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Fare un sequel è quasi sempre una pessima idea

Parliamo di Ammazzavampiri 2.
O meglio: proviamo a ricordarci com’era davvero.

Il primo film del franchise è diventato un piccolo cult tra gli appassionati del genere horror-comedy. La storia di un liceale che scopre che il suo nuovo vicino è un vampiro e che la sua curiosità potrebbe costargli la vita.

In Ammazzavampiri funzionava tutto per un motivo molto semplice: prendeva una situazione tipica da teen movie anni ’80 — un liceale, i problemi sentimentali, la normalità suburbana — e ci infilava dentro qualcosa di profondamente sbagliato.

I protagonisti adolescenti alle prese non solo con il sovrannaturale ma anche con i problemi legati alla loro età, in particolare alle tempeste ormonali.

Un mostro spaventoso non solo in quanto pericolosa creatura sovrannaturale, ma anche perché adulto e ben consapevole di tutte le debolezze dei suoi giovani avversari da sfruttare a suo vantaggio.

Jerry Dandridge non è solo un mostro.
È un adulto.
E sa esattamente dove colpire.

A fare da contraltare a questo “adulto cattivo”, c’è Peter Vincent: figura di riferimento dei ragazzi, l’unico adulto a cui possono rivolgersi e che li ascolta, esperto umanissimo di vampiri, un po’ cialtrone, un po’ eroe.

Finito il giro di giostra del primo film, come spesso accade in questi casi, si pensa a sfruttare ancora la gallina dalle uova d’oro producendo un seguito: Ammazzavampiri 2.

Tom Holland, che si era occupato di soggetto, sceneggiatura e regia del primo film, si limita a scrivere il soggetto. La palla passa in mano a Tommy Lee Wallace, regista e sceneggiatore specializzato in serie e film per la tv.

Si passa dai 9 milioni di dollari di budget del primo film, a circa 7,5 milioni di dollari per il sequel.

Del cast originale tornano solo Roddy McDowall (Peter Vincent) e William Ragsdale (Charley Brewster).

Non proprio le premesse ideali.
E infatti, da lì in poi, qualcosa si rompe.

Ma cosa non funziona in Ammazzavampiri 2?

Si nota, è innegabile, uno sforzo per mantenere la lore del primo film riassunta all’inizio con qualche sequenza di Ammazzavampiri. Una trovata un po’ cheap e, francamente, insensata: il seguito non potrebbe esistere senza l’originale e quasi sicuramente gli stessi spettatori del primo hanno visto il secondo. Quanti spettatori saranno andati in sala partendo da Ammazzavampiri 2?

Il gruppo di mostri che aiuta Regine Dandridge
Il gruppo di mostri che aiuta Regine Dandridge

Il villain della storia è una vampira, Regine Dandridge, nientemeno che la sorella di Jerry che, naturalmente, vuole vendicare la morte del fratello. Per farlo raggiunge Charley Brewster, che nel frattempo è cresciuto e frequenta non si sa bene cosa all’università. Si circonda di un piccolo gruppo di mostri.

Il fatto che qui i mostri siano quattro, e non due come nel primo, dice già molto.
È come se il film sapesse che l’antagonista da solo non basta.

Primo problema: gli aiutanti dell’antagonista sono irrilevanti, piatti, privi di qualsiasi identità, di nessuno viene accennato un background. Sono semplicemente cattivi che fanno cose cattive. Niente di più. Una pessima tradizione del cinema anni ‘80 americano.

Ma torniamo all’antagonista principale: Regine.
Il piano di Regine è bizzarro: vampirizzare Charley per torturarlo in eterno e, contemporaneamente, rubare il posto a Peter Vincent in tv.

Due obiettivi, nessuno davvero sviluppato.

Non sappiamo bene quali tipi di torture abbia in mente per Charley e quello che vediamo è che lui non oppone tutta questa resistenza. Aveva ben altro atteggiamento nei confronti di Jerry, soprattutto quando quest’ultimo gli ruba la fidanzata Amy Peterson: sparita completamente dalla storia e sostituita in questo seguito con una spigliata giovane studentessa di psicologia.

Amy, la prima fidanzata di Charley
Amy, la prima fidanzata di Charley

Nel primo film il rapporto tra Charley e Amy è un campo di battaglia: desiderio, paura, tentazione.

Nel secondo… tutto scivola via.
Il conflitto sparisce, e con lui buona parte della tensione.

Nel primo film il “tradimento” di Amy è una lotta feroce tra desiderio e paura.

Per Charley no. Non c’è alcuna lotta.

Regge quasi tutto il film il personaggio di Peter Vincent, lui sì scritto molto bene. Ha una piccola evoluzione da codardo a coraggioso cacciatore di vampiri (trova il coraggio davanti a una birra). Purtroppo deve fare da spalla ma nulla gli può rubare il ruolo di eroe nel finale, quando uccide Regine grossomodo con lo stesso sistema usato con Jerry.

Ci sono anche alcune incongruenze logiche tipiche del periodo — niente di imperdonabile — ma che contribuiscono a dare la sensazione di un film meno curato.

Scrivere storie di vampiri non è per niente facile — lo dico per esperienza dato che ho provato a scriverne un’antologia intera. È un sottogenere particolare in cui alcune cose funzionano e altre no. In alcuni casi funzionano una volta e non la seconda. È una cosa su cui mi sono interrogato parecchio, e magari ci tornerò qui su La Quinta Dimensione.

Chi mi conosce sa che ho una certa allergia ai sequel.
Non è una posizione popolare, lo so.

Ma quando una storia funziona davvero, forse la cosa migliore da fare è lasciarla finire.

E lasciare che certi vampiri restino dove devono stare: nella loro bara.

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