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Contro la città-macchina

Il concetto di città-macchina è qualcosa che doveva avere  solo ciò che era necessario per il suo funzionamento e per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti. (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
Pruitt-Igoe

Michela Barzi

La segregazione funzionale dell'ortodossia urbanistica moderna, come la definiva Jane Jacobs, ha concepito all'interno della città aree dedicate esclusivamente al traffico pedonale, lasciando tutto il resto alle automobili. Con la scomparsa dei pedoni dalle strade, confinati nelle aree pedonali, sono scomparse anche le attività commerciali, come dimostrano le strade incorporate nell’Unité d’Habitation – il modulo edilizio de La Ville Radieuse – che Le Corbusier aveva costruito a Marsiglia. Questa internalizzazione non ha risparmiato nessuna delle funzioni urbane, che sono state addirittura relegate sul tetto di quell’edificio modello, soluzione poi copiata dai centri commerciali contemporanei. Esplorando alcuni scritti di William H. Whyte Jr, Lewis Mumford, Giancarlo De Carlo e Jane Jacobs, il concetto di città-macchina emerge come qualcosa che doveva avere – citando De Carlo – né più né meno di quanto fosse necessario per il suo funzionamento, allo stesso modo in cui un ingranaggio non deve avere né più né meno denti di quelli necessari per far girare l’ingranaggio adiacente. Per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti.

Disastri

William H. Whyte Jr in uno dei saggi di cui si compone The Exploding Metropolis - l’antologia di scritti pubblicata nel 1958 che contiene anche un celebre contributo di Jane Jacobs - sosteneva a proposito del ruolo istituzionale dell'urbanistica americana che finché gli assunti che in esso sono stati lasciati così come sono non verranno riesaminati, la città è destinata a tramutarsi in un gigantesco disastro. I super complessi residenziali simili a caserme, realizzati dopo le demolizioni degli slum nelle aree interne dei grandi agglomerati urbani, non erano stati pensati per gli amanti della vita urbana che aborrivano la monotonia del suburbio. Semplicemente essi erano destinati a coloro che non si potevano permettere un’abitazione unifamiliare suburbana. Si trattava di un modello economico e sociale, del quale facevano parte la segregazioni razziale e di classe, che aveva assunto di volta in volta le forme de La Ville Radieuse di Le Corbusier, per il risanamento delle aree centrali, o della Città Giardino/New Town, nel caso del decentramento suburbano. Se consideriamo queste parole alla luce della vicenda di Pruitt-Igoe, il cui progetto edilizio richiama l’Unité d’Habitation e quello urbanistico La Ville Radieuse, possiamo tranquillamente concedere a chi le ha scritte di averci visto giusto.

Il complesso di edilizia residenziale pubblica Pruitt-Igoe, trentatré edifici identici ispirati al concetto lecorbuseriano della machine à habiter, sorto al posto di ciò che era stato considerato uno slum, doveva ospitare circa diecimila persone che avrebbero vissuto in un luogo arioso, inondato dal sole e circondato dal verde. Abitato a partire dal 1954 in prevalenza da afroamericani, fu definito nel 1970 dal sociologo Lee Rainwater uno slum costruito con fondi federali. Segnato dal crimine e dal degrado divenne il simbolo del fallimento dell’urban renewal e dei principi architettonici del Movimento Moderno.

Sujet Città libertà democrazia

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