(Si apre in una nuova finestra)Città, libertà e democrazia sono concetti in relazione tra loro. Quando Henri Pirenne in Le città del Medioevo descrive lo spazio urbano come un rifugio per gli europei oppressi, citando il proverbio tedesco secondo cui «l'aria di città rende liberi», implica che le città siano il centro della prosperità e delle libertà individuali che segnano la civiltà occidentale. Città e libertà diventano sinonimi dei diritti di cittadinanza di cui oggi godiamo grazie all’ordinamento democratico. Dal riconoscimento di questa relazione discende il titolo di un’antologia di scritti di Jane Jacobs (Si apre in una nuova finestra), autrice che si rifà spesso al proverbio tedesco che aveva letto nel libro di Pirenne.
Attorno a questi tre concetti si snoda una serie di articoli di Millennio Urbano sintetizzati qui di seguito
La città come male necessario
Con il progredire della storia, gli abitanti del pianeta sono diventati sempre più urbani: attualmente oltre la metà di loro vive in una delle variegate forme insediative genericamente riconducibili alla città. Essa, con tutti i rischi sanitari che ancora oggi porta con sé, è stata quindi un male necessario (Si apre in una nuova finestra), un tassello fondamentale del processo evolutivo della specie umana. Il lungo rapporto tra città e malattie ha alla fine consentito la nascita di ambiti disciplinari specializzati nell’indagine, nella diagnosi e nell’individuazione della terapia. Dall’insieme delle conoscenze e delle tecniche finalizzate alla cura della città scaturisce la disciplina che chiamiamo urbanistica. A partire da quel periodo, da una parte le città sono state trasformate in superficie dai piani di risanamento e di espansione, spesso realizzati senza molto riguardo per la componente umana, e dall’altra gli interventi di trasformazione nel sottosuolo hanno modificato profondamente, e in meglio, la vita delle persone. Quando si è deciso di far corrispondere all’insediamento di nuovi abitanti la remunerazione del costo che la collettività deve sostenere per portare dove essi abiteranno strade e servizi a rete (Si apre in una nuova finestra), ovvero da quando sono stati previsti gli oneri di urbanizzazione, si è stabilito di collegare ai diritti di cittadinanza quelli di una condizione minima abitativa dignitosa, che garantisca appunto igiene e sicurezza. I servizi a rete che hanno fatto la loro apparizione nelle città europee a partire dalla seconda metà dell’Ottocento hanno concretamente dimostrato quali siano le conseguenze dell’urbanistica sulla vita quotidiana delle persone.
Spazio alla libertà
Nell'antichità la libertà era riservata alla nobiltà, ma con la successiva crescita urbana essa diviene un attributo naturale di colui che vive nelle città. La città medievale era il rifugio (Si apre in una nuova finestra)di tutti coloro che cercavano l’emancipazione dalla condizione servile. Jacques Derrida suggerisce che le città moderne, in quanto luoghi di accoglienza per migranti e rifugiati, modificano inevitabilmente le politiche statali e il contesto giuridico caratterizzato dalla sovranità statale. Le città che si fanno rifugio (Si apre in una nuova finestra) rappresentano un laboratorio per il diritto e la democrazia del futuro.
Essere liberi significa potersi muovere liberamente. Michel de Certeau individuava nell’atto di camminare (Si apre in una nuova finestra) la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata. Il libero movimento del pedone «disfa le superfici leggibili» della città raffigurata e osservata dall’alto, come sappiamo dalla storia della rappresentazione cartografica. La libertà di chi si sposta nello spazio riscrive la città come se fosse un testo lasciato all’interpretazione degli altri. La città diventa quindi un racconto collettivo in cui ognuno definisce il proprio «significante spaziale».
Quando nel 1858 Frederick Law Olmsted immaginava Central Park, New York non era solo un centro di commercio e industria, ma anche un luogo in cui le disparità tra schiavi e padroni che innescheranno la guerra civile potevano dissolversi. Quello spazio di wilderness urbana, resistendo all’urbanizzazione di Manhattan, diventava uno spazio democratico.Marco Sioli, in Central Park un’isola di libertà (Si apre in una nuova finestra), suggerisce che il parco progettato avesse proprio l’intenzione di mitigare le disuguaglianze sociali di una metropoli. I parchi di Olmsted, come il Prospect Park di Brooklyn e quelli realizzati in altre città americane, facevano degli spazi verdi pubblici un indicatore fondamentale dell’essenza della grande città in rapporto ai sobborghi, dove il verde rimane privato. Il parco diventa quindi parte della sfera democratica dell'esperienza urbana. Olmsted, insieme a Walt Whitman, vedeva nel parco qualcosa che univa il privato e il pubblico, un luogo di rifugio che educa al rispetto del bene comune. La storia del parco urbano, dalla metà del XIX secolo e nell’esperienza odierna della città, rimanda quindi al rapporto tra spazio pubblico e democrazia, in un momento storico in cui la città si stava tramutando nella metropoli.
