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A CENA CON IL DITTATORE

IL CINEMA TRA FALCE E FORNELLO

Sono diversi anni, ormai, che il cinema spagnolo sforna commedie meravigliose. Questo film a mio avviso è una nuova perla che si aggiunge alla collana. E come tutte le commedie che funzionano davvero, ha un aggancio doloroso e profondo con la realtà.

Sotto la superficie della commedia di cucina - infatti - c’è un'idea molto seria. E cioè che una società che mette in prigione le proprie risorse si taglia le gambe da sola. A fronte dell’impossibilità di cavarsela da solo, il regime accetta il rischio di liberare i prigionieri. È costretto ad accettarlo.

E qui il film fa una cosa che mi sembra molto preziosa: ci ricorda che non sono soltanto i cosiddetti bisogni primari a renderci uguali al di là degli schieramenti, ma soprattutto quelli più alti. Abbiamo bisogno di pane e acqua per sopravvivere, ma abbiamo bisogno della felicità, della bellezza e della festa per vivere. Nel liberare le risorse che teneva in catene, il regime libera anche le loro idee, le loro parole, i loro corpi, i loro desideri.

Accettare le risorse significa esporsi al rischio che qualcuno le usi male, o le usi contro di noi. Ed è esattamente quello che succede nel film, ai vari livelli, in una serie di episodi che sono tutti, nello stesso tempo, divertentissimi e devastanti.

Franco, per esempio. Non muore avvelenato: si ubriaca. L'attentato comunista — il gesto epico per eccellenza, il tirannicidio — viene battuto sul tempo da una cosa più antica e più forte: il vino. È uno dei momenti più memorabili del film, perché non sgonfia né l'attentato né il dittatore: li lascia entrambi in piedi, e ci mostra che a volte il corpo dell'uomo è prioritario rispetto a qualunque ideologia, in tutti i sensi possibili.

Vorrei però soffermarmi sui due personaggi che mi hanno colpito di più, perché credo siano il cuore pulsante del film e perché funzionano insieme come una sola figura a due voci. Il primo è Genaro. È l'uomo che sa servire. Apparentemente è la figura più lontana dalla rivoluzione: monarchico, conservatore, devoto alla forma. Eppure è lui che fa partire l'intera operazione, è lui che convince il regime a liberare i cuochi, è lui che tiene in piedi la cena. Lo fa attraverso l'unica arma che possiede e che ha imparato a usare divinamente: la grazia.

Genaro è un uomo che usa l'eleganza come gabbia e come grimaldello, contemporaneamente. Si subordina per dominare e ogni inchino che fa è in realtà un atto di potere. È la sua unica maniera di stare al mondo e l'ha affinata per anni. Il problema — e qui il film diventa molto delicato — è che Genaro sa sedurre tutti tranne se stesso. Riesce a portare Medina dentro la propria vita, dentro il proprio letto, dentro il proprio futuro, ma non riesce a dirsi che lo desidera. La civiltà di Genaro è una civiltà che si è dovuta ammaestrare a non vedersi. E il film, con un'intelligenza che mi sembra rara, non lo punisce per questo: lo accompagna, pazientemente, fino al punto in cui può smettere.

Il secondo personaggio è Medina - e con lui il film fa una cosa difficile. Medina è il tenente fascista, l'esecutore. Riceve l'ordine di organizzare la cena e lo esegue. Riceve l'ordine di trovare cuochi e li trova. Riceve l'ordine di sorvegliare e sorveglia. Non disobbedisce mai. E proprio per questo libera i comunisti, protegge la fuga, finisce in Francia con Genaro.

È la dimostrazione vivente, drammaturgica, che non esiste obbedienza pura. Ogni «agli ordini, signore» contiene un microscopico margine di scelta, e quel margine — sommato giorno dopo giorno, ordine dopo ordine — diventa una vita intera. Medina non lo sa. È questo che lo rende, allo stesso tempo, tragico e commovente. È l'uomo che fa la rivoluzione senza accorgersi di farla, perché crede di stare semplicemente facendo il proprio mestiere. Quando va in prigione a prelevare i cuochi, sta obbedendo. Quando li sorveglia in cucina, sta obbedendo — e sta scegliendo di non vedere certe cose. Quando incontra Genaro, sta facendo il suo dovere di tenente — e sta scegliendo di lasciarsi guardare.

Genaro e Medina funzionano come coppia drammaturgica e non come due ritratti accostati, perché sono in fondo la stessa persona vista da due lati. Genaro nasconde il volere dentro il servire. Medina nasconde lo scegliere dentro l'obbedire. Sono due versioni della stessa identica operazione di occultamento — una applicata al desiderio, l'altra applicata alla volontà. Quando si incontrano, ciascuno vede nell'altro la propria menzogna fatta corpo, e la riconosce senza poterla nominare.

Volevo dire una cosa anche sulla forma comica del film, perché è il punto in cui sento che la sceneggiatura è davvero radicale. Affrontare un problema così grande come una dittatura raccontandolo sui binari della concretezza e dei bisogni immediati conferisce al film una specie di inattaccabilità. Le azioni dei personaggi non sono mai compiute per ideologia, ma per desiderio concreto: desiderio di mangiare, di bere, di fare sesso, di scappare verso la libertà. Da una parte gli schieramenti restano contrapposti, dall'altra c'è empatia per tutti — proprio per tutti — perché in questo modo di raccontare i personaggi non coincidono mai con le proprie azioni e con le proprie idee. Sono molto prima e molto più di entrambe.

E c'è una cosa importante da dire sulla risata che ne nasce: non è mai una risata che sgonfia. È una risata che rivela. Quando Genaro spiega con perfetta serietà professionale che a Madrid non ci sono cuochi di destra sufficientemente bravi, la sua frase è simultaneamente una verità tecnica del suo mestiere e una verità politica devastante sul regime. Nessuna delle due verità viene tolta dall'altra: restano entrambe in piedi, e il riso è il suono di quel doppio peso. È, mi sembra, esattamente l'opposto del meccanismo a cui ci ha abituati una certa commedia americana, dove la battuta serve a difendere lo spettatore dal peso di ciò che il film sta raccontando. Qui la commedia è il peso. La commedia è il modo in cui il film dice cose serissime senza il bisogno di sottolinearle.

Mesi dopo, il gruppo si è ritrovato a Hendaye, in Francia. Medina e Genaro sono fidanzati pubblicamente. Qualcuno bussa alla porta. Medina apre, e qualcuno gli dice: «Dobbiamo preparare un'altra cena. Per Franco e un altro uomo.» E si rivela che l'altro uomo è Hitler.

È un finale che ho amato molto, perché non dice «la repressione continuerà per sempre, non c'è scampo». Dice qualcosa di molto più sottile e di molto più vero: le risorse incarcerate continueranno a essere richieste, e voi continuerete a scegliere di usarle.

La vera rivoluzione, sembra dirci il film, non è il rifiuto della festa. È la riappropriazione consapevole della propria capacità. È sapere che quando cucini, quando servi, quando ami, stai scegliendo. E che scegliere consapevolmente, anche dentro un'obbedienza, è l'atto più radicale che esista.