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Storie vere di uscita dal vicolo cieco

Un gruppo di bambini e ragazzi che scorrazza libero nella campagna texana, tutti con la maglietta verde, hanno oggetti in mano che battono e con quelli danno il ritmo alla canzone che stanno cantando. E’ un canto quasi tribale che scandisce i desideri dei bambini e si chiude con uno di loro, un pochino sovrappeso, che dice:

“Sono il re del mondo.

Il capo dei ragazzi e delle ragazze,

Puoi vivere fino a centodieci anni

Se ascolti quello che ti dico.”

E’ la versione di “Hey Now” dei Talking Heads nel loro film “True stories” del 1986,

Sire Records, Public domain, via Wikimedia Commons

un film che racconta della provincia nordamericana, quella che, già allora, stava dando vita alla rivoluzione digitale e promettendo, allo stesso tempo, eternità.

E’ un film sullo stile di vita americano, the american way of life, ha uno sguardo ironico sulla realtà della provincia USA, ma senza supponenza.

Quella che emerge è l’immaturità dei personaggi delle diverse storie. Ho letto che David Byrne, leader del gruppo, regista e protagonista del film, raccolse per lungo tempo trafiletti di giornale con storie e personaggi strani e da lì ha preso spunto per il film.

Ci sono due immaturità che si confrontano nel film. Quella dei bambini e ragazzi che scorrazzano liberi nella campagna dove si costruiscono case prefabbricate e quella degli adulti, che cantano di volere essere selvaggi, ma si conformano ai modelli delle pubblicità e del consumo.

C’è, nella scena dei ragazzi, un messaggio di speranza, quella che i figli della provincia americana riportino autenticità nel mondo degli adulti.

Il film è del 1986, ancora non si era affermato l’inverno demografico dell’Occidente, ovvero l’invecchiamento cronico della nostra società.

Si fanno sempre meno figli e quelli che nascono sono in un vicolo cieco da cui non riescono a uscire perché chiusi in un eterno presente.

Nel 2010 proiettammo nella Biblioteca di Viverone un documentario sul fenomeno delle culle vuote, si intitolava “Uno virgola due (Si apre in una nuova finestra)” di Silvia Ferreri. Lo proiettammo perché eravamo in piena crisi per la formazione della classe prima della scuola primaria del paese.

“Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più”

Uscire dal vicolo cieco (Si apre in una nuova finestra)” , Sergio Bologna, 2007

“Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?" chiese a un convegno, sempre in Texas, Edward Lorenz. E si rispose di sì.

Cosa significa? Che i sistemi sono talmente connessi da creare effetti anche in luoghi lontani.

E’ la globalizzazione, bellezza!

Lo scoprimmo quando ci fu la crisi dei mutui subprime negli USA. Una crisi determinata dalla bolla immobiliare che si creò nel centro dell’impero, in quanto erano stati concessi prestiti a lavoratori precari non più in grado di onorarli. Per di più erano mutui infarciti di cosiddetti “derivati”, sorte di scommesse che, all’interno del prestito stesso, risultavano così complicate che nessuno se ne curò. Erano algoritmi, calcoli probabilistici, su cui scommisero tutti, anche gli Stati e le Amministrazioni, anche le banche. Titoli tossici che trasportarono la bolla dei mutui subprime in ogni angolo della Terra.

La bolla determinò anche l’austerità in Europa. Austerità che significò tagli al settore sociale e quindi alla scuola.

Fu così che nel 2009 alla scuola primaria di Viverone, in provincia di Biella, vennero decurtate le ore settimanali di lezione da 40, ovvero il tempo pieno, a 27, ovvero il tempo parziale.

Allora D., il primogenito di Serena e mio, era ancora al secondo anno della Scuola d’Infanzia di Roppolo. Le famiglie toccate direttamente da questo taglio di ore e dal rischio della formazione di una pluriclasse erano quelle che avevano i figli iscritti al terzo e ultimo anno.

Nonostante questo Stefania passò da casa nostra, quella che ci siamo costruiti Serena e io in centro al paese di Roppolo, entrò e mi disse che, visto che ero titolato come rompicoglioni, avrebbe avuto piacere - locuzione molto piemontese - che andassi con lei all’incontro che avrebbe trattato della formazione della classe prima per i nati del 2004. Presi la giacca e andai con Stefania alla riunione in Biblioteca a Viverone.

La Biblioteca di Viverone era stata da poco ristrutturata. Ci lavorava come volontario un burbero professore universitario: Romolo Gobbi. Un passato da intellettuale operaista in comune con il sopracitato Sergio Bologna, un presente di ricercatore di storia locale.

