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○ Un masochismo condiviso
○ Can you Polari Bona?
Un masochismo condiviso
di Milena Caporaso
Negli ultimi anni, pensare e progettare un’idea di futuro mi risulta difficile. Sento di abitare un tempo storico attraversato da un dolore a più livelli: nelle dinamiche sociali oppressive, come nei casi di violenza di genere quotidiani, nelle discriminazioni ai danni delle comunità marginalizzate in un sistema economico che torna a distanziare le frange della popolazione. Il clima politico, dove il confronto è polarizzazione e si ostenta il male, non aiuta, anzi, sembra spingerci sulla soglia di una spirale distruttiva. Così ho avvertito l’esigenza di interrogarmi sul male e sul dolore come dimensione che abita le persone, inscritto nelle relazioni, e che produce effetti sugli altri. Comprendere i meccanismi attraverso cui il dolore viene generato, alimentato e/o ricercato diventa un passaggio necessario per leggere il presente privato e pubblico. Con questo spirito ho deciso di leggere l’ultimo saggio di Vittorio Lingiardi – psichiatra, psicoanalista e docente presso l’Università La Sapienza di Roma.
Farsi male. Variazioni sul masochismo (2025) affronta il tema del masochismo da una prospettiva psicologica e culturale, analizzando sia l’individuo in quanto tale, sia l’individuo politico che detiene ed esercita il potere. Farsi male esplora i meccanismi psicologici e le diverse variabili personali e relazionali che inducono le persone a ricercare il dolore. L’intento dell’autore non è né quello di indurre a un’autodiagnosi né di suggerire che tali dinamiche siano necessariamente patologiche; al contrario, come affermato in alcune interviste, il suo obiettivo è descrivere le declinazioni del masochismo in quanto tratto della personalità, al fine di far sentire accolto e ascoltato chi legge.
Se nella prima parte del saggio si affronta la nascita, lo sviluppo e le caratteristiche comportamentali riscontrate nei diversi soggetti alla luce degli studi psicoanalitici e psicologici tra Otto e Novecento, da Freud a Khan; la seconda indaga la rappresentazione del masochismo attraverso il cinema, la letteratura e la musica; così la cultura pop si fa megafono e rende condivisibili esperienze di dolore personale e relazionale. In questo modo Lingiardi evidenzia come il masochismo non sia mai un comportamento individuale, ma che si genera nella relazione con l’altro, e che le sue conseguenze ricadono sempre su chi sta intorno. Questo si rintraccia anche nella dimensione pubblica, di chi è parte delle istituzioni ed esercita il potere.
Per l’autore il masochismo politico contemporaneo si manifesta nell’estensione dei fronti di guerra, nell’ignorare la crisi climatica e il disastro ecologico: fenomeni complessi affrontati con un esercizio del potere semplicistico e per questo lesivo. La guerra è espressione evidente del male politico inflitto ed autoinflitto: è disumana, ma profondamente umana e quindi masochista; un paradosso. Lingiardi scrive che “Gli spazi psichici si riempiono di ansia o di rabbia perché introiettano la crisi del mondo” e per quanto doloroso, abbiamo bisogno di sentirle per tenere insieme la complessità e per riconoscere l’origine della ferita democratica alimentata da un atteggiamento politico, attualmente diffuso, autoritario e muscolare.
Sto meglio dopo questa lettura? No. Sono forse meno ingenua. E questo piccolo sollievo, almeno per un attimo, me lo posso concedere.
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https://atmanjournal.it/un-posto-per-guarire/ (Si apre in una nuova finestra)Can you Polari Bona?
di Dana Moda
Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un concetto estremamente interessante: quello di anti-lingua. Non una lingua a tutti gli effetti, più simile a uno slang, a un linguaggio in codice utilizzato da quella che viene definita un’anti-società – vale a dire da tutte quelle categorie di persone che vivono ai margini della società, sottoculture invisibilizzate quando non direttamente criminalizzate – che non si limita a storpiare i vocaboli di una lingua standard per non farsi comprendere dagli estranei al gruppo, ma vi appone nuovi significati, esprimendo così una nuova e altra prospettiva sulla realtà.
Ecco, tra tutte le anti-lingue ce n'è una che mi ha conquistata, non solo perché considerabile LA lingua di drag queen e uomini omosessuali del Novecento – sviluppatasi almeno dal XIX secolo, è difficilissimo stimare la sua espansione, sia in termini geografici che di parlanti – ma anche perché, nonostante si sia costituita a Londra attraverso influenze di svariati slang e lingue – tra cui il cant, il parlyaree, il romani, l'yiddish e alcuni slang cockney – tutti parlati da gruppi stigmatizzati e criminalizzati, quello che ha avuto la maggiore influenza su di essa è l'italiano. Non ci credete? Vi bastino i numeri fino al 10: una, dooey, tray, quarter, chinker, say, setter, otter, nobber, dacha. Quello che avete appena letto è polàri (storpiatura del verbo parlare!): una lingua esagerata, flamboyant, affatto politicamente corretta e parecchio volgare, ma, a conti fatti, davvero davvero divertente. Proprio per questa sua natura così esagerata e scorretta, tra gli anni Sessanta e Settanta il polàri venne abbandonato, associato dal Gay Liberation Front a un modo “vecchio” di essere gay – apolitico e, perché iperfemminile, degradante, che ironia! – in un periodo storico in cui l’estetica degli uomini omosessuali diventava quella della clone queen ipermaschile – e se vi vengono in mente le estetiche alla Y. M. C. A. avete fatto centro.
Ad ogni modo, il polàri era una lingua perfetta per spettegolare: il suo lessico si limitava alle parti del corpo, ai vestiti, a orientamenti e preferenze sessuali, al mondo dello spettacolo e a tanti, tantissimi aggettivi – oltre che, ovviamente, a svariati nomi in codice per la polizia, tra cui Betty Bracelets e Orderly Daughters. Ma in polàri non si faceva solo gossip: l'organizzazione statunitense Sisters of Perpetual Indulgence, un gruppo di attivisti uomini famosi perché operano, sin dagli anni Settanta, vestiti da suore, tra le altre cose dava la possibilità alle persone omosessuali e queer di celebrare una cerimonia “religiosa”, che fosse matrimonio o funerale, officiata proprio in polàri, o, meglio, in una sua versione alta, un po' come il latino per noi. Tant'è che oggi online potete trovare addirittura la Bibbia tradotta in polàri! E sì, Dio è al femminile – Gloria – come praticamente tutti i pronomi di questa lingua.
Se vi interessa leggerne di più, vi lascio qui (Si apre in una nuova finestra) un testo sull'argomento (alla fine trovate pure un glossario!)
Bona to varda your dolly eek!
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