi diritti e sono costretti a ritornare per essa negli stessi rapporti nei quali sono per tutte le altre terre che coltivano. Ed infatti, nonostante che il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato numero 89 del 6 settembre 1946, prorogasse fino a nove anni, e fino ad un massimo di venti anni in caso di migliorie, le concessioni, il 90.5 per cento delle cooperative contadine non oltrepassò i sei anni di vita”

Questa riforma mancata pose le basi per lo spopolamento del Sud, e della Calabria nello specifico. Fu complementare all’inseguimento del modello di sviluppo industriale come unico dogma e ha creato l’humus perfetto per la crescita del clientelismo, base del rapporto malato tra Stato e criminalità organizzata, ovvero la simbiosi tra chi dice di combattere, e a volte lo fa, la mafia e la ‘ndrangheta ma, in realtà, le nutre e le difende.

Lo vediamo anche oggi nello sfruttamento dei migranti africani nella raccolta di olive e arance, dove, per quieto vivere, vengono accettate condizioni di vita e di lavoro intollerabili.

Erano certo molto meno criminali dell’attuale classe dirigente i briganti che condussero la guerra di resistenza al colonialismo piemontese nella seconda metà dell’800. Sempre Pino Aprile riporta in Terroni la distinzione tra briganti e brigantaggio che fece Vincenzo Pedullà, cronista dell’epoca. Il primo termine indica, secondo Pedullà, l’assenza dell’appoggio popolare, il secondo invece lo implica.

I briganti ci furono anche al Nord, sono tante le storie che lo testimoniano anche nella terra in cui vivo. Nelle “Fiabe” di Calvino vi è una leggenda che si intitola Il Brigante dalla mano mozza. Racconta di una giovane del Biellese che affrontò un brigante che tentava di entrare in casa sua mentre la gente era in pellegrinaggio, tagliandogli la mano. Anni dopo, accettò di sposare un uomo guantato, ma scoprì che era il brigante vendicativo che la portò in un tetro castello. Riuscì a fuggire e si rifugiò presso un nobile, ma il brigante la seguì nascondendosi con i suoi uomini in delle casse nel cortile. La ragazza riconobbe la sua voce, avvisò il nobile e i briganti furono catturati, liberando finalmente il Biellese dalla loro minaccia.

Il brigantaggio fu, invece, una forma di resistenza alla colonizzazione che si diffuse in quasi tutto il meridione d’Italia. Mi auguro che ritorni quello spirito e che liberi il Sud dalla smania di possesso dei briganti che, ancora oggi, l’infestano e lo derubano.

La terra è ancora poco considerata. A Scroforio assistetti a una discussione tra zio Raffaele e Peppe, tutta in calabrese quindi per me poco comprensibile. Discutevano di terreni, immagino di proprietà della chiesa. Peppe li voleva coltivare e mio zio fu irremovibile nel negarglieli.

Da giovane anche io volevo fare agraria, avevo messo a fuoco che il ritorno alla terra era un passaggio importante per salvare il mondo; obiettivo che, con scarsa modestia e commenti sarcastici di mio padre, mi sono sempre preso in carico. D’altronde tutte le rivoluzioni riuscite, almeno in parte, hanno avuto la redistribuzione della terra quale elemento importante.

E la liberazione del Sud passa certamente dal recupero della terra come bene comune. Lo svilimento della terra è anche in quelle mucche lasciate pascolare libere, anche dette “Vacche sacre calabresi”, che vidi da bambino tra i campi e nel paese di Scroforio. Non sono libere per nulla, sono della ‘ndrangheta.

Angolo di Scroforio con Toro allo stato brado e fontana.
Toro sacro calabrese, Scroforio, fraz. di Taurianova (RC)

Alla fine degli anni ‘70, dopo una faida, furono lasciate libere dalle cosche di Cittanova. Gli animali furono abbandonati allo stato brado, sia come ripicca che come segno di controllo del territorio. Solo negli ultimi anni vengono finalmente catturati.

Tuttora però circolano non poche vacche sacre; fonti affidabili dicono che, intorno a Scroforio, ce ne sono ancora un centinaio di capi allo stato brado.

Peppe, invece, ci ha lasciati tre anni fa. Gli uomini Modafferi, anche se lui lo era – come me - di madre, hanno il cuore debole e bisognoso di cure. Lui lo ha curato a lungo, fino alla fine.

Nel frattempo ha coltivato l’orto e restaurato mobili. Poco so della sua vita degli ultimi 30 anni, non sono più andato a Scroforio dalla mia maggiore età fino a una decina di anni fa. Tornai con mia mamma e le mie figlie, attraversammo lentamente tutta la Calabria con una macchina noleggiata a Salerno e andammo anche a Taurianova. Peppe, sua moglie Letizia, la figlia Paola e il figlio Domenico ci accolsero con una familiarità sincera, quasi un’affinità elettiva direi.

Interno di casa, cucina, foto di gruppo
Foto a casa Perri, 2016. da sinistra: Daniel, Ettore, Maria, Sofia, Peppe, Letizia, Domenico e Paola

Ho scritto ora a Paola per avere qualche spunto su suo papà.

“Papà ha sempre parlato moltissimo di te e del tuo lavoro. Era ammirato e curioso! Quando eravamo piccole ricordo bene che ci raccontava di te come un ragazzo un po' ribelle che aveva scelto con coraggio la propria strada anche se un po' diversa da quella prevista dai tuoi genitori!”

mi ha scritto Paola qualche giorno fa in chat

“e sono assolutamente certa che sareste stati molto bene insieme nel quotidiano.”

Leggendo questo messaggio mi sono venuti gli occhi lucidi perchè, anche io, penso la stessa cosa e mi rammarico di non aver condiviso quello che abbiamo fatto con le mani, sia lui che io, con Peppe. Anche se ora so che mi guardava, capiva e parlava di me alle sue figlie.


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