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Il tempo degli altri

In qualche modo l’ho sempre sospettato e non credo di essere stato il solo.

Così, a istinto, senza alcun calcolo e senza nessuna formula. L’ho capito come capiscono le cose i bambini quando annuiscono, imparano e voltano pagina.

Lo scorrere del tempo è relativo.

Probabilmente se ne saranno accorti per primi i greci, che si sono accorti per primi di un sacco di cose, ma c'è un momento preciso della storia in cui il tempo smette di essere una rassicurante costante e diventa una variabile inquietante.

Quel momento è il 1905.

Nel 1905 Einstein pubblica la teoria della relatività ristretta e dimostra matematicamente qualcosa di radicale sull'esistenza. Il tempo non è un fiume la cui corrente scorre allo stesso modo per tutti. Il tempo rallenta vicino a masse gravitazionali enormi ed anche per chi si muove ad altissima velocità.

Un concetto che da bambino avrei faticato a comprendere, per me la velocità era quella massima raggiungibile da una bicicletta.

Ma la cosa più sconvolgente della teoria di Einstein è che due osservatori in moto relativo non condividono lo stesso "adesso".

È una frattura filosofica larga quanto una dorsale oceanica.

È una sberla in faccia a tutto quello che per secoli avevamo dato per scontato.

Il tempo non è la cornice condivisa dell'esistenza umana. Non è la garanzia che io e te, anche lontani, stessimo invecchiando insieme, alla stessa velocità, lanciati inevitabilmente verso la stessa morte. Non esiste un orologio cosmico che batte uguale per tutti al punto che deve essere un bel problema prendere l’ultimo treno su Alpha Centauri.

La filosofia ci ha messo decenni a elaborare il lutto del tempo.

La fantascienza no.

La quarta dimensione

La fantascienza ottocentesca trattava il tempo come uno spazio percorribile. Ne La macchina del tempo di H.G. Wells, il protagonista si muove avanti e indietro lungo una quarta dimensione con la stessa logica con cui ci si sposta nello spazio. Il tempo è lì, fisso, e basta trovare il mezzo giusto, la tecnologia adatta per attraversarlo. È un'idea che ha lo stesso fascino potentissimo di tutte le idee infantili.

Il tempo era assoluto.

Era uguale per tutti.

Era solo una direzione che, in qualche modo, avremmo potuto invertire per tornare quando eravamo già stati.

Dopo Einstein, la fantascienza, con la crudeltà che le è propria, comincia a fare qualcosa di diverso. Il tempo diventa asimmetrico e noi possiamo solo subire le sue villanie.

Fioriscono i paradossi. Quello dei gemelli, per esempio, diventa il motore narrativo di una nuova generazione di storie: uno dei due parte per un viaggio ad alta velocità e torna giovane, mentre l'altro ha già vissuto e forse è già morto.

Una macchina del tempo c’è, ma non è quella che pensavamo noi.

E la Fisica ci mostra una ferita esistenziale enorme, una di quelle che non possono cicatrizzare.

Il salto è ontologico.

La nostra intera esistenza perde una coordinata essenziale che non è possibile rimpiazzare. Il tutto si complica. La domanda non è più esistiamo veramente? Diventa quale osservatore ci dirà se siamo mai esistiti o se mai esisteremo?

La grammatica del dolore

Nel 2014 Christopher Nolan porta questa domanda al cinema con una precisione rara. Interstellar è spesso discusso come film di fantascienza hard, lodato per l'accuratezza scientifica nella rappresentazione dei buchi neri.

Ma secondo me il suo vero soggetto è il tempo.

E non il tempo come enigma fisico, ma come materia di cui è composto il dramma esistenziale che noi viviamo senza nemmeno rendercene conto.

Anche senza viaggiare alla velocità della luce o senza avvicinarci a buchi neri.

La scena centrale del film sono i messaggi video che Cooper riceve con un ritardo dolorosissimo da sua figlia. La sua permanenza sulla superficie di un pianeta molto vicino alla massa colossale di Gargantua, il colossale buco nero supermassiccio, gli ha permesso di invecchiare molto meno rispetto alla Terra: un’ora sulla superficie per sette anni sulla Terra.

Quando torna all'astronave compie un viaggio nel futuro, trova decine di messaggi accumulati: sua figlia da bambina, da adolescente, da adulta.

Suo figlio che annuncia la nascita di un figlio.

Sua figlia che smette di mandargli messaggi perché ha smesso di aspettarlo.

Cooper guarda questi video in sequenza, senza inutili spiegazioni (ho già scritto altrove quanto mi infastidiscano le spiegazioni su quello che un personaggio pensa…).

La dilatazione temporale è un padre in lacrime che vede sua figlia invecchiare in dieci minuti mentre lui non è cambiato. E sa di aver perso moltissimo, di aver subito un danno irrimediabile.

La Fisica diventa grammatica del dolore.

L'identità disintegrata

La dilatazione temporale non separa solo le persone, separa una persona da se stessa.

Cooper torna sulla Terra alla fine del film e trova sua figlia morente, anziana, che lo guarda da un letto d'ospedale. Lui ha quarant'anni.

Lei ne ha quasi novanta.

Biologicamente è ancora suo padre.

Biograficamente è qualcosa di più difficile da etichettare: un contemporaneo mancato, un testimone assente, una presenza che il tempo ha reso anacronistica.

Chi è, rispetto a lei?

Chi è lei, rispetto a lui?

La relatività evidenzia una scissione: l'età biologica e l'età biografica non coincidono più. Puoi avere trent'anni e aver perso tutti quelli che amavi. Puoi essere il genitore di qualcuno che è morto di vecchiaia. Le categorie con cui organizziamo l'identità diventano instabili: generazione, contemporaneità, il senso di condividere un'epoca con qualcuno.

L’identità stessa diventa instabile.

I filosofi chiamano questo problema la costituzione temporale del sé: l'idea che l'identità personale sia inseparabile da una collocazione nel tempo condiviso con altri. La relatività einsteineiana, applicata alle scale della fantascienza, fa esplodere questa collocazione.

È una forma di isolamento ontologico.

Qui e ora?

Probabilmente nessuno di noi viaggerà mai vicino a un buco nero.

Ma la dilatazione temporale come esperienza, come senso di vivere in un tempo diverso da chi ci sta intorno, ci è famigliare.

È quell’epifania infantile di cui parlavo all’inizio.

Chi emigra all’estero sa cosa significhi tornare a casa e trovare tutto cambiato, e accorgersi che il cambiamento è accaduto senza che lui se ne accorgesse.

Chi attraversa una malattia grave esce dall'altro lato in un mondo che ha continuato a girare senza aspettarlo.

Chi vive un lutto intenso sperimenta la strana sensazione che il tempo degli altri scorra a una velocità diversa dal proprio. Qui la Fisica non ha colpe ma, con l’aiuto della Fantascienza (che della Fisica si è fatta in qualche modo portavoce), ci ha aperto gli occhi.

Quello che di solito percepiamo solo come una vaga inquietudine, le rughe che compaiono, i bambini che diventano adulti, i genitori che muoiono, ora sappiamo come funziona.

Il tempo non è uno spazio neutro che abitiamo insieme, ma una dimensione in cui siamo sempre, in qualche misura, soli.

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