La città-macchina
William H. Whyte Jr in uno dei saggi di cui si compone The Exploding Metropolis - l’antologia di scritti pubblicata nel 1958 che contiene anche un celebre contributo di Jane Jacobs - sosteneva a proposito del ruolo istituzionale dell'urbanistica americana che finché gli assunti che in esso sono stati lasciati così come sono non verranno riesaminati, la città è destinata a tramutarsi in un gigantesco disastro. Le operazioni di rinnovamento del tessuto edilizio che - a partire dagli Housing Act del 1949 e del 1956 che consentiranno da una parte la costruzione di super complessi residenziali e, dall’altra, la realizzazione della rete autostradale - stavano profondamente cambiando il volto delle aree centrali delle grandi città americane fanno emergere il concetto di città-macchina (Si apre in una nuova finestra). Si tratta di qualcosa che doveva avere né più né meno di quanto fosse necessario per il suo funzionamento, allo stesso modo in cui un ingranaggio non deve avere né più né meno denti di quelli necessari per far girare l’ingranaggio adiacente. Per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti. La natura intrinseca della città-macchina era il suo essere pensata con la stessa organizzazione che presiede la produzione industriale. Tutto doveva essere chiaro, anche a costo di ignorare la straordinaria complessità dell’organismo urbano. Così la città contemporanea concepita secondo la chiarezza di un meccanismo aveva bisogno della tabula rasa che elimina il contesto fisico e sociale per poter essere realizzata.
Città e disobbedienza civile
Marshall Berman è stato, oltre che un filosofo americano, anche un testimone della violenza del rinnovamento urbano. In Tutto ciò che è solido svenisce nell’aria ha descritto l'impatto che esso ha avuto sul Bronx, diventato sinonimo di crisi urbana. Eponimo di città in preda al degrado, alla violenza e all’insicurezza, questo distretto urbano di New York City deve la sua fama a una causa ben precisa. Prima dell'intervento del super commissario dello stato di New York Robert Moses (Si apre in una nuova finestra), il Bronx era un distretto urbano caratterizzato dall’integrazione tra diverse comunità. Con la costruzione della Cross Bronx Expressway (Si apre in una nuova finestra), avvenuta tra il 1948 e il 1972, per volere di Moses, il valore degli immobili è crollato e molti residenti bianchi si sono trasferiti nelle espansioni suburbane attratti da mutui vantaggiosi. La popolazione di colore, invece, è rimasta intrappolata lì a causa di politiche abitative discriminatorie e del redlining, la pratica di individuare aree urbane povere alle quali le banche negavano il credito. Tutto ciò ha poi determinato un drastico disinvestimento nei servizi pubblici, distruzioni significative del patrimonio immobiliare e una perdita di quattro quinti della popolazione.
Altre opere di Moses, come la Lower Manhattan Expressway (Si apre in una nuova finestra), avrebbero ulteriormente aggravato la situazione, minacciando di dividere comunità e sfollare migliaia di abitanti se non fosse stato messo in pratica il concetto di disobbedienza civile (Si apre in una nuova finestra). È stata in particolare Jane Jacobs che, come Henry David Thoreau, l’inventore di quell’espressione , si era fatta arrestare per impedirne la realizzazione, e l'attivismo degli abitanti di quella parte meridionale di Manhattan a bloccare le trasformazioni spaziali volute da Moses, personaggio che Jacobs definirà la cosa più vicina a un dittatore che abbia (finora) afflitto New York e il New Jersey.
A Minneapolis, nello stesso periodo delle trasformazioni del Bronx, la realizzazione del tratto urbano dell’Interstate 95 ha causato il trasferimento di oltre ventitremila persone, per lo più di colore e, come nel Bronx, la pratica del redlining ha contribuito allo sgretolamento delle comunità nere. La disobbedienza civile si è di nuovo materializzata, in quella città e in altre degli Stati Uniti d’America, con la pratica di filmare e segnalare la presenza degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement.
Scriveva Jacobs nel 1967 che per un cittadino opporsi alle azioni di organi governativi che vanno al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili è uno strumento per tenere viva la democrazia.
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