La Biblioteca è un bel luogo, e lo è molto anche per merito suo. A piano terra c’è una sala con le volte che si usa per gli incontri e l’ala con le librerie. Al primo piano c’è un’altra stanza che, ora, ospita l’ecomuseo delle palafitte di Viverone e, allora, usavamo per le proiezioni.

Alla riunione c’erano tutti i genitori e, oltre a loro, i sindaci dei due paesi. Feci quello che serviva fare. E, oltre a quella riunione, ce ne furono altre che mi videro partecipe, non tanto come “rompicoglioni”, ma più come autoformatore.

L’autoformazione si compone di tutte quelle teorie ma, soprattutto, pratiche che ci aiutano a decodificare un mondo complesso. Un mondo che ci fornisce migliaia di stimoli e di informazioni, un flusso continuo che ci trasporta dove porta la corrente. Per risalire il flusso, o anche solo per correggerne la direzione, bisogna autoformarsi, meglio se non da soli. Così, dopo la serie di incontri per salvare la classe prima di Viverone, organizzai la proiezione di “Uno virgola due”.

Per riprendere le parole di Sergio Bologna:

“Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione.”

E proprio di mercato si trattava. Le scuole, strette tra i tagli della Gelmini e l’inverno demografico, si “rubavano” i bambini per raggiungere la soglia minima d’iscritti.

Mentre il mondo contava i danni dei mutui subprime, a Roppolo e Viverone cinque famiglie iniziarono a contarsi e a incontrarsi. Sentivamo il bisogno di non restare passivi, di offrire ai figli un contesto stimolante nonostante i tempi bui. Nacque così, ufficialmente nel 2009, l’associazione Semi di Serra APS (Si apre in una nuova finestra).

La nostra idea di ricchezza non abitava nei derivati finanziari, ma in ciò che facevamo insieme. Per anni il parchetto giochi di Roppolo è diventato l'orto dei bambini, un laboratorio a cielo aperto. Nel 2011, per dire che la scuola pubblica non poteva essere svenduta, lanciammo uno spot: un Pinocchio che parlava con la voce inconfondibile del compianto Paolo Poli.

https://www.youtube.com/watch?v=2lG5GSmCt1k (Si apre in una nuova finestra)

Un burattino che difendeva il diritto di diventare uomo in una scuola di qualità.

“Ma io che l'orto l'ho zappato, e l'ho vissuto autenticamente, insieme ai miei compagni delle elementari... Beh, forse solo noi possiamo, a posteriori, capire quanto quel tempo insieme ci abbia cresciuti. Quel tempo in cui ci raccontavamo le nostre vite, le nostre emozioni e le simpatie. Talvolta distanti dalle orecchie degli adulti, ma senza essere mai abbandonati a noi stessi. Quel tempo in cui ogni genitore non era più solo figura di riferimento per il proprio figlio, ma lo era anche per alcuni altri che lo apprezzavano e lo ritenevano tale. Un sorta di rispetto quasi materno o paterno, per via del legame instauratosi, che però nascondeva da ambo le parti un affetto vero, che fin dall'inizio era palesemente destinato a durare.”

Questo è il ricordo di Sebastiano, vent’anni, residente a Roppolo. I suoi genitori erano tra i fondatori dei Semi di Serra.

Ragazzo crea un solco in un orto davanti a un gruppo di bambini
Una delle prime semine all'Orto dei bambini a Roppolo marzo 2011

Ma la vera sfida era quel numero: 27 ore, poi aumentate fino a 30 dal Consiglio d’Istituto. Troppo poche per una scuola che vuole essere comunità. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo trasformato il doposcuola della Primaria di Viverone in un presidio di autoformazione e di gioco libero. Anche il maestro, nonché attuale sindaco di Roppolo, ci ha messo molto lavoro volontario e così, grazie a lui e a Semi di Serra, abbiamo garantito 14 ore settimanali aggiuntive; non solo completando l'orario, ma incrementandolo, e salvando la scuola dal declino e dall'abbandono.

E lo abbiamo fatto fino al Covid. Un’altra delle crisi che abbiamo attraversato. E che crisi!

“Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». […] Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.”

— Ivan Illich

Vogliamo che i nostri figli siano come quei ragazzi della campagna texana cantati da David Byrne: autentici, liberi e capaci di dare il ritmo al proprio futuro, senza farsi schiacciare dalla megamacchina.

Lorenz avrebbe potuto dire: "Il battito d'ali di un gruppo di genitori incazzati in una biblioteca può fermare un tornado finanziario e far nascere un orto."

Forse non è andata proprio così, i tempi di vita e i modelli culturali ci hanno separati. Ma forse, come i semi portati via dal vento, si diffonderanno e cresceranno in posti inaspettati.

Ce n’è un gran bisogno dei Semi di Serra.

di Maketto





Argomento Talking hands

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