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○ Internet morto, Scola vivo

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Internet morto, Scola vivo

di Milena Caporaso

Il 13 maggio, il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha inaugurato una targa in uno luogo iconico per il cinema della capitale, a Monte dei Cocci, ora ufficialmente “Belvedere Ettore Scola” (Abre numa nova janela). Lì, negli anni Settanta, Ettore Scola girò Brutti, sporchi e cattivi (1976). Oggi, cinquant’anni dopo, basta nominarlo che succede sempre la stessa cosa: la gente smette de lavorà e comincia a recità battute. È successo pure a me. 

Sto in ufficio, internet morto. Esco dalla stanza e vado dai grafici.

“Ste’! ma Monte dei Cocci do sta?” 

“Testaccio. Perché?”

“Hanno messo una targa pe Ettore Scola. È dove hanno fatto Brutti, sporchi e cattivi.”

Fine. Ufficio paralizzato.

Stefano, Angelo e Marcello – tre grafici romani e tre enciclopedie viventi de citazioni fondamentali – partono in automatico: battute recitate a memoria, ricordi della prima visione, discussioni su Nino Manfredi come se fosse ancora vivo e dovesse arriva a magnasse i maritozzi della nostra merenda. Un dejavu collettivo.

E allora mi sono chiesta: ma perché questo film se lo portano dentro così? Perché a casa mia l’avrò visto na ventina de vorte? Perché Ettore Scola al Festival di Cannes ci vinse il premio per la miglior regia? 

A 16 anni di distanza dall’uscita de La dolce vita di Fellini, Brutti, sporchi e cattivi non fa la Roma da cartolina. Non c’è la Fontana de Trevi, non c’è Mastroianni che ci fa sognare. C’è la fame, la miseria, la cattiveria vera. Una famiglia allargata con un numero imprecisato di membri (più di 10 almeno) che vive ammassata in una baracca sopra una discarica e che spesso litiga, si arrangia pur de campà un giorno in più. Nino Manfredi è Giacinto, il capofamiglia: un vecchio guercio egoista, meschino, violento, tragicomico. Uno che te fa schifo e due minuti dopo fa ride. E qua sta la genialità di Scola. Il guercio si sente continuamente attaccato dalla famiglia perché tutti vogliono sapere do sta il milione di lire che ha riscattato dopo aver perso l’occhio sinistro in un incidente. Mentre tutti dormono accampati in ogni anfratto di casa, o mentre alcuni sono fuori, si susseguono scene di violenza tra moglie e marito, sesso tra vari personaggi, bambini che giocano e si fanno i dispetti. Non avviene tutto nello stesso momento ma tutto nello stesso luogo. Ad un certo punto, a casa arriva pure Iside, la prostituta di cui si innamora Giacinto. Mo non vi dico altro, vedetevelo. Questo film è un capolavoro perché mischia commedia all’italiana e grottesco, guardando la realtà attraverso gli occhi e la vita della società più povera e ai margini di tutto. Scola non giudicava mai. Guardava i personaggi agire e basta. 

Brutti, sporchi e cattivi è il capolavoro della commedia all’italiana anche perché dentro quella baracca una generazione di gente che viveva in periferia o nelle campagne ci si riconosce. Le famiglie che se parlano urlando, la furbizia, l’economia famigliare che passava pure per la nonna portata a forza dai nipoti a ritirare la pensione, l’arte de tirà a campà quando non c’hai niente. Roma è sullo sfondo perché davanti ci sono le persone ai margini, come la famiglia di Giacinto. Pochi come Scola hanno saputo raccontare Roma nei suoi anfratti più sporchi, feroci, rumorosi, umani. La fine – non vi preoccupate, non è spoiler – è amarissima: una delle giovani adolescenti che vedevamo accompagnare i fratelli e sorelle a scuola – un pollaio adibito a asilo – prende l’acqua alla fontana, incinta di molti mesi. Lì Scola da na pizza ‘n faccia a tutto il pubblico perché lei è il simbolo del contesto violento in cui vive. Un contesto che non le regalerà né rispetto né futuro. 

Con gli occhi del presente, non so quanto alla nostra generazione possa far ridere, ma anche negli anni passati faceva ride amarissimo, co’ un senso de colpa addosso che ancora oggi c’ammazza.

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