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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

LA STORIA DI GIORGIO ARMANI

Quando Giorgio Armani comincia a lavorare in Rinascente, nel 1957, ha 23 anni e l’Italia sta per entrare in un periodo di crescita vertiginosa che verrà chiamato Boom Economico. Sono passati solo 11 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e il palazzo di Piazza Duomo, raso al suolo dalle bombe e ricostruito nel 1950, è uno dei simboli di una rinascita che coinvolge consumi, industria, economia e cambia radicalmente i gusti degli italiani che imparano velocemente l’agio del benessere, importato dagli Stati Uniti. 

Armani si trova, quasi per caso, nel reparto di abbigliamento maschile, in un momento in cui tutti gli uomini portano identiche giacche formali da ufficio e stessi maglioncini per il tempo libero. Si va ancora dal sarto, ci si mette ancora la cravatta e i colletti delle camicie sono inamidati. Ma tutto questo sta per finire e Armani ha gli occhi di un giovane ragazzo borghese che non ha un’anima ribelle ma è insofferente alle restrizioni fisiche, alle regole imposte da un mondo che non esiste più. 

Negli anni in cui si sposta agile tra le vetrine e i banconi dei reparti impara ad ascoltare chi compra, a scegliere, a ricordare, e soprattutto capisce che si può vedere oltre, senza impaurire nessuno o esagerare e riuscire a cambiare le cose.

L’etica del suo lavoro da quel momento sarà sempre concentrata sull’attenzione al cliente, a chi gli abiti se li deve mettere, ai loro corpi, le loro esigenze, paure, piaceri.

Nel 1965 inizia a lavorare per Nino Cerruti che ha un’azienda di produzioni maschili che si chiama Hitman, insieme al Lanificio Fratelli Cerruti. Stare dentro la fabbrica vuol dire oltrepassare la linea di divisione tra commercio e creazione del prodotto e imparare da Cerruti è come fare un corso accelerato di tecnica tessile e costruzione sartoriale. È su quei tavoli, sotto gli occhi attenti di Nino, che Armani comincia ad aprire le giacche, a togliere le rigide imbottiture, a rifiutarsi di adesivare i tessuti. In quel laboratorio di idee, insieme a sarti e modellisti abituati a non arrendersi di fronte a nessuna richiesta, capisce che gli uomini si possono vestire in un altro modo, più morbido, leggero, senza compressioni. È lì che comincia a formarsi l’idea che attraverso la moda si possa parlare di praticità, essenzialità ma anche fragilità e, certo, erotismo. Un sacco di tabù che durante la sua vita professionale riuscirà a spazzare via.

Argomento POST SETTIMANALI

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